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Autore: admin

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Lama Paljin festeggiato in India

Sua Eminenza Paljin Tulku, Lama del Monastero Buddhista di Graglia, festeggia i 30 anni sul trono di Atitse in Ladakh (India). Unico Lama italiano riconosciuto come la reincarnazione di un Maestro tibetano vissuto in Ladakh nel 1600, è stato insediato nel 1995 sul trono di uno dei luoghi dove hanno meditato i più famosi yogi dell’antico Tibet.

Ha appena fatto rientro in Italia, il ven. Lama Paljin Tulku Rinpoce, dopo i festeggiamenti per il 30° anniversario del suo insediamento sul trono di Atitse nel Ladakh (India). Il Ladakh, regione del nord dell’India situata ai piedi dell’Himalaya e culturalmente profondamente legata al Tibet, è da secoli un crocevia di spiritualità e un centro vitale del buddhismo vajrayana.

La cerimonia si è svolta il 23 agosto 2025 nel monastero di Lamayuru alla presenza di una folta rappresentanza di monaci appartenenti a tutti i monasteri Drikung Kagyu del Ladakh.

Noto per la sua instancabile attività di diffusione del Buddhismo in Occidente e per la convinta promozione del dialogo interreligioso in Italia e all’estero, Lama Paljin è l’unico italiano ufficialmente riconosciuto come la reincarnazione di un Maestro tibetano vissuto in Ladakh nel 1600.

Il suo riconoscimento ha avuto luogo informalmente nel 1987 da parte di Sua Eminenza Togdan Rinpoche, capo del lignaggio Drikung Kagyu del Ladakh e riferimento per tutte le Scuole del buddhismo tibetano presenti in quella regione, situata ai piedi della catena himalayana.

La cerimonia formale di insediamento si è però svolta otto anni dopo, perché soltanto in quel momento Arnaldo Graglia, ovvero il monaco Tenzin Nyinje (il cui nome significa colui che insegna la compassione), ha accettato il ruolo e le responsabilità che competono a un Lama reincarnato con il nome di Paljin Tulku (che significa la reincarnazione di colui che dispensa in abbondanza la salvezza spirituale). Nel 1995 è stato insediato sul trono del monastero di Atitse, un luogo di ritiri dove hanno meditato i più famosi yogi dell’antico Tibet.

Con questo titolo, Sua Eminenza Paljin Tulku è entrato anche a far parte dei Maestri che reggono il monastero di Lamayuru, uno dei più antichi e grandi centri di tradizione tibetana, i cui 430 monaci odierni vivono nel monastero e nei templi dei vicini villaggi.

L’eremo di Lamayuru, che è diventato nei secoli un luogo sacro per i buddhisti di tutte le Tradizioni, fu fondato nell’anno 1000 dal Mahasiddha Naropa, un mistico buddhista indiano considerato il più grande erudito dell’Università monastica di Nalanda.

Qui ha avuto luogo nel 1995 l’insediamento ufficiale del Lama Paljin Tulku nel corso di un solenne cerimonia svoltasi nel tempio. Lo stesso dove trent’anni dopo, il 23 agosto 2025, i monaci hanno onorato questo loro Maestro con un’altrettanta solenne cerimonia beneaugurale.

In questa circostanza, una delegazione dei notabili del villaggio di Lamayuru ha voluto rendere omaggio a Sua Eminenza Paljin Tulku Rinpoce per ringraziarlo delle diverse iniziative intraprese nel corso degli anni dal Centro Mandala di Milano a favore di una popolazione disagiata e ancora duramente colpita nei giorni scorsi da un’inondazione che ha distrutto case, campi e strade.

La visita di Sua Eminenza Paljin Tulku Rinpoce si è conclusa con un caloroso arrivederci nel segno della pace e della fratellanza che lega Lamayuru alle comunità del Centro Mandala di Milano, del Monastero Samten Ling di Graglia Santuario e del Centro Deualing di Merano, fondati da questo importante Maestro e frequentati ogni anno da centinaia di praticanti e simpatizzanti provenienti da ogni parte d’Italia e da molti paesi stranieri.

