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Tag: UBI

Gli altri prima di se

C’è un termine che potrebbe essere utilizzato per definire il senso più profondo e immediato degli insegnamenti buddhisti ed è la parola cura.

Prendersi cura del mondo non è però semplicemente sinonimo di un agire globale. Piuttosto ha a che fare con l’intenzione di farsi carico della sofferenza concreta che incontriamo nel corso della vita, nel contesto intorno a noi.

È una forma di cura per la prossimità, una scelta che riguarda piuttosto il modo in cui si guarda alla realtà e alla vita e che ci chiede di stare dalla parte di tutto ciò che ricostruisce l’unità più profonda, autentica dell’essere umano e della comunità in cui ci troviamo a vivere.

È la cura del luogo che sentiamo nostro, della nostra casa, dove le relazioni possono diventare significative, i legami dare un senso al vivere e gli incontri segnare le giornate, anche nel loro essere a volte misteriosi.

Questa cura è una modalità di dialogo che riguarda le parole che scegliamo, gesti che non dividono, non feriscono, non allontanano, non umiliano. Una cura che si esprime nella gentilezza non formale e nel rispetto. È una cura che ha memoria, che viene da lontano, che ci chiede di guardare in profondità alla preziosità fragile dell’esistenza per tutelarla e trasmetterla, mostrarla a chi prenderà il testimone dopo di noi. È fin troppo semplice distruggere questa preziosità. Anche e soprattutto quando pensiamo che sia “giusto” liberarci di ciò che riteniamo “sbagliato” o superato.

Ma questo moralismo manicheo poco ha a che fare con la compassione di un Dharma che ben sa che ogni elemento della vita è la vita stessa e occorre saggezza e prudenza. È questa consapevolezza che porta ad agire, più ancora della volontà di aggiustare qualcosa che si pensa sia rotto, perché ogni pezzo, anche in frantumi va semplicemente bene così com’è.

In questo numero raccontiamo dei tanti “frammenti”, in giro per il mondo, che richiedono sostegno. Sono solo alcuni, ma significativi, tra i tanti progetti che abbiamo scelto di sostenere per tradurre in azione un’idea di trasformazione e guarigione.

Il Direttore: STEFANO BETTERA

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Buddhismo Magazine – N.5 – Febbraio 2024

La pratica è cura e la cura è pratica. Lo stato della formazione dei cappellani buddhisti in America

di Monica Sanford – Ricercatrice presso la Harvard Divinity School

Buddhismo e de-coincidenza. Riflessioni sulle similitudini energetiche tra la vita e la morte

di François Jullien – Filosofo, grecista, sinologo

La fattoria senza padroni. La APS Mondeggi Bene Comune è una reale visione di condivisione e collaborazione

di Eleonora Trani – Agenda Ecologia UBI

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Buddhismo magazine – N.4 – Ottobre 2023

1000 corpi del Buddha. Una ricerca antropologica sul collegamento tra corpo e trascendenza nella tradizione Zen Sōtō

Elena Seishin Viviani – Vice presidente UBI

Difendere la sovranità alimentare. Dalla cura della terra a quella delle persone

Vandana Shiva – Presidente di Navdanya International

Lama Zopa Rinpoche.Un ricordo della sua ispirante presenza in questa vita

Filippo Scianna – Presidente UBI

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Buddhismo magazine – N.3 – Luglio 2023

Formare i nuovi cappellani. A servizio nelle condizioni di sofferenza

Rev. Elena Seishin Viviani Responsabile Ufficio Culti e Dialogo Interreligioso dell’UBI

Costruire il Buddhismo europeo. Per rispondere alle sfide dell’oggi che rendono l’umanità fragile

Stefano Davide Bettera – Presidente dell’Unione Buddhista Europea

Il Buddhismo «HĪNAYĀNA». Una definizione che crea dibattito da secoli

Bhikkhu Analayo – Monaco Buddhista tradizione Theravada

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Dal Giappone con amore

Domenica 10 settembre 2023, al Tempio Renkoji di Cereseto, guidati dal Presidente della Associazione per l’amicizia internazionale della Nichiren Shu, Reverendo Gisho Watanabe e dal Direttore dell’Ufficio Nichiren Shu per la propagazione e trasmissione della Dottrina, il Reverendo Shunmyo Yagishita, i monaci officianti, espressamente giunti dal Giappone, hanno celebrato di fronte a fedeli provenienti da ogni parte del mondo la cerimonia per l’apertura degli occhi della statua del Fondatore, Nichiren Daishonin.

