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Autore: admin

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Kathmandu e la Kumari (prima parte)

Nepal, il viaggio che tutti sognano e prima o poi faranno.

Dopo il lusso onnipotente del Qatar, scalo obbligato, con le sue vetrine da milioni di euro, sospinti da un condizionamento polare capace di insinuarsi sotto i voluttuosi plaid della linea aerea, l’attesa per i bagagli a Kathmandu, con la solita ressa di carrelli unticci e un unico nastro per dieci voli, è quasi un sollievo.

L’aeroporto, mi fanno notare i veterani, è cresciuto. Un tempo era praticamente una grossa tenda, la gente si sedeva in terra. Chissà perché non sono così contenta di sentirlo.

E comunque via, per le strade multicolori della capitale, su un pulmino dove mi prendo dieci morsi da un insetto invisibile. Anche Kathmandu si è sviluppata, copiando il peggio dall’occidente, ce ne accorgiamo subito. Un numero simile di macchine e moto non si era mai visto. Con il Governo che sussidia l’acquisto, ora ogni nepalese ha almeno un motorino, mentre le bici sono praticamente estinte. Fa milioni di persone in movimento perpetuo, che ti vengono addosso come in Inghilterra, dal lato sbagliato della strada, guidando dal lato sbagliato della macchina, e seguendo traiettorie intrecciate con folli velocità, per fermarsi in extremis a sfioro di mezzi e passanti. Il mio DNA un po’ napoletano mi protegge, gli altri sono increduli.

Risultato? In una manciata di anni la capitale ha conquistato il poco invidiabile primato di città più inquinata del mondo e a me, che ho i polmoni fragili, viene un febbrone da cavallo.

Quando riemergo visitiamo i posti del cuore. Meno male che sono ancora lì.

I Monasteri solenni e variopinti, i sorrisi dei giovani monaci, le cerimonie millenarie dall’energia che non puoi dire in parole, i templi, l’architettura splendida dei siti UNESCO, ricomposta mirabilmente – in meno di dieci anni – dopo il tremendo terremoto.

E ovunque commercianti nati, con la loro paccottiglia turistica, mescolati con certi artigiani della pietra, del legno, dei preziosi, da fare impallidire la Terra di Mezzo.

Alla fine di un viaggio c’è sempre un viaggio da ricominciare, diceva De Gregori.

Capita poi che la gemma che ti porti a casa sia del tutto inaspettata.

Nella piazza di Durbar Square, nel centro storico di Kathmandu, c’è un palazzo chiamato Kumari Ghar. Da fuori assomiglia alle dimore dei sovrani nelle città d’arte del Nepal, con i suoi muri di mattoni e le file di finestre ricamate nel legno. Rigorosamente chiuse. Perché nelle stanze più protette e riccamente addobbate, ci vive una divinità.

La dea vivente chiamata Kumari, manifestazione di Taleju o Durga, al centro di una venerazione profonda in tutto il Nepal buddhista ed anche induista, ma particolarmente nella comunità Newar della valle di Kathmandu. Ed è una bambina.

Consegnata dai genitori dopo il suo riconoscimento, vive reclusa nel palazzo, servita come una regina, affacciandosi o uscendone solo nell’occasione di importanti cerimonie e alla fine della sua esistenza divina quando, raggiunta l’età dello sviluppo, potrà tornare nel mondo dei mortali, lasciando il posto ad una nuova bimba.

(Continua nel numero di novembre)

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Il potere del suono

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio, così dice l’evangelista Giovanni, che pone una parola, un suono all’origine del mondo manifesto. Qualcuno sostiene che la fisica moderna, a cominciare da quella quantistica, gli dia ragione quando, osservando l’immensamente piccolo, suppone che la materia sia composta di fenomeni ondulatori: è di certo un avvincente romanzo appena incominciato, non se ne conosce la trama né possiamo prevederne la conclusione.