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Chamtrul Rinpoche Lobsang Gyatso: Vita e Insegnamenti di un Maestro Internazionale

Chamtrul Rinpoche Lobsang Gyatso è una delle figure spirituali più rilevanti del Buddhismo tibetano contemporaneo. Riconosciuto come l’autentica reincarnazione del secondo Chamtrul Rinpoche, Pema Nangsel Dorje, egli rappresenta una continuità vivente di una potente linea di maestri realizzati della scuola Nyingma del Buddhismo Vajrayana, in particolare legata al prestigioso Monastero Kathok in Tibet orientale.

Le Origini Spirituali: Una Lunga Linea di Realizzazione

La storia spirituale di Chamtrul Rinpoche affonda le radici nel lignaggio dei grandi maestri Dzogchen. Il suo predecessore, il Venerabile Pema Nangsel Dorje, fu venerato non solo per la sua saggezza nella filosofia buddhista, ma anche per i numerosi segni sovrannaturali che circondarono la sua vita. Si racconta, ad esempio, che i suoi capelli fossero talismani capaci di proteggere anche dagli attacchi armati. Quando morì, imprigionato dai cinesi durante l’invasione comunista, ogni goccia del suo sangue si trasformò in luce arcobaleno: un chiaro segno di realizzazione nel sentiero Dzogchen.

Il presente Chamtrul Rinpoche, nato nell’anno della Lepre d’Acqua, fu accompagnato fin dalla gestazione da sogni profetici e fenomeni miracolosi, riconosciuti come segni inconfutabili della sua reincarnazione. A soli otto anni superò diverse prove tradizionali volte a confermare la sua identità spirituale. In seguito, fu formalmente insediato come guida spirituale al monastero di Tashi Gakyil Thupten Shedrup Choeling a Mardo.

Formazione e Studi: L’Eccellenza Accademica

Chamtrul Rinpoche iniziò la sua formazione monastica all’età di quattordici anni sotto la guida del grande maestro Dzogchen Naljor Yeshe Wangchuk. Completò tre volte le pratiche preliminari (Ngondro), ricevette insegnamenti su Yoga del Calore, Dzogchen e molti altri aspetti avanzati del Buddhismo tantrico. La sua sete di conoscenza lo portò a studiare presso due delle più autorevoli istituzioni del mondo tibetano: il Monastero Kathok e l’Istituto Sertha Larung fondato da Sua Santità Khenpo Jigme Phuntsok Rinpoche.

Dopo molti anni di studio intensivo delle Cinque Scienze Buddhiste, ricevette il titolo di Khenpo, l’equivalente di un dottorato in filosofia buddhista, e fu onorato con il cappello tradizionale dei Pandita. Chamtrul Rinpoche non solo ricevette insegnamenti da oltre venticinque grandi maestri di Tibet e India, ma impartì egli stesso insegnamenti presso istituzioni monastiche, fondando anche una Shedra (collegio filosofico) nel suo monastero nativo.

Missione Globale: Diffusione del Dharma nel Mondo

Dal 1996, Chamtrul Rinpoche si è dedicato alla diffusione del Buddhismo in tutto il mondo. Per oltre un decennio ha insegnato presso il monastero Zilnon Kagye Ling a Dharamsala, e attualmente guida il Bodhicitta Dharma Centre, che conta oltre 4.000 membri provenienti da più di 100 paesi. Viaggia regolarmente in Europa, Americhe, Asia e Africa, offrendo insegnamenti che spaziano dalle pratiche preliminari alle più elevate istruzioni Dzogchen, adattandosi alla predisposizione e ai bisogni dei suoi studenti.

La Visione e il Cuore di un Maestro

Ciò che distingue Chamtrul Rinpoche non è solo la sua erudizione e lignaggio, ma il suo straordinario impegno nel promuovere la pace interiore, la non violenza e l’unità spirituale. Il suo messaggio è universale, accessibile a persone di ogni cultura, fede o origine:

“Senza discriminare nessuno sulla base di genere, razza o credo, desidero che tutti possano godere di pace e armonia. Promuovo al meglio delle mie possibilità la visione, la meditazione e la condotta della non violenza, fonte imprescindibile della vera pace mentale.”

– Chamtrul Rinpoche Lobsang Gyatso

Riconoscimenti e Autenticità

La sua autenticità come reincarnazione del grande Chamtul Pema Nangsel Dorje è stata confermata da numerosi maestri di altissimo livello, inclusi Sua Santità il Dalai Lama, Kathok Getse Rinpoche, Penor Rinpoche, e Terchen Pema Jigme Dorje, fondatore stesso del suo monastero. Le profezie e visioni di numerosi Tertön (rivelatori di tesori spirituali) avevano già predetto la sua rinascita e la sua missione futura a beneficio degli esseri senzienti.