Questa statua, fortemente voluta da Shoryo Tarabini, Abate del monastero Renkoji, è stata realizzata in Oriente ed è l’unica di tali fattezze e dimensioni presente in Europa.
Hanno presenziato alla cerimonia Giovanna Giorgetti ed Elena Seishin Viviani in rappresentanza della Unione Buddhista Italiana.

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Buddhismo magazine – N.2 – Maggio 2023

La generosità è un tema centrale nella pratica buddhista. Non a caso Dana, il termine che si riferisce a questa qualità, a questa attitudine, è la prima delle paramita, le virtù che sostengono il praticante nel suo cammino. La prima e, di fatto, la più preziosa, paragonabile per “grandezza” all’impronta di un elefante: così ampia da contenere in sé ogni altra virtù. Quando parliamo di generosità, infatti, non ci riferiamo al semplice atto di donare. Certo, questo è un aspetto fondamentale che consente al Dharma di diffondersi e di sostenerne l’azione concreta. Una consuetudine che nei paesi orientali è normalità e una buona pratica che sarebbe utile adottare anche in Occidente.

Abbiamo, per questo, uno strumento preciso per farlo: è la firma dell’8×1000, la prima forma diretta, concreta di sostegno al movimento buddhista italiano che, peraltro, non incide sulle risorse finanziarie dei cittadini essendo comunque prelevata dallo Stato dal gettito fiscale generale. Grazie a questo sistema l’UBI ha potuto, in questi anni, essere di aiuto concreto a molte persone in difficoltà, restituendo ai cittadini la fiducia accordata, e ha potuto stare a fianco dei centri nella loro insostituibile opera di diffusione capillare del Dharma sul territorio. Anche così abbiamo potuto esprimerci come comunità e incontrare i tanti che vedono in noi una visione del mondo in cui si riconoscono e in cui riconoscersi.

Dana, la generosità, infatti ha a che fare con molto di più che con il tema delle risorse. È, prima di tutto, una scelta che esprime la volontà di aprire il cuore, di incontrare l’altro, la sofferenza dell’altro e di non permettere alla mente di povertà di condizionare le nostre azioni. Dana è una pratica, anzi è “la” pratica, la pratica della relazione. Che ci porta a entrare in contatto con ogni essere su questo pianeta a prescindere da ogni altra considerazione, a portare davvero aiuto e il calore del nostro insegnamento dove davvero serve che sia portato.

IL DIRETTORE – Stefano Davide Bettera

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Buddhismo magazine – N.4 – Dicembre 2022

Toccare la terra è testimonianza. Forse il gesto più simbolico della tradizione buddhista che, non a caso, avviene nel momento del risve- glio, dove si attua la relazione con la totalità e l’infinito.

Toccare la terra è anche un atto di profonda guarigione, che implica la presa in carico della responsabilità della relazione con questa totalità che include ogni elemento della sfera spirituale ma anche di quella materiale. La terra è un corpo, ma non un corpo che ci appartiene, bensì una condizione di cui siamo parte e con la quale condividiamo un destino, una fragilità. Il gesto del contatto ci dice, infatti, che non c’è separazione tra l’io e il mondo ma un legame di interdipendenza che ci richiama, senza deroga, alla cura. La cura che inizia a brillare dal momento di quel gesto così semplice e così trasformativo, tota- lizzante come un momento senza ritorno nel fluire del tempo. Proprio quella cura è un modo di camminare dentro il cuore del mondo stesso che ci lascia una sola possibilità: ci appella a un impegno irrevocabile, all’imperativo etico che ci chiama a collaborare con la terra perché entrambi, noi e lei, possiamo rigenerarci, ricomporci, tornare uno.

Toccare la terra per prenderci cura del mondo è riconoscere un’unità di fondo, una relazione profonda che la ferita creata dalla distanza illusoria tra natura e cultura ci ha fatto percepire come perduta, come altro da noi. Ci ha fatto dimenticare la sua voce, la sua poesia. Nelle radici che sprofondano nella terra sta il segreto di un lignaggio che dal momento del risveglio ci lega allo stesso destino, alla stessa necessità, quella di guardare alla vita da una prospettiva diversa, la necessità di coltivare giorno per giorno la nostra pratica di accoglienza e accu- dimento. Il chiamare la terra a testimone è il risveglio di una coscienza che avviene in un istante che appartiene all’assoluto ma che testimonia la vicinanza, l’incontro con il corpo di un mondo ferito che ci parla, ci chiama, ci appella. Un mondo che siamo noi.

