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Autore: admin

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Verso il Tibet: L’incredibile avventura di Antonio de Andrade (1580-1634)

Immaginate di trovarvi nel Seicento, tra le strade polverose dell’India, circondati da racconti esotici su terre misteriose, montagne invalicabili e regni nascosti. È in questo scenario che il gesuita portoghese Antonio de Andrade, affascinato dai resoconti quasi leggendari dei mercanti di Agra (India), decide di lanciarsi in un’impresa incredibile: raggiungere il Tibet, una terra praticamente inacessibile totalmente sconosciuta agli europei.

Corre l’anno 1624. Mentre il giovane Ngawang Lozang Gyatso si insedia come quinto Dalai Lama, pronto a diventare una figura storica, De Andrade parte alla volta dell’Himalaya, accompagnato da un fratello laico e due servi convertiti.

L’impresa impossibile: dall’India al Tibet

De Andrade e i suoi compagni non avevano mappe dettagliate né l’equipaggiamento per affrontare le insidie dell’Himalaya. Il loro viaggio dal nord dell’India al Tibet fu un’odissea di sofferenze: attraversarono passi montani a oltre 5000 metri di altitudine, con neve, ghiaccio e carenza di ossigeno. L’itinerario prevedeva il passaggio attraverso il regno di Garhwal (nell’attuale Uttarakhand, India) prima di entrare in Tibet, e furono spesso ostacolati da funzionari locali che diffidavano degli stranieri.

La catena dell’Himalaya

Per evitare di destare sospetti, i gesuiti si travestirono da pellegrini indiani, sfruttando il fatto che vi erano già commerci tra l’India e il Tibet. Ma non bastò: lungo il tragitto furono spesso fermati e interrogati, con il rischio di essere rimandati indietro.

Dopo l’incredibile traversata, De Andrade raggiunge finalmente Chaparangua (Tsaparang), la capitale dell’antico regno di Guge.

Un’accoglienza inaspettata

Al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, una volta giunto nel regno di Guge, De Andrade trovò un’accoglienza sorprendentemente calorosa. Il sovrano del Guge, che governava la capitale Chaparangua (Tsaparang), era molto interessato alle novità e al sapere straniero. Nonostante il Tibet fosse legato alla tradizione buddista, il re si mostrò aperto alle idee del cristianesimo e permise ai missionari di diffondere la loro fede.

Le rovine dell’antica capitale Tsaparang

Questa apertura non era casuale: il regno di Guge, in quel periodo, era sotto pressione a causa delle lotte interne e della crescente influenza dei lama del Tibet centrale, che avrebbero poi portato alla sua caduta. Il re sperava forse di ottenere l’appoggio di potenze straniere contro le minacce interne ed esterne.

La sua missione non è solo esplorativa: armato di fede e determinazione, ottenne il permesso di predicare il Vangelo e di costruire luoghi di culto. Tornato ad Agra in India, racconta la sua avventura in una lettera dettagliata che, pubblicata nel 1626 con il titolo Novo Descobrimento do gram Cathayo, o Reinos de Tibet, fa scalpore in Europa.

Gli scritti di Antonio de Andrade

Il gesuita che aveva imparato alcune parole tibetane descrisse in dettaglio i costumi locali. Le sue lettere sono tra le prime descrizioni europee della cultura tibetana, includendo osservazioni su monasteri buddisti, rituali religiosi, lingue e flora e fauna locali.

Il ritorno in Tibet e il fallimento della missione

Non contento della prima impresa, l’anno successivo De Andrade riparte, stavolta in compagnia di altri tre coraggiosi: il sacerdote italiano Adamo De Angelis e i portoghesi Giovanni Oliveira e Faustino Barreiros. Tornano a Chaparangua e fondano la prima missione cristiana in Tibet.

Ma questo esperimento di convivenza non doveva durare a lungo. La tolleranza iniziale del sovrano non fu vista di buon occhio dai monaci buddisti locali, che considerarono i gesuiti una minaccia. Quando il re perse il potere nel 1630 (probabilmente a causa delle pressioni dell’élite religiosa e politica tibetana), la missione cristiana venne brutalmente smantellata. I gesuiti furono costretti a fuggire e il cristianesimo in Tibet terminò.