Chamtrul Rinpoche Lobsang Gyatso al Samten Ling

Ogni anno, Chamtrul Rinpoche intraprende un International Teaching Tour, un tour mondiale con cui diffonde i suoi insegnamenti del Dharma a beneficio di tutti i praticanti. Rinpoche sceglie poche tappe per ogni nazione, privilegiando la qualità dell’incontro e la connessione autentica con le persone.

Durante i mesi di agosto e settembre, sarà presente in Europa, dove toccherà poche e selzionate destinazioni. Tra le tappe privilegiate per il 2025 c’è anche il Samten Ling, dove Chamtrul Rinpoche sarà presente il 21 settembre per un insegnamento speciale.

Si tratta di un’occasione unica per incontrare un autentico maestro della tradizione Dzogchen, ricevere le sue benedizioni e ascoltare direttamente la saggezza di un lignaggio millenario.

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  • Chamtrul Rinpoche al Samten Ling nel 2023
  • Chamtrul Rinpoche al Samten Ling nel 2023
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I 90 anni del Dalai Lama: il messaggio sulla sua successione

Il 6 luglio il Dalai Lama ha compiuto 90 anni e, qualche giorno primo di questa importante ricorrenza, sul sito ufficiale del Dalai Lama, è stata pubblicata una dichiarazione sulla continuazione dell’istituzione del Dalai Lama. Ecco il messaggio originale, tradotto dal tibetano:

Il 24 settembre 2011, in occasione di una riunione dei capi delle tradizioni spirituali Tibetane, ho rilasciato una dichiarazione ai connazionali in Tibet e fuori dal Tibet, ai seguaci del Buddhismo Tibetano e a coloro che hanno un legame con il Tibet e i Tibetani, riguardo all’opportunità di continuare l’istituzione del Dalai Lama. Ho dichiarato: “Già nel 1969 ho detto chiaramente che le persone interessate dovrebbero decidere se le reincarnazioni del Dalai Lama debbano continuare in futuro”.

Ho anche detto: “Quando avrò circa novant’anni, consulterò gli alti Lama delle tradizioni buddhiste Tibetane, il pubblico Tibetano e altre persone interessate che seguono il Buddhismo Tibetano, per rivalutare se l’istituzione del Dalai Lama debba continuare o meno”.

Sebbene non abbia avuto discussioni pubbliche su questo tema, negli ultimi 14 anni leader delle tradizioni spirituali Tibetane, membri del Parlamento Tibetano in Esilio, partecipanti a un’Assemblea Generale Straordinaria, membri dell’Amministrazione Centrale Tibetana, ONG, buddhisti della regione Himalayana, della Mongolia, delle repubbliche buddhiste della Federazione Russa e buddhisti dell’Asia, compresa la Cina continentale, mi hanno scritto con ragioni, chiedendo vivamente che l’istituzione del Dalai Lama continui. In particolare, ho ricevuto messaggi attraverso vari canali dai Tibetani in Tibet che hanno lanciato lo stesso appello. In accordo con tutte queste richieste, affermo che l’istituzione del Dalai Lama continuerà.

Il processo di riconoscimento di un futuro Dalai Lama è stato chiaramente stabilito nella dichiarazione del 24 settembre 2011, in cui si afferma che la responsabilità di tale riconoscimento spetta esclusivamente ai membri del Gaden Phodrang Trust, l’Ufficio di Sua Santità il Dalai Lama. Essi dovranno consultare i vari capi delle tradizioni buddhiste tibetane e gli affidabili Protettori del Dharma legati da giuramento che sono indissolubilmente collegati al lignaggio dei Dalai Lama. Dovrebbero quindi svolgere le procedure di ricerca e riconoscimento in conformità con la tradizione passata.

Ribadisco che il Gaden Phodrang Trust ha la sola autorità di riconoscere la futura reincarnazione; nessun altro ha l’autorità di interferire in questa materia.

