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La Ruota della Vita: origine e significato

La Ruota della Vita (in sanscrito Bhavacakra) è molto più di un’opera d’arte religiosa: è uno strumento visivo e didattico di profonda potenza simbolica, concepito per comunicare i principi fondamentali del buddhismo anche a chi non poteva accedere direttamente agli insegnamenti scritti o orali.

Secondo la tradizione, fu lo stesso Buddha Shakyamuni a volerne la creazione. Si racconta che il re Bimbisara, sovrano del regno di Magadha e devoto seguace del Buddha, chiese un dono spirituale che potesse praticare senza abbandonare la vita regale.

Per rispondere a questa richiesta, il Buddha commissionò ai suoi discepoli un dipinto capace di condensare l’intera essenza del Dharma. Nacque così la Bhavacakra: un’immagine simbolica che raffigura il ciclo della sofferenza e la via per uscirne, rendendo accessibile il suo insegnamento anche al popolo.

Al centro della ruota, tre animali — un maiale, un serpente e una gallina — si rincorrono in un cerchio, simboleggiando l’ignoranza, l’odio e il desiderio, le cause fondamentali della sofferenza. I cerchi e i settori concentrici illustrano il Samsara, il ciclo delle rinascite, e come le azioni e le illusioni alimentino la sofferenza. Ma c’è anche un messaggio di speranza: nella parte alta della ruota è rappresentato il Buddha stesso, con il dito puntato verso la luna piena, simbolo della liberazione e del Risveglio spirituale.

Da messaggio universale alla pratica quotidiana

Con il tempo, la Ruota della Vita è diventata una delle immagini più riconoscibili del buddhismo, diffondendosi in tutto l’altopiano himalayano e in particolare in Tibet, dove ancora oggi viene dipinta all’ingresso dei monasteri.

La sua collocazione non è casuale: ogni monaco, viaggiatore o pellegrino che varchi quella soglia è invitato a riflettere sulla natura ciclica dell’esistenza e sul bisogno di liberarsi dall’ignoranza. La Ruota è quindi un monito visivo, ma anche un invito concreto alla consapevolezza e alla pratica del sentiero spirituale.

Oltre a rappresentare la sofferenza, la Bhavacakra offre anche una “mappa” verso il Risveglio. Ogni dettaglio, ogni figura al suo interno suggerisce che la liberazione è possibile e che ogni essere ha in sé la capacità di risvegliarsi.

È un messaggio potente e fiducioso: la natura illuminata non è un privilegio di pochi, ma un potenziale presente in ciascuno di noi. Ed è proprio questo che ha reso, e rende ancora oggi, la Ruota della Vita uno degli strumenti più efficaci e suggestivi per comprendere il cuore dell’insegnamento buddhista.

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Vesak e le Stelle: Il Cielo Sacro che Illumina il Cammino del Buddha

Tra cielo e terra, plenilunio e stelle, ogni anno nel mese di maggio si celebra una delle ricorrenze più amate nella tradizione buddhista tibetana: il Vesak.

Questa giornata speciale commemora tre eventi fondamentali della vita del Buddha Shakyamuni, tutti avvenuti – secondo la tradizione – nello stesso giorno dell’anno: la nascita a Lumbini, l’illuminazione presso Bodhgaya e il parinirvana (la morte) a Kushinagar.

Il termine indiano Purnima, che significa “plenilunio”, è divenuto col tempo “Vesak” e, nella lingua tibetana, si è trasformato in Saga Dawa Düchen (ས་ག་ཟླ་བ་དུས་ཆེན་).

Le prime celebrazioni di Saga Dawa Düchen risalgono probabilmente ai primi secoli della diffusione del Buddhismo in Tibet, tra il VII e il IX secolo, durante il regno del re Songtsen Gampo (617–649 d.C.).

Lo Stretto Legame tra Uomo e Universo

La stella Saga corrisponde alla nakshatra indiana Vishakha, una delle suddivisioni della fascia zodiacale nel sistema astrologico vedico, ancora oggi utilizzato anche in Tibet.

In termini astronomici occidentali, Vishakha si trova nella costellazione della Bilancia e include due stelle principali:

  • Zubenelgenubi (α Librae)
  • Zubeneschamali (β Librae)

Nel linguaggio tibetano, “Saga” designa proprio questa regione del cielo, in cui brillano queste due stelle, chiaramente visibili nei cieli limpidi dell’altopiano himalayano durante i mesi di maggio e giugno.