Però l’effetto del suono sulla materia lo possiamo constatare. Un brano musicale ci cambia in positivo o negativo le emozioni, ha certamente un effetto sul nostro stato fisico e mentale. Un grande brand caseario italiano, di cui non faremo il nome, è diventato famoso già negli anni ‘90 per aver riprodotto Mozart nelle stalle, sostenendo che le mucche gradivano molto e producevano più latte e di migliore qualità.

Il suono, inteso come vibrazione, gioca un ruolo profondo nelle pratiche di tutte le Religioni. Nei maggiori sistemi di credenze esso è utilizzato come una forza di connessione tra il mondo fisico e quello spirituale, una via per trascendere l’esperienza ordinaria.

Nell’induismo il suono Om (Aum) è considerato la sillaba primordiale, la vibrazione che diede origine agli universi, ed è pronunciato nella meditazione e nella preghiera per connettersi alle energie cosmiche e divine.

Nel Buddhismo la recitazione dei Mantra, come Om Mani Padme Hum, diviene un canto in grado di allineare il praticante con livelli elevati di coscienza, uno strumento per la trasformazione spirituale. Nella tradizione tibetana in particolare, è comune l’utilizzo di campane, gong e altri strumenti, per bilanciare il corpo risuonando con specifici centri energetici (chakra) e per favorire l’ingresso della mente nello stato meditativo.

Nel mondo del Cristianesimo gli inni e i canti Gregoriani, con i cori e il suono dell’organo, hanno la funzione di elevare l’anima e promuovere la comunione con il divino.

Per l’Ebraismo nell’atto della recitazione e dell’ascolto dei sacri Testi si percepisce la voce stessa di Yahweh; per la mistica della Kabbalah lettere e suoni in lingua ebraica esprimono forze spirituali.

Nell’Islam la chiamata alla preghiera Adhan è un canto che spinge alla connessione con Allah, mentre alla recitazione melodica e ritmata dei Testi sacri si attribuisce un potere spirituale di trasformazione del cuore e della mente. Chi non conosce la danza circolare dei dervishi, che abbina suono e movimento, sino all’estasi divina, ma anche per indurre uno stato di trance che favorisce la guarigione fisica.

In tutte le tradizioni indigene di tipo shamanico, che hanno preceduto l’affermarsi delle grandi Religioni, al suono dei tamburi e di altri strumenti si attribuisce il potere di aprire le porte di comunicazione con altri reami, con spiriti ed antenati in grado di intervenire nelle vicende umane.

Infine, nell’architettura degli spazi sacri, cattedrali, moschee, templi, si cela sovente uno studio approfondito dell’acustica, non solo per l’amplificazione ma per la risonanza, ovvero con il fine ultimo di creare un campo vibrazionale che favorisca la trasformazione interiore.

Il potere del suono, quale ponte tra umano e spirituale, affonda quindi le proprie radici in tutte le Tradizioni. Con questa consapevolezza, forse vale la pena di fare più attenzione a quello che si ascolta. Immersi in una civiltà quotidiana assordante e disarmonica, cosa rischiamo?

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Tulku, il ritorno dei maestri e l’occidente

Fino a quando esisterà lo spazio

E continueranno gli esseri senzienti,

Possa anche io rimanere,

Per scacciare la miseria del mondo.

SHANTIDEVA, La via del Bodhisattva

L’appellativo di Tulku, basato sulla convinzione che Maestri dalle grandi realizzazioni spirituali, mossi dall’altruismo e dalla compassione, rinascano più volte in diverse forme umane per aiutare gli esseri senzienti a liberarsi dal giogo della sofferenza – e possano essere ritrovati – emerge in Tibet attorno al XII° secolo, dando luogo a molteplici lignaggi, maggiori e minori: tra i più conosciuti ed eminenti quelli del Dalai Lama e del Karmapa.

Con il diffondersi del Buddhismo in occidente, emanazioni di figure religiose sono state riconosciute anche oltre i confini geografici della società tibetana.