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Foto di copertina: Sua Santità il Dalai Lama sorride mentre assiste alle celebrazioni in onore del suo 90° compleanno secondo il calendario lunare tibetano (5° giorno del 5° mese tibetano), nel cortile del Tempio Principale Tibetano a Dharamsala, Himachal Pradesh, India, il 30 giugno 2025. Foto di Tenzin Choejor. Fonte: www.dalailama.com

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Alexander Csoma de Kőrös: il viandante delle lingue e dello spirito

Novantuno anni dopo la sua morte, nel 1933, Alexander Csoma de Koros venne riconosciuto come bodhisattva. Era stato colui che “aveva aperto il cuore dell’Occidente agli insegnamenti del Buddha”. Una statua che lo raffigura nell’ampia veste dei monaci ancora oggi lo ricorda all’interno del santuario dell’Università buddhista di Tokyo.

Nato nel 1784 a Koros, in Ungheria da una povera famiglia di ascendenza sicula (gruppo etnico di lingua ungherese prevalentemente stanziato in Transilvania) dopo i primi studi nella scuola del villaggio, a quindici anni si iscrive al Bethlen Collegium di Nagyenyed dove l’istruzione era garantita in cambio del lavoro manuale richiesto agli allievi.

In seguito, presso l’università di Gottinga, studia lingue orientali arrivando a padroneggiare ben 13 idiomi. Vocazione poliglotta che trovò conferma negli anni successivi a Calcutta dove fu ben presto in grado di padroneggiare il bengali, il marathi e il sanscrito.

Alla Ricerca delle Origini Magiare

All’inizio del diciannovesimo secolo era diffusa in Ungheria la teoria, abbastanza fantasiosa, che le origini delle stirpi magiare, o almeno di una parte di esse, fossero da ricercare nel cuore dell’Asia. Fu proprio la suggestione derivante da questa teoria a convincere Csoma che fosse necessario approfondire lo studio della cultura orientale, come primo passo necessario per verificarne l’esattezza.

Il periodo di studi trascorso a Gottinga, garantito da una borsa di studio offerta dalla Chiesa Protestante Inglese e condotto sotto la guida dei migliori specialisti di lingue orientali, era stato fondamentale per la formazione dello studioso.

Determinato a raggiungere le regioni dell’Asia Centrale attraverso l’Impero Russo e ottenuta una modesta sovvenzione di 200 fiorini, nell’autunno del 1819 parte alla volta dell’oriente. In Grecia si imbarca su una piccola nave mercantile diretta in Egitto, raggiunge quindi Aleppo, prosegue per Baghdad e, travestito da armeno, fino alla città di Teheran dove l’ambasciatore inglese gli assegna la somma di 300 rupie.

Si dirige poi verso l’Afghanistan determinato a raggiungere le regioni dell’Asia centrale attraverso il Kashmir e superando i passi del Karakorum. Le poche risorse a sua disposizione e le oggettive difficoltà del percorso lo costringono però a fermarsi a Leh dove comprende che è necessario trovare un percorso alternativo.

L’incontro con l’esploratore inglese Moorcroft

Ripercorre dunque la strada che attraversa il Kashmir e incontra, nel luglio del 1822, il famoso esploratore e agente del governo inglese William Moorcroft. Impressionato dal coraggio e dalle doti intellettuali di Csoma e consapevole del prezioso contributo che avrebbe potuto garantire al Governatorato Inglese delle Indie, Moorcroft gli propone di far ritorno in Ladak per studiare la lingua tibetana e compilarne una grammatica e un dizionario. Csoma accetta, convinto di poter rintracciare possibili parentele tra il natio idioma magiaro e la lingua tibetana.

Vita ascetica e contributi scientifici

Chiarito un primo (altri ne seguiranno) malinteso con le autorità, che lo avevano sospettato di spionaggio, e annunciato dalla richiesta formale di Moorcroft alle autorità locali di Yangla, raggiunge la valle dello Zanskar. Vi arriva passando per Leh, una delle zone più fredde e inospitali del pianeta.

Qui si stabilisce in un monastero e vi soggiorna per più di un anno dove abita in una piccola residenza di pietra, priva di riscaldamento. Adotta da subito quella condotta ascetica e rigorosa che conserverà per tutta l’esistenza.

Qui, sotto la guida di un lama locale, studia la lingua e getta le basi per la compilazione di opere fondamentali quali la grammatica della lingua tibetana pubblicata poi a Calcutta nel 1834. Ben presto la padronanza della lingua locale è tale da consentirgli la lettura delle due più grandiose opere della teologia tibetana, il Kangyur e il Tengyur.