Nonostante il fallimento della missione, gli scritti di De Andrade rimasero una fonte preziosa di conoscenza sul Tibet per l’Europa del Seicento. Le sue lettere e i suoi resoconti permisero agli studiosi europei di sapere per la prima volta che esisteva un regno buddista oltre l’Himalaya. Le sue osservazioni sugli usi e costumi tibetani sono state poi riprese dagli esploratori successivi.

Dopo le sue straordinarie esplorazioni, il gesuita viene nominato padre provinciale di Goa in India, con la responsabilità di guidare oltre 130 missionari in Asia. Ma il suo destino ha un colpo di scena degno di un romanzo: nel 1634 viene avvelenato da un giovane deciso a impedirgli di testimoniare contro suo padre, accusato di gravi crimini dall’Inquisizione.

Antonio de Andrade non fu solo un missionario, ma un pioniere dell’avventura, uno dei primi europei a varcare le porte del Tibet e a raccontarne i segreti. La sua storia, tra fede, esplorazione e intrighi, sembra uscita da un libro di avventure e a ben vedere, lo è davvero!

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La Befana, simbolo universale

I buddhisti tibetani, il cui cielo mentale è abitato dalle Dakini, sono abituati all’idea di una figura femminile in volo. Se poi vivono in Italia, sin da piccoli sono stati affascinati dalla figura della Befana, una delle più antiche e coinvolgenti tradizioni del nostro folklore.

L’anziana donna, che volando su una scopa appare ogni anno, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, per portare doni ai bambini buoni e carbone ai più dispettosi, spesso descritta come una strega gentile, incarna in realtà l’intersezione di riti millenari, tradizioni cristiane e credenze popolari, configurandosi come un simbolo culturale ricco di significati.

Dal punto di vista antropologico, l’idea della Befana affonda le radici in rituali precristiani legati ai cicli agricoli e cosmici. Nell’antichità, durante i dodici giorni dopo il solstizio d’inverno, avevano luogo festività, come i Saturnali romani o le feste in onore della dea Diana, che celebravano il periodo di transizione e rigenerazione e l’avvento di un nuovo anno agricolo, e che hanno lasciato nella memoria collettiva un solco profondo. La Befana in questo contesto incarna al contempo la fine e la promessa di rinnovamento. Vecchia e a cavallo di una scopa, è una Madre Natura consumata, che si sacrifica per consentire la rinascita primaverile. La scopa stessa, oggetto associato alla pulizia, assume una funzione rituale di purificazione. Nonostante ci possa intimorire, dunque, la vecchia non è affatto maligna, ma custode di un’antica saggezza legata alla terra e ai cicli delle stagioni.

La tradizione si intreccia poi strettamente con figure archetipiche e spirituali del femminile, prime quelle della maga e della sciamana. Nella tradizione “pagana” e nei miti popolari, le streghe e le sciamane erano considerate donne con conoscenze profonde del mondo naturale e delle forze spirituali. Erano guaritrici, interpreti dei segni e mediatrici tra il visibile e l’invisibile, depositarie della qualità intuitiva e della saggezza antica e certamente legate al potere rigenerativo della natura. La Befana ne incarna una versione domestica e rassicurante. A differenza delle streghe malefiche, la sua scopa, simbolo di purezza, è usata non per incantesimi oscuri, ma per spazzare via l’anno vecchio e fare largo al nuovo.

Il 6 di gennaio può quindi essere visto come una celebrazione del femminile, in cui aspetti come la trasformazione, la cura e la saggezza vengono simbolicamente ricordati e onorati.

Con l’avvento del Cristianesimo, molte tradizioni furono assimilate e reinterpretate. La Befana fu associata alla festività dell’Epifania, che ricorda la rivelazione di Gesù ai Re Magi. La leggenda racconta che i Magi, durante il loro viaggio verso Betlemme, chiesero indicazioni a una vecchia donna. Quest’ultima, inizialmente reticente, si pentì e cercò di raggiungerli, recando con sé doni per il neonato Messia. Non riuscendo a trovarlo, distribuì i suoi regali ai bambini che incontrava lungo il cammino. Un tipico esempio di sincretismo culturale, in cui l’icona della Befana, con i suoi tratti precristiani, è reinterpretata per adattarsi ai nuovi valori, in particolare la generosità e la redenzione.