“Dawa” significa “mese” o “luna”, mentre “Düchen” può essere tradotto come “grande occasione” o “giorno sacro”. L’espressione Saga Dawa Düchen si traduce dunque come “il giorno sacro del mese di Saga”.

Nell’astrologia araba e rinascimentale, Zubenelgenubi, detta “chela del sud”, simboleggia l’equilibrio tra bene e male, la scelta consapevole e la forza del karma. Zubeneschamali, la “chela del nord”, rappresenta invece saggezza e purezza mentale, ovvero la retta via indicata dal Dharma.

La luminosa presenza in cielo di questi due astri accompagna e rafforza simbolicamente un periodo di profondo fervore spirituale, che culmina in sintonia con l’energia del plenilunio.

Vesak: La Pratica Illuminata

Per la comunità tibetana, il Vesak è vissuto come un momento altamente spirituale e propizio alla pratica.

Si ritiene che le azioni compiute in questo periodo abbiano un potere karmico moltiplicato, sia in positivo che in negativo. Per questo motivo, i praticanti buddhisti si dedicano con rinnovato entusiasmo a comportamenti virtuosi di ogni tipo.

Si eseguono kora (circuambulazioni rituali) attorno a stupa, templi o luoghi sacri come il Monte Kailash; si appendono bandiere di preghiera colorate, si fanno girare ruote di preghiera, si recitano mantra e si offrono lampade di burro per dissipare l’oscurità dell’ignoranza interiore.

Laici e monaci rinnovano o prendono nuovi voti, come l’impegno ad astenersi da azioni nocive. Alcuni partecipano al Nyungne, un ritiro intensivo di due giorni che prevede digiuno, preghiera e silenzio. Si celebrano le puja (cerimonie rituali) nei monasteri, i cui benefici vengono dedicati a tutti gli esseri senzienti.

Vengono recitati i sutra, come il Sutra del Cuore, il Sutra del Diamante o il Lungta, una preghiera di auspicio per benessere e buona fortuna. Si praticano atti di compassione, si offrono cibo ai bisognosi, si fanno donazioni ai monasteri e, in alcuni casi, si liberano animali destinati al macello.

Tutte queste azioni mirano alla purificazione del karma negativo e all’accumulo di meriti positivi.

Due Stelle, una Mente Illuminata

Il mese di Saga non è solo un momento religioso: rappresenta anche un’occasione per rafforzare l’identità culturale tibetana e il legame spirituale tra le generazioni, tanto nelle comunità rimaste in Tibet quanto nella diaspora.

E mentre si alza lo sguardo verso quella brillante porzione di cielo che dà il nome alla celebrazione, è naturale lasciarsi affascinare dalla presenza di due stelle vicine e complementari.

Saga è un fenomeno celeste che sembra riflettere il significato cosmico degli eventi sacri della vita del Buddha. Due corpi inseparabili che illuminano la notte come una guida silenziosa per ogni essere. Un’immagine che evoca la mente risvegliata del Buddha, un’unione indivisibile di compassione e saggezza.

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I segreti dello Dzogchen

Quante volte, leggendo libri che trattano della vacuità, siamo rimasti al di qua delle spiegazioni, trovandole troppo erudite e astratte per noi? Ebbene, esiste una presentazione ancora più ardua, ma nel contempo vivida, diretta ed esperienziale, ricca di folgoranti ispirazioni poetiche e mistiche: è quella offerta dai maestri Dzog-chen.

Non tutti possono penetrarla appieno, ma tutti possono con gioia gustarne preliminarmente il sapore! Nella scuola Nying-ma, la più antica della tradizione buddhista tibetana, lo Dzog-chen (‘Grande perfezione’) rappresenta il supremo pinnacolo dei nove livelli d’insegnamento, tre relativi ai sutra e sei ai tantra.

Detto anche Atiyoga, si basa sulla dottrina della purezza primordiale della mente, che nel suo innato stato naturale s’identifica con la ‘preziosa mente’ di chiara luce o natura buddhica. Ma cos’è la chiara luce? A livello macroscopico, la sua sconfinata e rifulgente vastità costituisce un oceano cristallino e radioso, un sublime tesoro energetico coincidente con la dimensione vibrazionale del Dharmakaya, in cui si fondono luce, vacuità e beatitudine.