Così è stato per il Venerabile Lama Paljin Tulku Rinpoce. Sono passati quasi trent’anni da quel 14 luglio 1995, quando i Monaci del Monastero di Lamayuru in Ladakh, all’ombra solenne delle vette Himalayane, si riunirono per accogliere Arnaldo Graglia quale reincarnazione di Je Paljin, uno yogin vissuto nel XVII secolo nella regione, ancora oggi ricordato come Drubwang o grande Siddha realizzato. “Egli è nuovamente tra noi,” – affermarono – “in questa sala.” Il primo italiano ad essere formalmente riconosciuto come il ritorno di un Maestro del Buddhismo tibetano. Il resto è storia, della quale molti tra i Lettori sono testimoni devoti.

L’intera esistenza del Ven. Lama Paljin prova che non solo una integrazione tra oriente e occidente è possibile, ma che da essa può generarsi un motore propulsivo del Buddhismo e della spiritualità in questo millennio.

Per alcuni Tulku occidentali, invece, vivere la propria identità sospesa tra ieri ed oggi e trovare la propria strada sono state una sfida. Comprensibilmente.

Immaginiamoci la scena. Un giorno, in una casa come tante altre, genitori come tanti altri si trovano a fronteggiare la notizia che il proprio bambino come tanti altri non è, anzi sarebbe la reincarnazione di un eminente religioso del passato. Le famiglie tibetane esplodono di gioia, celebrano ed onorano il rango del piccolo e trovano nella propria fede la forza necessaria per impacchettare il frugoletto ed inviarlo ad insediarsi e studiare in un Monastero lontanissimo, sotto le amorevoli cure di un Monaco tutore, che gli sarà padre e madre negli anni della formazione.

Ma supponiamo che il figlio sia nostro: chi tra noi non mostrerà qualche perplessità, almeno iniziale? Naturalmente ci sono gli oracoli, le visioni, i ricordi emersi, le prove fatte con oggetti e situazioni della precedente identità che il candidato deve riconoscere. Ma anche riuscendo ad accettare come vera una storia che ci richiede di cambiare il modo stesso in cui pensiamo alla vita, ci chiederemo sgomenti “E ora?”. È il caso cinematografico del bambino americano Jesse nel celebrato capolavoro “Piccolo Buddha” di Bernardo Bertolucci.

E ci sono i casi reali di diversi occidentali, nati in particolare tra gli anni ‘70 e ’80 e ufficialmente riconosciuti come Tulku, a testimoniare un percorso non sempre lineare.

Prendiamo per esempio Elijah Ary. Sembra il tipico bambino canadese, unica peculiarità il fatto che i genitori gestiscono un centro di meditazione. Dove un giorno ricevono un visitatore venuto da lontano, il Monaco Khensur Pema Gyaltsen. Quasi immediatamente il piccolo di soli quattro anni si mette a parlare con lui, facendo nomi di gente e descrivendo luoghi nella regione Himalayana, che ovviamente non ha mai visto. Per i genitori è soltanto immaginazione, ma il Monaco conosce una ad una le persone nominate. Presto arriva una lettera, indirizzata alla coppia, che dice, in sostanza, avete il nostro Maestro, Geshe Jatze, deceduto nel 1950, vi preghiamo di restituircelo al più presto.

La risposta è no, il piccolo resta a casa sua. Ma diviene ben presto evidente che crescendo si senta fuori posto. Un giorno a scuola disegna il palazzo Potala di Lhasa in tutti i dettagli. Quando i compagni gli chiedono se ci sia mai stato risponde “Non in questa vita”. Così a 14 anni finalmente parte alla volta del Sera Monastery in India. Al principio, come testimonia sua mamma, è “come ributtare un pesce in acqua”. Ma la sua mentalità entra presto in conflitto con le rigide regole e la sottile etichetta del Monastero. Non resiste. Tornato in Canada e dopo altre vicissitudini, seguendo un consiglio ricevuto dal Dalai Lama, diventerà infine uno psicoterapeuta.

Che senso ha tutto questo? Perché dunque i Tulku farebbero la loro apparizione dalle nostre parti? Per il praticante buddhista, che conosce il significato della parola bodhisattva, il motivo è ovvio: chi ritorna lo fa per aiutare. Altrettanto chiaro, però. è che questo compito nella società moderna non sarà semplice.