La Befana, nella sua duplice natura di strega e benefattrice, incarnazione della speranza, del cambiamento e della generosità, rappresenta in realtà una figura universale, in grado di volare attraverso i confini delle culture e delle religioni. La sua celebrazione ci ricorda l’importanza delle radici e della magia che si cela nei gesti quotidiani.

Di certo, con il suo sacco di doni e la sua scopa, continuerà a lungo a volare nei cuori degli italiani, portando con sé l’antica saggezza e le promesse del futuro.

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La dimensione del Mantra

Come parole e suoni ci possono trasformare

I mantra, sillabe, parole o frasi ripetute con intenzione e consapevolezza, a voce o mentalmente, spesso al ritmo del respiro, sono parte delle più antiche tradizioni spirituali e pratiche di meditazione. Utilizzati in culture religiose come l’induismo, il buddhismo, il taoismo, i mantra esercitano un potere profondo su chi li utilizza.

Il termine “mantra” deriva dal sanscrito, dove “man” significa “mente” e “tra” si traduce con “strumento”. Insieme, “strumento della mente”. Alcuni dei mantra più noti includono la sillaba “Om”, considerato il suono primordiale del mondo manifesto.

I mantra non sono dunque semplicemente parole o suoni, ma potenti strumenti, la cui forza risiede innanzitutto nel loro effetto vibrazionale sul corpo e sulla mente. L’atto di ripetere un mantra, prima di essere una pratica rituale, ha un impatto materiale, diretto e facilmente sperimentabile da chiunque.

La ripetizione di un suono specifico genera, infatti, un effetto ondulatorio che può influenzare il fisico, entrando in risonanza con le cellule e i tessuti e quindi armonizzando le frequenze energetiche dell’intero organismo. Le onde vibratorie dei mantra sono spesso associate a specifici centri energetici del corpo, o chakra, che essi possono sbloccare e bilanciare.

Sul piano psicologico, i mantra riducono l’ansia e i pensieri disturbanti e aumentano la consapevolezza, canalizzando la mente verso la calma. La loro ripetizione, specialmente in armonia con la respirazione, aiuta a ridurre il “rumore mentale”, favorendo uno stato di concentrazione profonda, essenziale nelle discipline yogiche e meditative.

La scienza ha appena iniziato la sua esplorazione sul funzionamento di queste antichissime formule. Alcuni studi dimostrano già che l’emissione di suoni ripetuti può attivare il sistema parasimpatico, ridurre lo stress, abbassare i livelli di cortisolo e migliorare la variabilità della frequenza cardiaca, quest’ultimo un indicatore della resilienza agli stimoli ambientali.

Nel cammino spirituale guidato da un Maestro, in connessione con la sfera interiore e con uno scopo elevato, i Mantra assurgono a strumenti sacri ed essenziali per la crescita della persona.

Nel buddhismo tibetano la scelta del Mantra appropriato da integrare nella propria pratica quotidiana e il conferimento della relativa autorizzazione alla recitazione, spettano al proprio Maestro. I mantra vengono utilizzati anche per purificare le energie negative e dissolvere i blocchi Karmici che impediscono il progresso spirituale.

Il praticante che desideri poi beneficiare appieno del potenziale del Mantra e gestirne correttamente l’energia, deve ricevere una iniziazione (detta “lung”). Tale trasmissione diretta non è solo un passaggio tecnico, ma un atto sacro che conferisce alla formula il suo pieno potere. I Mantra tibetani non sono infatti semplici suoni o parole efficaci, ma sono considerati chiavi segrete per attivare livelli superiori di consapevolezza ed accedere alle energie sottili dell’universo interiore ed esteriore.

Si ritiene inoltre che i mantra abbiano un effetto non solo individuale ma collettivo, contribuendo ad infondere energia positiva nel mondo e a bilanciare le forze universali.

Affinchè il suono dei mantra abbia la potenza per alterare le frequenze vibrazionali della mente e del corpo, portandole in risonanza con stati superiori di coscienza, il loro utilizzo richiede un triplice coinvolgimento: la recitazione; l’immaginazione, ovvero la visualizzazione di una figura trascendente, un Maestro, una luce, un simbolo sacro; l’intenzione, ovvero una aspirazione elevata, come la compassione, la saggezza o il risveglio.