Stefano Bettera

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Buddhismo Magazine – N.1 – Marzo 2023

Sostenibilità e diritti non sono dogmi né oggetti di fede, poiché nulla è dogma nel Buddhismo, ma tutto è scelta consapevole.
La sostenibilità non è la semplice affermazione formale di un principio, ma è un orizzonte, una scelta, un’opportunità, un impegno di cura.

Sostenibilità e diritti vanno visti nella prospettiva di un insegnamento nella cui ispirazione si approfondisce un modo di stare nel mondo che non risponde alla tendenza del momento, figlia dello smarrimento postmodernista, ma a una prospettiva senza tempo che si traduce in un’ortoprassi che opera per ridurre la fragilità e la ferita causata, oggi ancora di più, da un paradigma sociale insostenibile.
In questa luce va inserita la visione peculiare di un nostro percorso ecologico, che trova linfa in un voto che si compie per salvare ogni forma vivente senza sostituirla con una vita artificiale. La prospettiva è dunque etica e politica, conseguenza di una chiamata al risveglio. Scegliere la sostenibilità non significa solo affermare una generica e formale difesa dei diritti, ma scendere nel concreto. Significa mettere le mani nella terra e tutelarne la forza, le tradizioni. Significa entrare in un dialogo senza ritorno con la condizione di impermanenza che caratterizza ogni vita e interrogarsi su quale sia il confine di uno scientismo ipertecnicista che ambisce invece all’immortalità.

Questa sostenibilità dell’umano e del pianeta richiede di certo una trasformazione
degli atti. Ma, prima ancora, delle intenzioni, dello sguardo sulla realtà e delle parole che usiamo per rendere vivo quel dialogo.

Con l’attenzione al pericolo e alla violenza che ogni visione estrema che dimentica l’uomo e la natura può comportare. Il nostro è un sentiero, una via di mezzo e il prenderci cura nasce nell’appartenenza a una comunità e non a un’anonima collettività. Questa appartenenza ci richiede, come atto primario, proprio l’attuazione gentile e compassionevole di quella compassione che cura, apre al sacro e permette la trasformazione.

IL DIRETTORE: STEFANO BETTERA

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“Esseri senzienti. Le ragioni di una speranza”. L’appuntamento a Milano con Jane Goodall

Jane Goodall: a Milano la celebre etologa e antropologa protagonista dell’incontro “Esseri senzienti. Le ragioni di una speranza”. Giovedì 27 ottobre 2022 ore 11. Centro Congressi della Fondazione Cariplo (via Romagnosi, 8 – Milano).

L’Unione Buddhista Italiana offre un ulteriore contributo al dibattito sul tema della salvaguardia del nostro ecosistema: giovedì 27 ottobre UBI promuove “Esseri senzienti. Le ragioni di una speranza”, un appuntamento dedicato a conoscere alcune realtà internazionali impegnate nella tutela del nostro ecosistema con la straordinaria presenza della dottoressa Jane Goodall, DBE, fondatrice di The Jane Goodall Institute e messaggera della Pace dell’ONU.

Il rapporto di interdipendenza che lega l’uomo alla natura ci impone di costruire sempre nuovi punti: l’impegno verso la conoscenza e la protezione degli scimpanzé e del loro ambiente a cui lavora con costanza Jane Goodall rappresenta la possibilità di salvezza di una specie e il benessere di tutti gli esseri viventi. Analogamente, lo spirito di una mente ecologica vede oltre la separazione: apparteniamo a qualcosa di più grande del nostro ristretto mondo personale e non c’è altra via che vivere collegati a tutto ciò che ci circonda, una via che chiama alla responsabilità del nostro agire, in una dimensione egualitaria tra ogni creatura vivente, con cui condividiamo lo stesso destino.

“Riconoscersi in una relazione di connessione e reciprocità con la Terra, spostare lo sguardo e trasformare una visione antropocentrica in eco-centrica, nel riconoscimento dell’interdipendenza di ogni forma di vita e della sacralità di ciascuna forma di vita”, dichiara Filippo Scianna, Presidente di Unione Buddhista Italiana, “è alla base del nostro agire ed è il sentire che ci accomuna alla straordinaria vita di Jane Goodall e al lavoro del Jane Goodall Institute.”