Studi interrotti e riconoscimenti tardivi

Durante il periodo trascorso tra le nevi e gli altopiani del Tibet, Csoma raccoglie più di 40.000 opere tibetane tra testi, iscrizioni e testimonianze scritte, opere che saranno oggetto dei suoi studi condotti con il fondamentale aiuto del suo maestro tibetano durante il soggiorno a Kanun tra il 1827 e il 1830.

I lunghi soggiorni di studio insospettiscono tuttavia le autorità locali che lo individuano come possibile spia inglese e impongono al suo maestro tibetano di interrompere la collaborazione con lo studioso occidentale.

Al suo ritorno a Sabathu (Himachal Pradesh), una nuova delusione: le autorità inglesi, che inizialmente avevano sostenuto e finanziato i suoi studi, si dichiarano non più interessate al progetto dato che, nel frattempo erano stati ritrovati i manoscritti di una grammatica tibetana compilata da un missionario tedesco e che si credeva perduta.

Ben presto, tuttavia, i limiti di questi studi emersero con chiarezza e gli inglesi furono costretti a rivedere le proprie posizioni e a richiamare Csoma. Nel 1836 organizza una spedizione nelle zone inesplorate dell’India del nord per studiare i dialetti locali; l’anno successivo accetta l’incarico di bibliotecario presso l’Asiatic Society of Bengal che già nel1833 lo aveva accolto come membro onorario.

L’ultimo viaggio e l’eredità

L’antico sogno di raggiungere il cuore dell’Asia era però tornato nel frattempo a riprendere forza. Csoma così, ormai cinquantotenne, nel 1842 riprende il cammino con il proposito di attraversare il Tibet per proseguire poi verso nord.

Sfortunatamente, mentre attraversa le paludi del Terai nepalese, contrae la malaria e trova la morte l’11 aprile 1842 a Darjeleling, al confine tra India e Tibet dove riposa.

Le parole incise nella targa commemorativa ci ricordano per sempre “un povero, solitario ungherese, senza sostegno o denaro che cercò la patria ungherese, ma alla fine crollò sotto il peso dell’impresa”.

Molti anni dopo, nel 1984, due delle sue principali opere Grammar of the Tibetan Language e Sanskrit-Tibetan-English Vocabulary: being an edition and translation of the Mahāvyutpatti furono finalmente pubblicate anche in occidente a sancirne il fondamentale contributo alla conoscenza della cultura tibetana.

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Mandala Samten Ling è uno spazio dedicato alla pratica, allo studio e alla trasmissione del Dharma, aperto a chiunque desideri avvicinarsi al Buddhismo o approfondire il proprio cammino spirituale.

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La Ruota della Vita: origine e significato

La Ruota della Vita (in sanscrito Bhavacakra) è molto più di un’opera d’arte religiosa: è uno strumento visivo e didattico di profonda potenza simbolica, concepito per comunicare i principi fondamentali del buddhismo anche a chi non poteva accedere direttamente agli insegnamenti scritti o orali.

Secondo la tradizione, fu lo stesso Buddha Shakyamuni a volerne la creazione. Si racconta che il re Bimbisara, sovrano del regno di Magadha e devoto seguace del Buddha, chiese un dono spirituale che potesse praticare senza abbandonare la vita regale.

Per rispondere a questa richiesta, il Buddha commissionò ai suoi discepoli un dipinto capace di condensare l’intera essenza del Dharma. Nacque così la Bhavacakra: un’immagine simbolica che raffigura il ciclo della sofferenza e la via per uscirne, rendendo accessibile il suo insegnamento anche al popolo.

Al centro della ruota, tre animali — un maiale, un serpente e una gallina — si rincorrono in un cerchio, simboleggiando l’ignoranza, l’odio e il desiderio, le cause fondamentali della sofferenza. I cerchi e i settori concentrici illustrano il Samsara, il ciclo delle rinascite, e come le azioni e le illusioni alimentino la sofferenza. Ma c’è anche un messaggio di speranza: nella parte alta della ruota è rappresentato il Buddha stesso, con il dito puntato verso la luna piena, simbolo della liberazione e del Risveglio spirituale.