La tradizione dei Tulku è estremamente importante nel Buddhismo tibetano e tale resterà. Ma essa è intimamente dipendente da quella profonda cultura religiosa, che diviene trama del tessuto sociale tibetano. Perché fioriscano le incarnazioni mistiche, in poche parole, ci vogliono i Monasteri ed un universo intero che ruoti attorno ad essi. L’ovest del pianeta non sembra intimamente né materialmente attrezzato per riconoscere figure spirituali di questo calibro, per comprenderle sino in fondo, per aiutarle nel loro lavoro su questa Terra. Così per un occidentale che riceva una simile chiamata la scelta rischia di essere dura: alienarsi il proprio mondo e vivere come un Lama tibetano; oppure restare nella cosiddetta società civile, testimoniare il Dharma in modo diverso, ma in questo porsi dolorosamente in contrasto con una tradizione millenaria.

La sfida è aperta: può l’Occidente, con la sua visione superficiale e strumentale della spiritualità, accogliere la realtà straordinaria dei Tulku?

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Dare e prendere: la sofferenza della sconfitta

Nella foto il Ven. Maestro Chamtrul Rinpoche Lobsang Gyatso, che darà insegnamenti sulla Pratica tibetana del Tonglen il prossimo 22 settembre al Mandala Samten Ling.

Il Tonglen, che dal tibetano si traduce “il dare e il prendere”, è una antica pratica di meditazione e componente chiave del Lojong, l’addestramento mentale del praticante buddhista.

I suoi obiettivi, coltivare la compassione e trasformare la sofferenza, sia personale che collettiva, in un sentiero verso il risveglio spirituale, ne fanno una tecnica conosciuta ed apprezzata anche nel mondo laico.

Il Tonglen ci dice che sul sentiero verso bodhicitta, il cuore-mente altruista, che aspira al raggiungimento del risveglio non per sé ma a beneficio di tutti gli esseri, coltivare la compassione è essenziale. La specifica pratica meditativa unisce visualizzazioni e tecniche di respirazione che consentono al praticante di generare energia positiva e luminosa e di farne dono.

Un insegnamento mantenuto segreto per centinaia di anni, perché la sua apparente semplicità non inducesse il soggetto inesperto a sottovalutarne il grande potere trasformativo. Il Tonglen è in effetti alla portata di tutti, ma soltanto attraverso la trasmissione da parte di un Maestro qualificato sviluppa il suo pieno potenziale.

Il praticante, nel riconoscere la sofferenza dell’altro come la propria, esercita le sue capacità empatiche e sviluppa la compassione. In questo modo muove il focus dalle preoccupazioni personali verso una connessione profonda e sincera con gli altri esseri.

La sofferenza egoistica diventa così un catalizzatore di crescita spirituale e il soggetto allenato cambia la propria visione delle sfide o avversità della vita, che diventano occasioni per esercitare la forza e la resilienza interiori.

La pratica regolare del Tonglen allenta la presa dell’ego e cambia la nostra visione delle priorità dell’esistenza, che con naturalezza si spostano dai desideri e dalle paure del singolo verso il benessere di tutti.

Si tratta quindi di un potente strumento di regolazione emozionale, in grado di spezzare il ciclo dei pensieri perturbanti e regalare uno stato della mente equilibrato e pacifico a chiunque lo utilizzi.

Il praticante buddhista in particolare, secondo la propria Tradizione, ottiene un potente mezzo per l’accumulo di meriti e la purificazione dal karma negativo, essenziali per il progresso sul cammino spirituale. A seguito dell’introduzione del Lojong in Tibet da parte del Maestro indiano Atisha Dipankara, nell’XI° secolo, e del suo ulteriore raffinamento da parte di Maestri tibetani come Gheshe Chekawa, il Tonglen divenne parte integrale nel percorso dei monaci e dei fedeli, a testimonianza della centralità dell’altruismo e della compassione nel Buddhismo tibetano. Nei secoli questo insegnamento è divenuto una pietra miliare sul cammino del buddhista moderno e di chiunque voglia sviluppare queste due qualità universali.