“Tutto nell’ecosistema è interconnesso; ogni specie vegetale e animale ha un ruolo da svolgere nel bellissimo arazzo vivente. Ogni volta che una specie si estingue localmente è come se si tirasse un filo da quell’arazzo. Se si tirano abbastanza fili, l’arazzo cadrà a brandelli e l’ecosistema crollerà”, afferma Jane Goodall.

La dr.sa Jane Goodall è stata la pioniera dello studio degli scimpanzé, gli esseri viventi più vicini al genere umano: nel 1960, a soli 26 anni, si è avventurata in Tanzania per studiarli da vicino, mostrando al mondo intero che alcuni comportamenti ritenuti fino ad allora un’esclusiva caratteristica dell’uomo siano, in realtà, manifestati anche da questi animali.

Nei cinquant’anni del suo lavoro, la dottoressa Goodall non solo si è dedicata alla necessità di proteggere gli scimpanzé, ma ha anche ridefinito la necessità di includere le esigenze della popolazione locale e l’ambiente nei programmi di conservazione delle specie animali. Nel 1977 ha fondato il Jane Goodall Institute, realtà che sostiene ricerche sul campo, progetti di conservazione concernenti gli scimpanzé e il loro ambiente, e progetti di educazione ambientale e interculturale. La missione dell’Istituto è di promuovere relazioni positive tra uomo, ambiente e animali, promuovendo attività che assicurino il benessere degli animali, sia in natura che in cattività.

Accanto alla celebre etologa e antropologa inglese e al Presidente di Unione Buddhista Italiana, durante la matinée interverranno Daniela De Donno, Presidente di The Jane Goodall Institute Italia, Andrea Morello, Presidente di Sea Shepherd Italia e Angelo Vaira, etologo e zooantropologo.

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Buddhismo magazine – N.3 – Luglio 2022

Karma positivo

Dall’entrata in vigore della Legge sull’Intesa tra l’UBI e lo Stato italiano e molte cose da allora sono cambiate, sia per il nostro Ente che, più in generale, per la realtà del Buddhismo in Italia, oggi più conosciuta, radicata e dialogante con il territorio rispetto ad alcuni anni fa.

Basti pensare che nell’anno 2012 facevano parte dell’Unione Buddhista Italiana 44 Centri (da 35 che erano nel 2000 quando fu firmata la prima Intesa con l’allora Governo D’Alema, 10 in più rispetto al 1991 quando vi fu il riconoscimento come Ente Religioso, a partire dai 9 centri fondatori dell’Associazione nel 1985); oggi l’UBI è costituita da 63 centri che fanno capo, coerentemente con lo spirito inclusivo delle origini, a tutte le tradizioni presenti nel nostro Paese: Theravada, Mahayana nelle sue varianti Chan, Zen, Tendai, Seon, Nichiren, e poi Vajrayana e Interbuddhista. Un simile incremento di adesioni è solo uno degli indici di cambiamento che ci hanno portato a diventare attori di una società che vogliamo contribuire a trasformare nel segno della relazione e della saggezza. L’Intesa ci ha permesso di tutelare i diritti dei praticanti sostenendo il culto e la diffusione del Dharma da una parte; per altro verso ci ha anche permesso di dare concretezza alla filosofia buddhista e ai valori etici in essa contenuti intervenendo fattivamente laddove la sofferenza mostrava i suoi aspetti peggiori: in occasione delle calamità naturali, in soccorso delle vittime di guerra, negli ospedali, nelle carceri, nelle situazioni di disagio, di emarginazione sociale, o quando si è prossimi ad abbandonare la vita terrena, attraverso progetti mirati a formare personale specializzato anche per la cura di coloro che restano.

Tutto ciò è stato reso possibile soprattutto grazie alle risorse economiche di cui l’UBI in precedenza non disponeva e che sono il frutto del gesto gentile di chi ha scelto di darci fiducia attraverso una firma, caricandoci in questo modo di una responsabilità che non abbiamo voluto disattendere e che anzi ci fa da stimolo a migliorare dove è necessario.

Possiamo dire, per usare un termine caro al Buddhismo, che la possibilità di partecipare alla ripartizione dell’otto per mille della quota Irpef (ex art. 19 della Legge n. 245 del 31/12/2012), abbia generato karma positivo creando una rete di rapporti, attraverso il cofinanziamento di progetti umanitari, sociali e culturali in Italia e all’estero, con organizzazioni, onlus, enti no profit, associazioni culturali e di altra natura, potenzialmente fecondi di nuove opportunità di crescita, nell’ottica dell’interdipendenza, principio cardine del nostro modo di intendere la realtà.

Filippo Scianna

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