Da messaggio universale alla pratica quotidiana

Con il tempo, la Ruota della Vita è diventata una delle immagini più riconoscibili del buddhismo, diffondendosi in tutto l’altopiano himalayano e in particolare in Tibet, dove ancora oggi viene dipinta all’ingresso dei monasteri.

La sua collocazione non è casuale: ogni monaco, viaggiatore o pellegrino che varchi quella soglia è invitato a riflettere sulla natura ciclica dell’esistenza e sul bisogno di liberarsi dall’ignoranza. La Ruota è quindi un monito visivo, ma anche un invito concreto alla consapevolezza e alla pratica del sentiero spirituale.

Oltre a rappresentare la sofferenza, la Bhavacakra offre anche una “mappa” verso il Risveglio. Ogni dettaglio, ogni figura al suo interno suggerisce che la liberazione è possibile e che ogni essere ha in sé la capacità di risvegliarsi.

È un messaggio potente e fiducioso: la natura illuminata non è un privilegio di pochi, ma un potenziale presente in ciascuno di noi. Ed è proprio questo che ha reso, e rende ancora oggi, la Ruota della Vita uno degli strumenti più efficaci e suggestivi per comprendere il cuore dell’insegnamento buddhista.

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Vesak e le Stelle: Il Cielo Sacro che Illumina il Cammino del Buddha

Tra cielo e terra, plenilunio e stelle, ogni anno nel mese di maggio si celebra una delle ricorrenze più amate nella tradizione buddhista tibetana: il Vesak.

Questa giornata speciale commemora tre eventi fondamentali della vita del Buddha Shakyamuni, tutti avvenuti – secondo la tradizione – nello stesso giorno dell’anno: la nascita a Lumbini, l’illuminazione presso Bodhgaya e il parinirvana (la morte) a Kushinagar.

Il termine indiano Purnima, che significa “plenilunio”, è divenuto col tempo “Vesak” e, nella lingua tibetana, si è trasformato in Saga Dawa Düchen (ས་ག་ཟླ་བ་དུས་ཆེན་).

Le prime celebrazioni di Saga Dawa Düchen risalgono probabilmente ai primi secoli della diffusione del Buddhismo in Tibet, tra il VII e il IX secolo, durante il regno del re Songtsen Gampo (617–649 d.C.).

Lo Stretto Legame tra Uomo e Universo

La stella Saga corrisponde alla nakshatra indiana Vishakha, una delle suddivisioni della fascia zodiacale nel sistema astrologico vedico, ancora oggi utilizzato anche in Tibet.

In termini astronomici occidentali, Vishakha si trova nella costellazione della Bilancia e include due stelle principali:

  • Zubenelgenubi (α Librae)
  • Zubeneschamali (β Librae)

Nel linguaggio tibetano, “Saga” designa proprio questa regione del cielo, in cui brillano queste due stelle, chiaramente visibili nei cieli limpidi dell’altopiano himalayano durante i mesi di maggio e giugno.

“Dawa” significa “mese” o “luna”, mentre “Düchen” può essere tradotto come “grande occasione” o “giorno sacro”. L’espressione Saga Dawa Düchen si traduce dunque come “il giorno sacro del mese di Saga”.

Nell’astrologia araba e rinascimentale, Zubenelgenubi, detta “chela del sud”, simboleggia l’equilibrio tra bene e male, la scelta consapevole e la forza del karma. Zubeneschamali, la “chela del nord”, rappresenta invece saggezza e purezza mentale, ovvero la retta via indicata dal Dharma.

La luminosa presenza in cielo di questi due astri accompagna e rafforza simbolicamente un periodo di profondo fervore spirituale, che culmina in sintonia con l’energia del plenilunio.

Vesak: La Pratica Illuminata

Per la comunità tibetana, il Vesak è vissuto come un momento altamente spirituale e propizio alla pratica.

Si ritiene che le azioni compiute in questo periodo abbiano un potere karmico moltiplicato, sia in positivo che in negativo. Per questo motivo, i praticanti buddhisti si dedicano con rinnovato entusiasmo a comportamenti virtuosi di ogni tipo.

Si eseguono kora (circuambulazioni rituali) attorno a stupa, templi o luoghi sacri come il Monte Kailash; si appendono bandiere di preghiera colorate, si fanno girare ruote di preghiera, si recitano mantra e si offrono lampade di burro per dissipare l’oscurità dell’ignoranza interiore.