A differenza di alcune pratiche meditative che richiedono sessioni più formali, il Tonglen può facilmente essere integrato nella vita quotidiana, anche semplicemente quale consapevolezza attiva della sofferenza intorno a noi e proponimento di rispondere attraverso la compassione. Possiamo solo immaginare l’impatto che una diffusione di questo insegnamento, con la sua enfasi sulla comprensione dello stato del prossimo, sull’interesse per la felicità di tutti e sull’azione amorevole che allevia e cura, potrebbe avere sul vivere sociale, nel costruire gruppi e comunità più gentili e resilienti, nella riduzione dei conflitti e in generale per la guarigione delle nostre società.

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Ladakh: ritorno alle origini

L’arrivo del volo proveniente da Delhi è puntuale la mattina del 9 giugno. Non c’è altra via per raggiungere Leh, a meno che non si vogliano affrontare a piedi o in pericolosi fuoristrada passi montani che superano i 5000 metri. Il Ladakh ti toglie subito il respiro, e non solo per l’altitudine che ne fa una delle regioni più elevate del mondo. Grande come l’Italia e situata a nord dell’India, tra le maestose catene montuose dell’Himalaya e del Karakorum, era un tempo parte del Tibet.

Tutto appartiene ancora ad un diverso pianeta, profondamente legato alla cultura millenaria del Paese delle Nevi e solo scalfito dalla modernità. Il cielo di un azzurro irreale sovrasta montagne di roccia nuda, sulle cui pareti a picco sono incastonati antichissimi monasteri. Impenetrabili deserti di detriti si alternano a profonde vallate macchiate di verde dalle coltivazioni o sommerse dal blu profondo dei laghi glaciali.

Gruppi di monaci attendono il Venerabile Lama Paljin Tulku Rinpoce, che siede sul trono del Monastero di Atitse e figura tra i Maestri che reggono il Monastero di Lamayuru, per il suo ritorno a casa, dove tutto è incominciato.

Infatti, fu proprio a Lamayuru che, trenta anni fa, si tenne la cerimonia solenne di riconoscimento della sua figura come “tulku” ovvero reincarnazione di Je Paljin, un insigne Lama vissuto nel 1600, che fu abate di Atitse, operò in entrambi i monasteri e fu chiamato “grande siddha realizzato” (Drubwang) per le sue eccezionali doti di yogin e meditatore. Tornato in Italia, Lama Paljin Tulku Rinpoce divenne la guida spirituale dei tre Centri di Buddhismo tibetano da lui fondati, Mandala Samten Ling di Graglia, Mandala di Milano e Mandala Deua Ling di Merano.

Il Lama è accompagnato da Anna Maria Pennaglia, detta Pucci, Presidente del Samten Ling e discepola di una vita. In programma incontri con vecchi amici, festeggiamenti troppo a lungo rimandati e appuntamenti ufficiali, tra cui la consacrazione del grande complesso di Atitse, finalmente restaurato ed ampliato.

I monaci sono impegnati negli ultimi febbrili preparativi, e il Lama riceve diverse delegazioni venute a rendere omaggio e coinvolgerlo nelle decisioni organizzative.

Dopo due giorni di acclimatazione a Leh, la capitale, la prima tappa è il Centro monastico di Lamayuru, a circa 100 km di distanza, prima delle due destinazioni principali del viaggio. Il Monastero, fondato nel 1100 d.C., sorge a 4000 mt di altezza e conta una folta comunità di monaci. In onore della sua visita viene celebrata una puja, solenne preghiera rituale. L’incontro tra Lama Paljin e S.E. Chetsang Rinpoce, al vertice del lignaggio “Drikung Kagyu”, è particolarmente caloroso e la gioia traspare da entrambi.