Sorgente d’ogni potenzialità, nonché armonica sintesi di tutte le coppie d’opposti, questa chiara luce-madre è assimilabile all’arcana scaturigine dello zero. Ineffabile e inesprimibile, non ha inizio ma dimora ininterrottamente. È il serbatoio da cui tutti i fenomeni sorgono e in cui tutti si riassorbono.

Non la si immagini però confinata in un remotissimo stadio superno: la chiara luce, onnipervadente, è la sottilissima energia vitale che innerva ogni livello e fenomeno del mondo manifesto, compresa la nostra mente.

Quest’ultima infatti viene paragonata nelle fonti Dzog-chen a un seme di sesamo, la cui solida materia corrisponde agli oscuramenti passionali e cognitivi della mente ordinaria; internamente, è d’altro canto intriso d’olio, metafora della connaturata chiara luce (la scintilla della chiara luce-figlia, che insita in ogni essere aspira a ricongiungersi al mare della chiara luce-madre).

Cuore propulsivo d’ogni ottenimento spirituale nella pratica dello Dzog-chen è la figura del guru: oggetto d’amore e devozione in quanto impersona tutte le fonti di Rifugio, infonde incessanti benedizioni e intuizioni rischiaranti nel flusso di coscienza del discepolo.

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George Bogle: un giovane scozzese alla scoperta del Tibet (1746-1781)

Nella seconda metà del XVIII secolo, la Compagnia delle Indie Orientali aveva consolidato il proprio predominio sui traffici commerciali nel subcontinente indiano, in Birmania, Singapore e Hong Kong. Fondata nel 1600 per volontà della regina Elisabetta I, grazie a una patente reale che le conferiva il monopolio commerciale, la Compagnia divenne in pochi decenni la più potente impresa dell’epoca. Estese la sua influenza anche ai settori militari e organizzativi dell’Impero britannico, fino a raggiungere una vera e propria sovranità territoriale.

L’arrivo di George Bogle in India

Nel 1770, George Bogle arrivò a Calcutta a 24 anni. Era nato nel 1746, secondo figlio di una famiglia della piccola nobiltà scozzese. Il padre, ricco mercante, aveva forti interessi nel commercio del tabacco. Dopo un periodo di studi e apprendistato sotto la guida del fratello, grazie ai contatti familiari ottenne un incarico presso la Compagnia delle Indie Orientali.

Al suo arrivo, Calcutta era il centro del potere britannico in India. Il paese era duramente colpito dagli effetti della catastrofica carestia del Bengala, che causò la morte di oltre dieci milioni di persone. Secondo gli storici, una delle principali cause della tragedia furono proprio le politiche economiche della Compagnia, incentrate sullo sfruttamento delle risorse e sulla massimizzazione dei profitti.

L’ascesa di Bogle e la missione in Tibet

Bogle si fece presto notare per il suo carattere vivace e le capacità organizzative. In poco tempo ottenne incarichi di rilievo e divenne segretario personale di Warren Hastings, governatore generale della Compagnia. Nel 1774, Hastings gli affidò una missione per esplorare i territori sconosciuti a nord del Bengala.

Nel 1773, il raja di Cooch Behar aveva chiesto l’intervento britannico contro un’invasione guidata da Zhidar, sovrano del Buthan. In cambio del riconoscimento della sovranità britannica sul regno, Hastings inviò truppe che respinsero gli invasori. Zhidar fu deposto a causa del malcontento popolare e delle sue relazioni sospette con la dinastia Qing. Al suo posto fu insediato un sovrano più favorevole ai rapporti con l’Impero britannico.

Questa situazione incoraggiò Hastings a promuovere la missione non solo per motivi geografici e scientifici, ma soprattutto per aprire una via commerciale con il Tibet.

Gli obiettivi della spedizione

Nella lettera di incarico, Hastings scriveva che l’obiettivo era “avviare una relazione commerciale reciproca e paritaria tra gli abitanti del Buthan (Tibet) e del Bengala”, valutando le merci da scambiare e lo stato delle strade verso Lhasa e i territori confinanti.

La spedizione includeva anche il medico militare Alexander Hamilton e un emissario del Panchen Lama. Nonostante le difficoltà iniziali, legate all’instabilità politica e all’opposizione cinese, Bogle riuscì a raggiungere il Tibet. Fu ricevuto da Lobsang Palden Yeshe, sesto Panchen Lama e allora governatore del paese.

L’incontro con il Panchen Lama

L’evento fu immortalato in un celebre dipinto di Tilly Kettle, che ritrae Bogle in abiti buthanesi mentre porge una sciarpa cerimoniale al Panchen Lama. Il quadro, datato 1775, celebra l’accordo commerciale siglato tra la Compagnia e le autorità tibetane.