La capacità dei Mantra di creare una connessione diretta tra il praticante e l’energia rappresentata dalle divinità e dagli Esseri realizzati del presente e del passato, è considerato uno dei più grandi tesori del Buddhismo tibetano, il cui fine ultimo è quello di superare i limiti della mente ordinaria, permettendo all’essere umano di sperimentare la propria natura luminosa.

Il potere segreto dei Mantra risiede dunque nella loro capacità di trasformarci ad ogni livello: fisico, mentale, energetico e spirituale. Sebbene alcuni mantra siano accessibili e recitati in contesti disparati, il loro vero potenziale si manifesta solo attraverso la pratica costante, la giusta intenzione e, secondo la nostra Tradizione, la guida di un Maestro esperto e qualificato. Recitare un Mantra sarà così non solo un rituale, ma l’inizio di un viaggio verso la scoperta del nostro potenziale più alto, di un cammino verso la liberazione e l’unità con il tutto.

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I Benefici del Tai Chi

Il Tai Chi Chuan, semplicemente Tai Chi, è un’antica arte marziale radicata nella filosofia tradizionale cinese, dalla quale si è evoluta in una disciplina fisica oggi molto popolare e praticata in tutto il mondo per i suoi notevoli effetti benefici sul corpo e sulla mente. Spesso è descritto come “meditazione in movimento” per la sua enfasi su gesti lenti e deliberati, eseguiti in modo consapevole.

1. Miglioramento dell’equilibrio e della coordinazione

Uno dei principali benefici fisici del Tai Chi è il miglioramento dell’equilibrio e della coordinazione, grazie ai movimenti lenti e controllati che richiedono ai praticanti di spostare gradualmente il peso mantenendo una postura corretta. Numerosi studi hanno dimostrato che il Tai Chi può essere particolarmente benefico dopo una certa età, poiché aiuta a ridurre il rischio di cadute e migliora la stabilità generale.

2. Riduzione dello stress e chiarezza mentale

Il Tai Chi è anche noto per la sua capacità di ridurre lo stress e promuovere il rilassamento. La pratica utilizza la respirazione profonda, la consapevolezza e la concentrazione sul momento presente, che calmano la mente e riducono l’ansia. La ricerca ha scoperto che la pratica regolare del Tai Chi può abbassare i livelli di cortisolo, l’ormone associato allo stress, portando a un miglioramento dell’umore e del benessere psicologico.

3. Maggiore flessibilità e forza

Sebbene i movimenti del Tai Chi siano delicati e lenti, sono comunque molto efficaci per migliorare la flessibilità e aumentare la forza fisica. La pratica costante aumenta il tono muscolare generale, mentre i gesti continui e fluidi aiutano ad allungare i muscoli e le articolazioni, promuovendo una sempre maggiore ampiezza dei movimenti.

4. Salute cardiovascolare e respiratoria

L’attenzione del Tai Chi sulla respirazione controllata e ritmica può avere un impatto positivo sulla salute cardiovascolare e respiratoria. Sebbene non sia intensa come l’esercizio aerobico, questa disciplina fa lavorare tutto il corpo, attivando la circolazione e il flusso di ossigeno. Gli studi hanno dimostrato che può abbassare la pressione sanguigna, migliorare la funzionalità del cuore e aumentare la capacità polmonare.

5. Sollievo dal dolore cronico

Si è scoperto che il Tai Chi è efficace nella gestione del dolore cronico, in particolare in condizioni come l’artrite e la fibromialgia. La natura delicata e a basso impatto degli esercizi lo rende uno sport adatto alle persone con dolori o rigidità alle articolazioni, poiché aiuta a migliorare la mobilità e a ridurre l’infiammazione, senza sottoporre il corpo a carichi eccessivi. Alcuni studi suggeriscono che il Tai Chi può anche alleviare il dolore lombare.

6. Connessione mente-corpo e pace interiore

Nel profondo, il Tai Chi Chuan enfatizza la connessione tra corpo e mente. L’attenzione deliberata su movimento, postura e respirazione incoraggia i praticanti a diventare più consapevoli del proprio fisico e di come si muove nello spazio. Ciò può favorire un senso di pace interiore e autocontrollo, aiutando a gestire lo stress ed a coltivare un più profondo senso di benessere.