ll giorno stesso si riparte per Atitse, che si trova a soli 7 km di distanza. Il Monastero, già noto nell’anno mille come centro di meditazione, siede su uno spuntone di roccia e conserva cimeli tra i più preziosi della regione: la grotta dove meditò Naropa, il grande Maestro indiano al quale si deve la diffusione in Tibet delle dottrine supreme del Mahamudra (Grande Sigillo); una antica “tangka” raffigurante il Drubwang Je Paljin e il Tempio delle Mille Tare, realizzato da Lama Paljin nel corso della sua attuale esistenza. Oggi, grazie alla sua guida infaticabile, Atitse è un rinomato centro internazionale di meditazione.

Il Lama è atteso per presiedere al grande evento di consacrazione della nuova struttura, un importante ampliamento della precedente, risalente al XV secolo. Una solenne cerimonia, officiata da S.E. Chetsang Rinpoce per i religiosi al completo, è seguita il giorno successivo dall’incontro con i fedeli.

Sono diverse migliaia le persone giunte al Monastero con ogni mezzo: ladakhi, indiani, ma anche gruppi di occidentali, europei, americani, venuti ad ascoltare gli insegnamenti e ricevere le benedizioni.

Pucci mi parla a lungo dei sorrisi, dei paesaggi, di suoni, profumi e colori di una terra così lontana da noi, eppure luogo di riferimento per tutti i praticanti del Buddhismo tibetano. Il viaggio con il Lama, in sé esperienza fuori dall’ordinario, sembra aver lasciato un segno da condividere.
Le chiedo “Cosa ti è’ rimasto dentro?”
“Molto. Ma se ti dovessi rispondere con una parola, direi la gente.”

La gente, vera protagonista di ogni tappa, sorpresa e felicità che si mescolano sui volti per la presenza del Lama amato, tornato a casa dalla lontana Italia.
La gente, che lo accoglie con l’entusiasmo che da noi viene destinato alle rock star.
“Mi parlavi del trasporto che hai visto, perché ti ha colpita?”
“Mi ha fatto riflettere. Per noi dei Centri italiani il Lama è la nostra guida spirituale, ma anche un amico nella quotidianità, sempre accessibile per tutti, con assoluta semplicità e umiltà. Così a volte dimentichiamo il prestigio della sua figura e l’importanza della sua missione per la storia del Buddhismo in Occidente. Vedere con quanta devozione sincera le persone si accostavano a lui mi ha commossa.”

“Ti sembra che l’approccio verso i Maestri sia diverso tra est e ovest del mondo?”
“Senza dubbio, c’è una grande differenza di mentalità”, spiega. “Noi stiamo sempre a chiedere, e non ci accontentiamo mai.”
In effetti è vero. Gli occidentali si approcciano anche alla spiritualità con l’idea del risultato, Vogliamo sempre ottenere qualcosa: la calma, la tecnica, la soluzione ai problemi della vita. Così il rapporto col Maestro diventa unidirezionale.

“Certo,” – continua – “ci dimentichiamo troppo spesso di dare, che anche lui ha bisogno di noi. E siamo molto mentali e materiali, in questo modo il cuore si blocca. Lì ho visto così tanta gente che crede davvero nel Dharma, sente prima di pensare e si avvicina con rispetto a coloro che incarnano delle qualità spirituali.”
“Quindi qual è il segreto nel rapporto con un Maestro?“
“I ladaki me lo hanno ricordato con l’esempio: non chiedere nulla, ma offrire amore, riconoscenza, fiducia; offrire per primi. Non solo un dare materiale (anche se è essenziale per sostenere i Monasteri con il loro lavoro!). Così si crea uno scambio puro, tra i cuori. È questo il rapporto da ricercare”.

Un viaggio sul tetto del mondo, dove per il Sangha italiano fondato da Lama Paljin tutto è iniziato, serve anche per riscoprire la relazione con il Maestro, alle origini del Buddhismo stesso.

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Amore e azione – seconda parte

Se vuoi la pace, la pace viene subito da te.