Durante i sei mesi trascorsi a Shigatze, Bogle studiò a fondo la cultura e la politica tibetana. Nei suoi scritti descrisse il paese come un luogo idilliaco e quasi magico, anticipando nell’immaginario occidentale il mito di Shangri-La. Secondo alcuni studiosi, le sue vicende ispirarono Rudyard Kipling per il romanzo Kim.

L’eredità della missione

La missione fu comunque un punto di svolta per i rapporti commerciali tra la Compagnia e il Tibet. Il suo resoconto, pubblicato da Clement R. Markham nel 1876 con il titolo Narratives of the Mission of George Bogle to Tibet, and of the Journey of Thomas Manning to Lhasa, contiene i diari di viaggio di Bogle e un’analisi dettagliata degli aspetti politici, culturali e ambientali del territorio.

Tornato in India, per esaudire una richiesta del Panchen Lama, Bogle fece costruire un tempio buddista sulle rive del Gange, destinato ai monaci locali. Morì a Calcutta nel 1781, a soli 35 anni, probabilmente a causa del colera, e fu sepolto nel South Park Street Cemetery della città.

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Grazie Maestro

Dedica al Ven. Lama Paljin Tulku Rinpoce

“Con mente chiara e Luminosa mi inoltro nella vita per coglierne il fiore più prezioso: il fiore del silenzio.”

È nei tuoi silenzi che tocchi i nostri cuori, è nelle tue parole che cambi le nostre vite.

È nell’esempio che illumini il nostro cammino e ci guidi con amore e pazienza.

Nel buio ci lasci crescere liberi e nel chiarore del giorno ci scopri esseri umani migliori.

Grazie per essere una fonte di ispirazione. un dono prezioso, un faro nella tempesta.

Grazie per la tua saggezza, per la conoscenza, la compassione e l’amore di madre, per la condivisione, per l’umanità e la forza. Per esserci sempre vicino.

Grazie perché ci mostri in te la via della pace interiore e del rispetto trasformando la nostra vita in un cammino di consapevolezza e amore.

E con l’amore e il rispetto dell’allievo insieme alla stima dell’essere umano, ti auguriamo che in questo giorno – e sempre, e a lungo ancora – la bellezza di ogni istante, l’energia di ogni respiro possano essere complici del tuo cuore, “il tempio di pace”, nell’essere sorgente inesauribile di acqua fresca e limpida per la sete mai dòma dello spirito e balsamo per le sofferenze del mondo intorno.

Buon compleanno!

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Concluso il ritiro introduttivo l’Energia di Vajrasattva

Si è concluso domenica 30 marzo 2025 il ritiro di introduzione alla pratica di Vajrasattva, condotto dal Ven. Lama Paljin Tulku Rinpoce. L’evento è stato propedeutico alla grande iniziazione che la nostra guida spirituale, il Drubpon Tsering Rinpoche, ha impartito presso il nostro Monastero.

L’avvenimento è stato eccezionale per le grandi qualità del Maestro, nato in Tibet e principale discepolo di Sua Eminenza Garchen Rinpoche, e per la specificità di un addestramento mentale che consente di purificare il Karma negativo ed eliminare emozioni perturbanti come l’ansia, la paura e l’insicurezza.

Efficace strumento di crescita, il Mantra di Vajrasattva produce l’energia interiore necessaria per combattere gli oscuramenti concettuali che alimentano i disagi della vita quotidiana facendo emergere la natura luminosa e cristallina che è in noi.

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Un ponte tra occidente e Tibet: il sogno di Ippolito Desideri (1684 – 1733)

Nei primi anni del diciottesimo secolo il sogno di Ippolito Desideri, un sogno grandioso, coltivato in lunghi anni di studio, viaggi, traversie e difficoltà d’ogni sorta, il sogno di portare la parola del Vangelo nelle regioni sconosciute del Tibet, era destinato ad infrangersi contro il muro delle incomprensioni, delle difficoltà e della decisa opposizione della Chiesa Romana che mal tollerava l’approccio colto e di apertura culturale dei Gesuiti.