7. Interazione sociale e comunità

Infine, il Tai Chi Chuan è in genere praticato in contesti di gruppo, come parchi, centri associativi e scuole di arti marziali. Ciò offre opportunità di interazione sociale e la formazione di una comunità di appartenenza e supporto. Il senso di cameratismo, amicizia e condivisione che si sviluppa all’interno dei gruppi di allievi è la ciliegina sulla torta dell’esperienza complessiva.

Il Tai Chi Chuan offre dunque un approccio olistico al benessere ed è una pratica preziosa per affrontare le sfide fisiche e mentali della vita moderna.

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La Presenza del Maestro

In diverse tradizioni spirituali il ruolo del Guru – per i buddhisti tibetani il Lama – occupa un posto di immensa importanza. Il termine “guru” in sanscrito significa “dissipatore dell’oscurità”, ovvero colui che guida il ricercatore dall’ignoranza alla conoscenza, dall’illusione alla realizzazione. La parola tibetana “Lama” è tradotta con “Maestro”.

Mentre gli insegnamenti possono essere impartiti in numerosi modi, anche tramite testi scritti, discorsi registrati o mezzi di comunicazione virtuali, l’atto di essere fisicamente alla presenza della persona che abbiamo scelto come guida spirituale offre profondi benefici, che non possono essere replicati tramite le altre forme di apprendimento.

Una delle ragioni per cui è fondamentale la vicinanza fisica ad un individuo realizzato, è la cosiddetta trasmissione diretta. Il vero insegnamento, infatti, non riguarda semplicemente l’acquisizione di informazioni e di pratiche, ma implica una comprensione più profonda, la cui attivazione spesso avviene in modo non verbale. Quando ci si trova in presenza del Guru, può infatti verificarsi una trasmissione energetica a livelli sottili. Un vero Maestro trasmette saggezza e consapevolezza in un modo che libri o video non possono. Questo passaggio diretto dall’insegnante allo studente, che gli indiani chiamano “shaktipat”, è particolarmente importante nella crescita spirituale, perché non avviene a livello intellettuale ma si basa sulla esperienza: gli allievi riferiscono di provare un profondo senso di pace, maggiore chiarezza mentale o di sperimentare realizzazioni spontanee e cambiamenti nella percezione o nella coscienza. Tutte trasformazioni che richiederebbero molto più tempo per essere coltivate praticando da soli.

Un altro aspetto significativo dell’essere con un Maestro di persona è l’opportunità di una guida diretta e non standardizzata. La crescita spirituale è un viaggio assolutamente personale e, mentre gli insegnamenti generalizzati forniscono una base, i singoli individui hanno spesso ostacoli, punti di forza e influenze karmiche che richiedono un’attenzione specifica. Il Maestro sa affrontare e risolvere i dubbi, le sfide o i blocchi emotivi che lo studente potrebbe incontrare. Se fisicamente presente può osservare queste caratteristiche e offrire una guida su misura, che accelera il progresso del praticante.

Essere in presenza di un realizzato offre anche l’opportunità di far parte di un insieme di ricercatori con idee simili, in sanscrito “satsang”, che significa “associazione con la verità”, ovvero di essere membri della comunità che si forma attorno alla sua figura. L’energia collettiva del gruppo, combinata con la presenza della Guida spirituale, crea una potente atmosfera. Questo sistema collettivo può agire da catalizzatore per lo sviluppo della persona, supportata non solo dal Maestro ma anche dai compagni che hanno intrapreso lo stesso cammino. In questo ambiente sacro, le domande sorgono organicamente e spesso le risposte fornite ad una persona risuonano con il resto dei presenti. Apprendimento, devozione e umiltà condivisi accelerano il raggiungimento dei traguardi, mentre vedere i progressi e le lotte degli altri può ispirare e incoraggiare alla perseveranza.

La guida del Maestro può arrivare attraverso la conversazione, in cui l’allievo riceve consigli pratici e applicabili che si allineano con il suo attuale stadio di sviluppo, ma anche nel silenzio o persino attraverso le azioni, ovvero mentre lo studente impara osservando la vita quotidiana del suo insegnante.

In base alla tradizione, il Lama è visto non solo come un insegnante, ma come la manifestazione vivente degli insegnamenti. Egli serve come promemoria dello stato che il praticante deve aspirare a raggiungere, ricordandogli le qualità che desidera coltivare, come compassione, pazienza, saggezza e umiltà. Osservare il modo in cui il Maestro interagisce con il mondo, sia nei momenti più formali degli insegnamenti e delle cerimonie, che durante i semplici atti della vita quotidiana, fornisce un modello su come integrare la spiritualità nella vita materiale. Questo apprendimento incarnato è difficile da replicare in forma scritta o registrata. È l’esempio vissuto delle azioni, dei pensieri e della presenza del Maestro che può avere l’impatto più profondo su una persona.