Laici e monaci rinnovano o prendono nuovi voti, come l’impegno ad astenersi da azioni nocive. Alcuni partecipano al Nyungne, un ritiro intensivo di due giorni che prevede digiuno, preghiera e silenzio. Si celebrano le puja (cerimonie rituali) nei monasteri, i cui benefici vengono dedicati a tutti gli esseri senzienti.

Vengono recitati i sutra, come il Sutra del Cuore, il Sutra del Diamante o il Lungta, una preghiera di auspicio per benessere e buona fortuna. Si praticano atti di compassione, si offrono cibo ai bisognosi, si fanno donazioni ai monasteri e, in alcuni casi, si liberano animali destinati al macello.

Tutte queste azioni mirano alla purificazione del karma negativo e all’accumulo di meriti positivi.

Due Stelle, una Mente Illuminata

Il mese di Saga non è solo un momento religioso: rappresenta anche un’occasione per rafforzare l’identità culturale tibetana e il legame spirituale tra le generazioni, tanto nelle comunità rimaste in Tibet quanto nella diaspora.

E mentre si alza lo sguardo verso quella brillante porzione di cielo che dà il nome alla celebrazione, è naturale lasciarsi affascinare dalla presenza di due stelle vicine e complementari.

Saga è un fenomeno celeste che sembra riflettere il significato cosmico degli eventi sacri della vita del Buddha. Due corpi inseparabili che illuminano la notte come una guida silenziosa per ogni essere. Un’immagine che evoca la mente risvegliata del Buddha, un’unione indivisibile di compassione e saggezza.

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I segreti dello Dzogchen

Quante volte, leggendo libri che trattano della vacuità, siamo rimasti al di qua delle spiegazioni, trovandole troppo erudite e astratte per noi? Ebbene, esiste una presentazione ancora più ardua, ma nel contempo vivida, diretta ed esperienziale, ricca di folgoranti ispirazioni poetiche e mistiche: è quella offerta dai maestri Dzog-chen.

Non tutti possono penetrarla appieno, ma tutti possono con gioia gustarne preliminarmente il sapore! Nella scuola Nying-ma, la più antica della tradizione buddhista tibetana, lo Dzog-chen (‘Grande perfezione’) rappresenta il supremo pinnacolo dei nove livelli d’insegnamento, tre relativi ai sutra e sei ai tantra.

Detto anche Atiyoga, si basa sulla dottrina della purezza primordiale della mente, che nel suo innato stato naturale s’identifica con la ‘preziosa mente’ di chiara luce o natura buddhica. Ma cos’è la chiara luce? A livello macroscopico, la sua sconfinata e rifulgente vastità costituisce un oceano cristallino e radioso, un sublime tesoro energetico coincidente con la dimensione vibrazionale del Dharmakaya, in cui si fondono luce, vacuità e beatitudine.

Sorgente d’ogni potenzialità, nonché armonica sintesi di tutte le coppie d’opposti, questa chiara luce-madre è assimilabile all’arcana scaturigine dello zero. Ineffabile e inesprimibile, non ha inizio ma dimora ininterrottamente. È il serbatoio da cui tutti i fenomeni sorgono e in cui tutti si riassorbono.

Non la si immagini però confinata in un remotissimo stadio superno: la chiara luce, onnipervadente, è la sottilissima energia vitale che innerva ogni livello e fenomeno del mondo manifesto, compresa la nostra mente.

Quest’ultima infatti viene paragonata nelle fonti Dzog-chen a un seme di sesamo, la cui solida materia corrisponde agli oscuramenti passionali e cognitivi della mente ordinaria; internamente, è d’altro canto intriso d’olio, metafora della connaturata chiara luce (la scintilla della chiara luce-figlia, che insita in ogni essere aspira a ricongiungersi al mare della chiara luce-madre).

Cuore propulsivo d’ogni ottenimento spirituale nella pratica dello Dzog-chen è la figura del guru: oggetto d’amore e devozione in quanto impersona tutte le fonti di Rifugio, infonde incessanti benedizioni e intuizioni rischiaranti nel flusso di coscienza del discepolo.