Ippolito Desideri nasce a Pistoia nel 1684 da una famiglia patrizia locale. Nel 1700, entrato a far parte della Compagnia di Gesù, completa il primo ciclo di studi probabilmente presso il Collegio Romano. Attratto dagli scritti e dalle testimonianze dei pochi viaggiatori che lo avevano preceduto, nel 1712, chiede ai superiori l’autorizzazione a partire per le Indie Orientali. Ottenuto in breve tempo il permesso lascia Roma per raggiungere Lisbona dove, l’anno successivo, si imbarca sulla rotta per le Indie e dopo cinque mesi di viaggio, raggiunge Goa, centro di evangelizzazione cristiana già dal secolo precedente.

Dopo un primo periodo di studio ad Agra grazie al quale apprende il persiano, all’epoca lingua franca per i viaggiatori d’Oriente, nel 1714 parte alla volta del Kashmir assieme al suo superiore, Padre Manoel Freyre. Durante il viaggio, come ricorda egli stesso in una lettera del 1717 al Pontefice Clemente XI, si preoccupa soprattutto di apprendere la complessa lingua tibetana. L’anno successivo i due viaggiatori giungono a Lhe, capitale del Ladak, accolti con grande onore dal re locale e dalle autorità religiose. Desideri, nonostante avesse espresso il desiderio di prolungare la permanenza nel paese, dovette accettare, pare controvoglia, la decisione del superiore di far ritorno in India attraverso un percorso che, stando a narrazioni raccolte sul posto, si presentava più agevole: si trattava cioè di attraversare il territorio per lo più sconosciuto, di un regno che aveva per capitale la città di Lhasa.

Attraversando le regioni del Tibet per quasi tutta la sua lunghezza, anche grazie al determinante aiuto della guarnigione militare che scortava in carovana la governatrice mongola del Tibet occidentale, i due gesuiti giungono a Lhasa nel marzo del 1716. Mentre Freyre decide di tornare in India dopo poche settimane, Desideri si trattiene fino ad ottobre impegnato nello studio della lingua e nell’approfondimento degli aspetti dottrinali della religione, in attesa dell’arrivo dei Padri Cappuccini cui già nel 1703 la Congregazione di Propaganda Fede aveva affidato il territorio suscitando in verità non pochi malumori presso i Gesuiti.

Seguendo il consiglio del re Lajan Khan, che gli aveva generosamente concesso il permesso di insediarsi in una casa della capitale e di professare la propria religione, trascorre un periodo di studi presso la prestigiosa sede del monastero di Sera importante centro di studi retto dalla scuola Gelupha e attivo già dal 1419, dedicandosi all’approfondimento della lingua e degli aspetti dottrinali del buddhismo. A tal proposito Desideri, nella relazione del 1717, ricorda come “Per tal fine mi posi di tutto proposito a leggere e scrutinare con ogni studio i libri principali di quella setta. Per tal fine da varie perite persone andavo indagando meglio l’origini, i riti ed opinioni di questa setta”.

Seguendo la tradizione dialettica tibetana disponibile ad un confronto e convinto dall’approccio rispettoso di Desideri, il re propone un dibattito teologico pubblico volto ad illustrare le caratteristiche e le dinamiche del pensiero cristiano. Non sentendosi tuttavia ancora pronto ad affrontare temi così complessi il missionario preferisce presentare al re uno scritto in versi, (L’aurora indica il sorgere del sole che dissipa le ultime tenebre) nel quale riporta un immaginario dialogo tra un sacerdote cattolico e un uomo in cerca della verità. Il testo viene apprezzato dal re che, rilevandone le profonde differenze con il pensiero tibetano, torna ad invitare Desideri ad un dibattito con i lama locali concedendogli tutto il tempo necessario alla preparazione.

Nell’autunno del 1716 giunge a Lhasa la delegazione cappuccina cui era stato affidato il territorio. La profonda differenza d’approccio tra Desideri e i Cappuccini genera tuttavia un rapporto conflittuale e apparentemente insanabile. L’anno successivo, accogliendo nuovamente il suggerimento del re, si reca, assieme al cappuccino Orazio della Penna, inizialmente nel monastero di Ramoche per poi stabilirsi poco dopo presso l’università monastica di Sera dove può approfondire alcuni dei più importanti testi canonici del buddhismo tibetano. In particolare saranno il “Kanjur” (“Traduzione del messaggio del Buddha) il “Tanjur” (“Traduzione della dottrina del Buddha“, cioè i commentari indiani agli insegnamenti) e commentati dall’opera del riformatore Tsong Khapa, soprattutto dal “Lam rim chen mo” (“Grande esposizione dei livelli del sentiero” o “Via graduale all’illuminazione“) ad essere oggetto degli studi.