Inoltre, sarà più facile che egli fornisca un riscontro immediato sulla pratica, identificando le aree in cui è necessario progredire e indicando i punti ciechi di cui lo studente potrebbe non essere a conoscenza. Questo feedback in tempo reale è prezioso per coloro che prendono sul serio la propria evoluzione nel breve tempo di una vita, poiché aiuta a prevenire la stagnazione e mantiene il ricercatore sulla strada giusta.

La costante vicinanza della guida spirituale favorisce infine disciplina e responsabilità. È facile, specialmente nel mondo odierno, perdere la concentrazione quando siamo lasciati completamente a noi stessi. Il contatto regolare con il Maestro ci mantiene ancorati al sentiero e allineati con le nostre aspirazioni più elevate.

La sua presenza ci offre dunque opportunità senza pari. Sta a noi saperle cogliere.

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Il Monastero, mondo aperto

Il monastero buddhista nell’immaginario collettivo appare una istituzione isolata e chiusa. Invece è un microcosmo che riflette perfettamente l’ampia realtà che lo circonda. Anche se posto in contesti naturali remoti e appartati, è un “mondo aperto” sia dal punto di vista spirituale che sociale, un ponte tra la vita meditativa e laica, un luogo di connessione interculturale, di pratica ecologica e di accoglienza della diversità.

Anzitutto sito di rifugio e di meditazione, il monastero consente di addestrarsi nella spiritualità. Ma questo viaggio interiore non è una fuga. Nel monastero si apprende che la pratica interiore non è mai sconnessa dalla esistenza esteriore, anzi ne è parte integrante. L’interdipendenza di tutti i fenomeni e l’esercizio della compassione collegano indissolubilmente il buddhista ad ogni cosa e a tutti gli esseri, ogni giorno della sua vita.

I monaci solo apparentemente scelgono di stare fuori dal mondo; invece, si impegnano e partecipano attivamente al bene dell’umanità, non solo attraverso i frutti delle discipline meditative e della preghiera, ma nella pratica tutta del buddhismo, che è azione. Essi sono attenti osservatori della società e partecipi apportatori di cambiamento positivo.

I monasteri nascono come luoghi di apprendimento, in cui i religiosi ed oggi anche i semplici praticanti e visitatori possono studiare e ricevere insegnamenti. Il crescente interesse occidentale per il buddhismo e la meditazione ha portato diversi centri monastici a diventare veri e propri spazi multiculturali. La vocazione educativa coniugata con l’assenza sostanziale di dogmatismo nell’approccio dottrinale, aprono di fatto il monastero buddhista alla società circostante, facendone un luogo elettivo per l’incontro e il dialogo tra differenti tradizioni spirituali, in cui visioni alternative possono dialogare e coesistere pacificamente, nell’apprezzamento della diversità.

Che è anche bio-diversità. In genere il locus monastico si integra nel paesaggio naturale senza alterarlo in modo significativo, anzi valorizzando l’ambiente e avendo cura degli esseri che lo abitano. L’amorevole gentilezza, cardine della dottrina, si rivolge anche al pianeta e molti monasteri fungono da esempi, vivendo secondo il principio della non violenza (ahimsa) e limitando l’impronta ecologica. L’alimentazione, spesso vegetariana o vegana, l’uso consapevole delle risorse e la gestione responsabile dei rifiuti sono diffuse, testimoniando un rapporto con l’ambiente visto come soggetto amico e ricchezza universale.

In questo senso il monastero buddhista ispira uno stile di vita più sostenibile, diventando modello di un’esistenza umana in equilibrio con tutto ciò che è.

Di fatto esso sviluppa una forte interazione con il tessuto sociale. La pratica dell’offerta generosa (dana) si concretizza nel supporto reciproco tra monaci e comunità laica. I primi dipendono dalle donazioni per vivere, mentre in cambio offrono sostegno morale e psicologico, supporto economico e sociale per i bisognosi, percorsi di crescita spirituale. Questa reciprocità crea un legame profondo con la gente. Così, il monastero è visto come la casa di tutti, accogliente e sempre accessibile a chiunque senta il bisogno di rifugio e aiuto.