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George Bogle: un giovane scozzese alla scoperta del Tibet (1746-1781)

Nella seconda metà del XVIII secolo, la Compagnia delle Indie Orientali aveva consolidato il proprio predominio sui traffici commerciali nel subcontinente indiano, in Birmania, Singapore e Hong Kong. Fondata nel 1600 per volontà della regina Elisabetta I, grazie a una patente reale che le conferiva il monopolio commerciale, la Compagnia divenne in pochi decenni la più potente impresa dell’epoca. Estese la sua influenza anche ai settori militari e organizzativi dell’Impero britannico, fino a raggiungere una vera e propria sovranità territoriale.

L’arrivo di George Bogle in India

Nel 1770, George Bogle arrivò a Calcutta a 24 anni. Era nato nel 1746, secondo figlio di una famiglia della piccola nobiltà scozzese. Il padre, ricco mercante, aveva forti interessi nel commercio del tabacco. Dopo un periodo di studi e apprendistato sotto la guida del fratello, grazie ai contatti familiari ottenne un incarico presso la Compagnia delle Indie Orientali.

Al suo arrivo, Calcutta era il centro del potere britannico in India. Il paese era duramente colpito dagli effetti della catastrofica carestia del Bengala, che causò la morte di oltre dieci milioni di persone. Secondo gli storici, una delle principali cause della tragedia furono proprio le politiche economiche della Compagnia, incentrate sullo sfruttamento delle risorse e sulla massimizzazione dei profitti.

L’ascesa di Bogle e la missione in Tibet

Bogle si fece presto notare per il suo carattere vivace e le capacità organizzative. In poco tempo ottenne incarichi di rilievo e divenne segretario personale di Warren Hastings, governatore generale della Compagnia. Nel 1774, Hastings gli affidò una missione per esplorare i territori sconosciuti a nord del Bengala.

Nel 1773, il raja di Cooch Behar aveva chiesto l’intervento britannico contro un’invasione guidata da Zhidar, sovrano del Buthan. In cambio del riconoscimento della sovranità britannica sul regno, Hastings inviò truppe che respinsero gli invasori. Zhidar fu deposto a causa del malcontento popolare e delle sue relazioni sospette con la dinastia Qing. Al suo posto fu insediato un sovrano più favorevole ai rapporti con l’Impero britannico.

Questa situazione incoraggiò Hastings a promuovere la missione non solo per motivi geografici e scientifici, ma soprattutto per aprire una via commerciale con il Tibet.

Gli obiettivi della spedizione

Nella lettera di incarico, Hastings scriveva che l’obiettivo era “avviare una relazione commerciale reciproca e paritaria tra gli abitanti del Buthan (Tibet) e del Bengala”, valutando le merci da scambiare e lo stato delle strade verso Lhasa e i territori confinanti.

La spedizione includeva anche il medico militare Alexander Hamilton e un emissario del Panchen Lama. Nonostante le difficoltà iniziali, legate all’instabilità politica e all’opposizione cinese, Bogle riuscì a raggiungere il Tibet. Fu ricevuto da Lobsang Palden Yeshe, sesto Panchen Lama e allora governatore del paese.

L’incontro con il Panchen Lama

L’evento fu immortalato in un celebre dipinto di Tilly Kettle, che ritrae Bogle in abiti buthanesi mentre porge una sciarpa cerimoniale al Panchen Lama. Il quadro, datato 1775, celebra l’accordo commerciale siglato tra la Compagnia e le autorità tibetane.

Durante i sei mesi trascorsi a Shigatze, Bogle studiò a fondo la cultura e la politica tibetana. Nei suoi scritti descrisse il paese come un luogo idilliaco e quasi magico, anticipando nell’immaginario occidentale il mito di Shangri-La. Secondo alcuni studiosi, le sue vicende ispirarono Rudyard Kipling per il romanzo Kim.

L’eredità della missione

La missione fu comunque un punto di svolta per i rapporti commerciali tra la Compagnia e il Tibet. Il suo resoconto, pubblicato da Clement R. Markham nel 1876 con il titolo Narratives of the Mission of George Bogle to Tibet, and of the Journey of Thomas Manning to Lhasa, contiene i diari di viaggio di Bogle e un’analisi dettagliata degli aspetti politici, culturali e ambientali del territorio.

Tornato in India, per esaudire una richiesta del Panchen Lama, Bogle fece costruire un tempio buddista sulle rive del Gange, destinato ai monaci locali. Morì a Calcutta nel 1781, a soli 35 anni, probabilmente a causa del colera, e fu sepolto nel South Park Street Cemetery della città.

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