Thich Nhat Hanh

L’amore nel buddhismo non è un sentimento né un concetto astratto, ma una qualità della mente strettamente unita all’azione. Il Venerabile Lama Paljin Tulku Rinpoce insegna ai suoi allievi che amare è desiderare la felicità dell’altro e fare di tutto affinché questi la raggiunga.
Così anche la pace diventa possibile quando l’amore è azione, una tesi che Thich Nhat Hanh ha provato con la sua stessa esistenza.

Nell’affrontare a fianco del suo popolo la guerra del Vietnam, insieme alla maggioranza della comunità buddhista del suo Paese, egli abbracciò con convinzione il metodo dell’azione non-violenta o ahimsa, poiché, nelle sue parole, essa scaturisce spontaneamente dall’altruismo e dalla compassione, non dall’odio, dalla paura o dall’ignoranza, che distruggono sia chi ne è preda che la lotta stessa.

Per i buddhisti vietnamiti si trattò di restare dolorosamente neutrali tra due fanatismi, da un lato i vietcong, dall’altro le forze filogovernative. Fu anche, come tutti sanno, uno scontro tra superpotenze, sopra la testa del popolo che, in maggioranza, desiderava ardentemente vivere in unità e pace. Le immagini che testimoniano questa lacerazione fecero il giro del mondo e sono oggi nei libri di scuola.
Famiglie che scendono in strada con i propri altari domestici contro i carri armati, monaci e monache che si danno fuoco: non un suicidio, ma l’intento di soffrire per comunicare con la forza sovrumana del dolore, per incendiare il cuore. Tra questi Nhat Chi Mai, discepola del Maestro, che con le sue ultime parole dichiarò di volere essere “una torcia nell’oscurità”.
In tutto il paese si digiunò, si usò la cultura per protestare, si venne arrestati, uccisi o esiliati.

Anche noi, oggi, abbiamo sete di pace. Siamo stanchi, così stanchi dell’orrore di tutte le guerre. Ma per percorrere il sentiero della non violenza bisogna comprenderne il vero significato.
La pace non è un fine, spiega Thich Nhat Hanh, è un mezzo. Non potremo raggiungerla senza averla prima trovata dentro di noi. Nel protestare contro una guerra, accorgiamoci dunque delle sue radici, che affondano nella rabbia che proviamo, nell’essere inconsapevoli della natura ultima di ogni fenomeno, anche del “nemico”, nell’ignorare l’interdipendenza di tutti i fenomeni, anche dei conflitti. Non c’è speranza per il mondo se l’azione di ogni individuo non scaturisce dall’amore.

Nell’iconografia buddhista il bodhisattva Avalokitesvara ha mille braccia, mille mani e su ogni palmo un occhio: la compassione, spiega Thich Nhat Hanh, non può essere disgiunta dalla profonda consapevolezza nei tre campi dell’azione, corpo, parola e mente.
Comprendendo completamente una situazione o una persona, non potremo più allontanare oppure odiare, il nostro agire sarà d’aiuto e non causerà sofferenza. Oppure sapremo esercitare la non-azione, fondamento di ahimsa. A volte è proprio non facendo nulla che portiamo il maggiore beneficio. Un albero non fa altro che respirare…Però se non ci fossero gli alberi non ci saremmo neanche noi uomini.
Se saremo calmi e diventeremo un fiore prima di aprire bocca, non accuseremo o discuteremo, ma la nostra parola sarà amorevole. Oppure sapremo quando tacere, esercitando l’ascolto profondo, anche verso il nostro “nemico”, altra base della non-violenza.
Quando, infine, saremo pienamente consapevoli dei nostri pensieri, la guerra sarà tagliata alla radice.

Impariamo questi metodi, ci esorta il Maestro, per trattare pacificamente anzitutto noi stessi: iniziamo col trasformare le guerre presenti in noi. Non c’è che la pratica, l’allenamento interiore quotidiano, a proteggerci dai conflitti presenti e futuri.

(Citazioni da Thich Nhat Hanh “L’amore e L’azione” Ubaldini Editore)

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