Il monastero buddhista, quindi, non luogo separato ma microcosmo che, incarnando principi universali come l’amore, la compassione, l’interdipendenza, il rispetto per il pianeta e la condivisione, diviene quel “mondo aperto” in cui la vita religiosa incontra quella laica e il pensiero orientale si unisce con altre culture. Esso non solo riflette, ma amplifica la realtà, dimostrando come la spiritualità possa fiorire all’interno della società e in connessione con essa. In questo modo, il monastero buddhista rappresenta una sfida ai concetti di isolamento e separazione, diventando un ponte tra interiore ed esteriore, un modello di armonia, tolleranza e apertura verso la vita in tutte le sue forme.

Nella foto Il complesso monastico di Lamayuru (Ladakh)

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Kathmandu e la Kumari (prima parte)

Nepal, il viaggio che tutti sognano e prima o poi faranno.

Dopo il lusso onnipotente del Qatar, scalo obbligato, con le sue vetrine da milioni di euro, sospinti da un condizionamento polare capace di insinuarsi sotto i voluttuosi plaid della linea aerea, l’attesa per i bagagli a Kathmandu, con la solita ressa di carrelli unticci e un unico nastro per dieci voli, è quasi un sollievo.

L’aeroporto, mi fanno notare i veterani, è cresciuto. Un tempo era praticamente una grossa tenda, la gente si sedeva in terra. Chissà perché non sono così contenta di sentirlo.

E comunque via, per le strade multicolori della capitale, su un pulmino dove mi prendo dieci morsi da un insetto invisibile. Anche Kathmandu si è sviluppata, copiando il peggio dall’occidente, ce ne accorgiamo subito. Un numero simile di macchine e moto non si era mai visto. Con il Governo che sussidia l’acquisto, ora ogni nepalese ha almeno un motorino, mentre le bici sono praticamente estinte. Fa milioni di persone in movimento perpetuo, che ti vengono addosso come in Inghilterra, dal lato sbagliato della strada, guidando dal lato sbagliato della macchina, e seguendo traiettorie intrecciate con folli velocità, per fermarsi in extremis a sfioro di mezzi e passanti. Il mio DNA un po’ napoletano mi protegge, gli altri sono increduli.

Risultato? In una manciata di anni la capitale ha conquistato il poco invidiabile primato di città più inquinata del mondo e a me, che ho i polmoni fragili, viene un febbrone da cavallo.

Quando riemergo visitiamo i posti del cuore. Meno male che sono ancora lì.

I Monasteri solenni e variopinti, i sorrisi dei giovani monaci, le cerimonie millenarie dall’energia che non puoi dire in parole, i templi, l’architettura splendida dei siti UNESCO, ricomposta mirabilmente – in meno di dieci anni – dopo il tremendo terremoto.

E ovunque commercianti nati, con la loro paccottiglia turistica, mescolati con certi artigiani della pietra, del legno, dei preziosi, da fare impallidire la Terra di Mezzo.

Alla fine di un viaggio c’è sempre un viaggio da ricominciare, diceva De Gregori.

Capita poi che la gemma che ti porti a casa sia del tutto inaspettata.

Nella piazza di Durbar Square, nel centro storico di Kathmandu, c’è un palazzo chiamato Kumari Ghar. Da fuori assomiglia alle dimore dei sovrani nelle città d’arte del Nepal, con i suoi muri di mattoni e le file di finestre ricamate nel legno. Rigorosamente chiuse. Perché nelle stanze più protette e riccamente addobbate, ci vive una divinità.

La dea vivente chiamata Kumari, manifestazione di Taleju o Durga, al centro di una venerazione profonda in tutto il Nepal buddhista ed anche induista, ma particolarmente nella comunità Newar della valle di Kathmandu. Ed è una bambina.

Consegnata dai genitori dopo il suo riconoscimento, vive reclusa nel palazzo, servita come una regina, affacciandosi o uscendone solo nell’occasione di importanti cerimonie e alla fine della sua esistenza divina quando, raggiunta l’età dello sviluppo, potrà tornare nel mondo dei mortali, lasciando il posto ad una nuova bimba.

(Continua nel numero di novembre)

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