Come osserva Enzo Gualtiero Bergiacchi (Enzo Gualtiero Bargiacchi, Un ponte fra due culture. Ippolito Desideri S.J. (1684-1733). Breve biografia, Firenze 2008) “Desideri osservò attentamente e descrisse mirabilmente la logica del buddhismo tibetano, la teoria e la pratica argomentativa e la formazione degli allievi, ponendosi quindi con intensa e calorosa applicazione quotidiana, a divorare i libri canonici, confrontarne i passi principali, annotandoli, oltre a discutere frequentemente gli stessi argomenti con i monaci tibetani. Esemplari molte sue trattazioni generali e specifiche, come ad esempio l’illustrazione della ruota della vita o l’inappuntabile analisi linguistica del famoso mantra oṁ maṇi padme hūṁ, che (…) può segnare il memorabile inizio della tibetologia in occidente”.

In questi anni il Tibet attraversa un periodo drammatico. Alla fine del 1717 subisce l’invasione mongola con l’uccisione del re Lajang Khan e la conseguente reazione cinese il cui intervento restaura la teocrazia lamaista ma impone al contempo ai tibetani la rinuncia alla piena indipendenza. Desideri trova rifugio presso la missione cappuccina di Takpo-khier dove può proseguire gli studi. Vengono così alla luce altri importanti testi tra cui “Domanda intorno alla teoria del vuoto e delle vite passate“, al quale lavorerà fino a tutto il 1719. Seguono numerosi viaggi nelle regioni del Tibet sud orientale dove incontra la popolazione aborigena dei Lopa.

Il 16 gennaio 1721 riceve una missiva del Generale dei Gesuiti Michelangelo Tamburini che gli impone di lasciare il Tibet secondo quanto stabilito tre anni prima da Propaganda fide che, accogliendo le rimostranze dei Cappuccini, aveva stabilito che la Compagnia dovesse rinunciare alla missione.

Tra il 1721 e il 1728, anno del suo definitivo ritorno a Roma, continua la battaglia in difesa del suo operato. Pur confermando il principio dell’obbedienza, insiste per essere convocato presso la Santa Sede per illustrare e difendere i suoi principi e il suo operato arrivando a citare formalmente in giudizio i Cappuccini mediante un appello diretto al papa Clemente XI.

Durante gli anni trascorsi in India, Desideri con il cuore sempre rivolto alle lontane terre dell’Himalaia, prosegue gli studi, dedicandosi all’attività missionaria ed aprendo nel 1723 una nuova chiesa a Delhi. Il lunghissimo viaggio di ritorno via mare, sette mesi di navigazione, si conclude nell’agosto del 1727 con lo sbarco a Port Louis nella Bassa Bretagna. Attraversa la Francia e, giunto a Marsiglia, si imbarca per Genova. Le condizioni avverse del mare costringono la nave a sostare a Levanto e Desideri decide di proseguire a piedi per giungere infine nella sua Pistoia il 4 novembre.

Nel frattempo a Roma la disputa tra Gesuiti e Cappuccini prosegue con toni sempre più accesi. Desideri viene accusato di aver agito contro i principi cristiani. Scrive tre memorie ma, a fronte dei continui attacchi, decide alla fine di rinunciare sostenendo che “due missionarii venuti dall’estremità del Mondo debbano qui in Roma perdere il tempo in accusarsi e in difendersi in attaccarsi e in ischermirsi” (op. cit.).

Alla fine, com’era prevedibile, il 29 novembre 1732 Propaganda Fide nella “Congregazione particolare sulle questioni della Missione dei regni del Thibet” ribadisce e conferma la decisione che le missioni del Tibet fossero affidate esclusivamente ai Cappuccini.

Dell’ultimo periodo della vita di Desideri, conclusasi a Roma il 13 aprile 1733, sappiamo molto poco. Si può solo immaginare la sconforto nel constatare che la sua particolare, originale, colta visione dell’approccio con culture lontane e diverse non avesse scalfito il muro di incomprensioni, gelosie e interessi che ancora dominava la Curia Romana. Del suo sogno ci rimangono le straordinarie testimonianze scritte, racconto di un uomo che seppe porre le prime fondamenta di un ponte immaginario tra due mondi così distanti.

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Verso il Tibet: L’incredibile avventura di Antonio de Andrade (1580-1634)

Immaginate di trovarvi nel Seicento, tra le strade polverose dell’India, circondati da racconti esotici su terre misteriose, montagne invalicabili e regni nascosti. È in questo scenario che il gesuita portoghese Antonio de Andrade, affascinato dai resoconti quasi leggendari dei mercanti di Agra (India), decide di lanciarsi in un’impresa incredibile: raggiungere il Tibet, una terra praticamente inacessibile totalmente sconosciuta agli europei.

Corre l’anno 1624. Mentre il giovane Ngawang Lozang Gyatso si insedia come quinto Dalai Lama, pronto a diventare una figura storica, De Andrade parte alla volta dell’Himalaya, accompagnato da un fratello laico e due servi convertiti.

L’impresa impossibile: dall’India al Tibet

De Andrade e i suoi compagni non avevano mappe dettagliate né l’equipaggiamento per affrontare le insidie dell’Himalaya. Il loro viaggio dal nord dell’India al Tibet fu un’odissea di sofferenze: attraversarono passi montani a oltre 5000 metri di altitudine, con neve, ghiaccio e carenza di ossigeno. L’itinerario prevedeva il passaggio attraverso il regno di Garhwal (nell’attuale Uttarakhand, India) prima di entrare in Tibet, e furono spesso ostacolati da funzionari locali che diffidavano degli stranieri.

La catena dell’Himalaya

Per evitare di destare sospetti, i gesuiti si travestirono da pellegrini indiani, sfruttando il fatto che vi erano già commerci tra l’India e il Tibet. Ma non bastò: lungo il tragitto furono spesso fermati e interrogati, con il rischio di essere rimandati indietro.

Dopo l’incredibile traversata, De Andrade raggiunge finalmente Chaparangua (Tsaparang), la capitale dell’antico regno di Guge.

Un’accoglienza inaspettata

Al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, una volta giunto nel regno di Guge, De Andrade trovò un’accoglienza sorprendentemente calorosa. Il sovrano del Guge, che governava la capitale Chaparangua (Tsaparang), era molto interessato alle novità e al sapere straniero. Nonostante il Tibet fosse legato alla tradizione buddista, il re si mostrò aperto alle idee del cristianesimo e permise ai missionari di diffondere la loro fede.

Le rovine dell’antica capitale Tsaparang

Questa apertura non era casuale: il regno di Guge, in quel periodo, era sotto pressione a causa delle lotte interne e della crescente influenza dei lama del Tibet centrale, che avrebbero poi portato alla sua caduta. Il re sperava forse di ottenere l’appoggio di potenze straniere contro le minacce interne ed esterne.

La sua missione non è solo esplorativa: armato di fede e determinazione, ottenne il permesso di predicare il Vangelo e di costruire luoghi di culto. Tornato ad Agra in India, racconta la sua avventura in una lettera dettagliata che, pubblicata nel 1626 con il titolo Novo Descobrimento do gram Cathayo, o Reinos de Tibet, fa scalpore in Europa.

Gli scritti di Antonio de Andrade

Il gesuita che aveva imparato alcune parole tibetane descrisse in dettaglio i costumi locali. Le sue lettere sono tra le prime descrizioni europee della cultura tibetana, includendo osservazioni su monasteri buddisti, rituali religiosi, lingue e flora e fauna locali.

Il ritorno in Tibet e il fallimento della missione

Non contento della prima impresa, l’anno successivo De Andrade riparte, stavolta in compagnia di altri tre coraggiosi: il sacerdote italiano Adamo De Angelis e i portoghesi Giovanni Oliveira e Faustino Barreiros. Tornano a Chaparangua e fondano la prima missione cristiana in Tibet.

Ma questo esperimento di convivenza non doveva durare a lungo. La tolleranza iniziale del sovrano non fu vista di buon occhio dai monaci buddisti locali, che considerarono i gesuiti una minaccia. Quando il re perse il potere nel 1630 (probabilmente a causa delle pressioni dell’élite religiosa e politica tibetana), la missione cristiana venne brutalmente smantellata. I gesuiti furono costretti a fuggire e il cristianesimo in Tibet terminò.

Nonostante il fallimento della missione, gli scritti di De Andrade rimasero una fonte preziosa di conoscenza sul Tibet per l’Europa del Seicento. Le sue lettere e i suoi resoconti permisero agli studiosi europei di sapere per la prima volta che esisteva un regno buddista oltre l’Himalaya. Le sue osservazioni sugli usi e costumi tibetani sono state poi riprese dagli esploratori successivi.

Dopo le sue straordinarie esplorazioni, il gesuita viene nominato padre provinciale di Goa in India, con la responsabilità di guidare oltre 130 missionari in Asia. Ma il suo destino ha un colpo di scena degno di un romanzo: nel 1634 viene avvelenato da un giovane deciso a impedirgli di testimoniare contro suo padre, accusato di gravi crimini dall’Inquisizione.

Antonio de Andrade non fu solo un missionario, ma un pioniere dell’avventura, uno dei primi europei a varcare le porte del Tibet e a raccontarne i segreti. La sua storia, tra fede, esplorazione e intrighi, sembra uscita da un libro di avventure e a ben vedere, lo è davvero!

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La Befana, simbolo universale

I buddhisti tibetani, il cui cielo mentale è abitato dalle Dakini, sono abituati all’idea di una figura femminile in volo. Se poi vivono in Italia, sin da piccoli sono stati affascinati dalla figura della Befana, una delle più antiche e coinvolgenti tradizioni del nostro folklore.

L’anziana donna, che volando su una scopa appare ogni anno, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, per portare doni ai bambini buoni e carbone ai più dispettosi, spesso descritta come una strega gentile, incarna in realtà l’intersezione di riti millenari, tradizioni cristiane e credenze popolari, configurandosi come un simbolo culturale ricco di significati.

Dal punto di vista antropologico, l’idea della Befana affonda le radici in rituali precristiani legati ai cicli agricoli e cosmici. Nell’antichità, durante i dodici giorni dopo il solstizio d’inverno, avevano luogo festività, come i Saturnali romani o le feste in onore della dea Diana, che celebravano il periodo di transizione e rigenerazione e l’avvento di un nuovo anno agricolo, e che hanno lasciato nella memoria collettiva un solco profondo. La Befana in questo contesto incarna al contempo la fine e la promessa di rinnovamento. Vecchia e a cavallo di una scopa, è una Madre Natura consumata, che si sacrifica per consentire la rinascita primaverile. La scopa stessa, oggetto associato alla pulizia, assume una funzione rituale di purificazione. Nonostante ci possa intimorire, dunque, la vecchia non è affatto maligna, ma custode di un’antica saggezza legata alla terra e ai cicli delle stagioni.

La tradizione si intreccia poi strettamente con figure archetipiche e spirituali del femminile, prime quelle della maga e della sciamana. Nella tradizione “pagana” e nei miti popolari, le streghe e le sciamane erano considerate donne con conoscenze profonde del mondo naturale e delle forze spirituali. Erano guaritrici, interpreti dei segni e mediatrici tra il visibile e l’invisibile, depositarie della qualità intuitiva e della saggezza antica e certamente legate al potere rigenerativo della natura. La Befana ne incarna una versione domestica e rassicurante. A differenza delle streghe malefiche, la sua scopa, simbolo di purezza, è usata non per incantesimi oscuri, ma per spazzare via l’anno vecchio e fare largo al nuovo.

Il 6 di gennaio può quindi essere visto come una celebrazione del femminile, in cui aspetti come la trasformazione, la cura e la saggezza vengono simbolicamente ricordati e onorati.

Con l’avvento del Cristianesimo, molte tradizioni furono assimilate e reinterpretate. La Befana fu associata alla festività dell’Epifania, che ricorda la rivelazione di Gesù ai Re Magi. La leggenda racconta che i Magi, durante il loro viaggio verso Betlemme, chiesero indicazioni a una vecchia donna. Quest’ultima, inizialmente reticente, si pentì e cercò di raggiungerli, recando con sé doni per il neonato Messia. Non riuscendo a trovarlo, distribuì i suoi regali ai bambini che incontrava lungo il cammino. Un tipico esempio di sincretismo culturale, in cui l’icona della Befana, con i suoi tratti precristiani, è reinterpretata per adattarsi ai nuovi valori, in particolare la generosità e la redenzione.

La Befana, nella sua duplice natura di strega e benefattrice, incarnazione della speranza, del cambiamento e della generosità, rappresenta in realtà una figura universale, in grado di volare attraverso i confini delle culture e delle religioni. La sua celebrazione ci ricorda l’importanza delle radici e della magia che si cela nei gesti quotidiani.

Di certo, con il suo sacco di doni e la sua scopa, continuerà a lungo a volare nei cuori degli italiani, portando con sé l’antica saggezza e le promesse del futuro.

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