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Tag: Tibet

Alexander Csoma de Kőrös: il viandante delle lingue e dello spirito

Novantuno anni dopo la sua morte, nel 1933, Alexander Csoma de Koros venne riconosciuto come bodhisattva. Era stato colui che “aveva aperto il cuore dell’Occidente agli insegnamenti del Buddha”. Una statua che lo raffigura nell’ampia veste dei monaci ancora oggi lo ricorda all’interno del santuario dell’Università buddhista di Tokyo.

Nato nel 1784 a Koros, in Ungheria da una povera famiglia di ascendenza sicula (gruppo etnico di lingua ungherese prevalentemente stanziato in Transilvania) dopo i primi studi nella scuola del villaggio, a quindici anni si iscrive al Bethlen Collegium di Nagyenyed dove l’istruzione era garantita in cambio del lavoro manuale richiesto agli allievi.

In seguito, presso l’università di Gottinga, studia lingue orientali arrivando a padroneggiare ben 13 idiomi. Vocazione poliglotta che trovò conferma negli anni successivi a Calcutta dove fu ben presto in grado di padroneggiare il bengali, il marathi e il sanscrito.

Alla Ricerca delle Origini Magiare

All’inizio del diciannovesimo secolo era diffusa in Ungheria la teoria, abbastanza fantasiosa, che le origini delle stirpi magiare, o almeno di una parte di esse, fossero da ricercare nel cuore dell’Asia. Fu proprio la suggestione derivante da questa teoria a convincere Csoma che fosse necessario approfondire lo studio della cultura orientale, come primo passo necessario per verificarne l’esattezza.

Il periodo di studi trascorso a Gottinga, garantito da una borsa di studio offerta dalla Chiesa Protestante Inglese e condotto sotto la guida dei migliori specialisti di lingue orientali, era stato fondamentale per la formazione dello studioso.

Determinato a raggiungere le regioni dell’Asia Centrale attraverso l’Impero Russo e ottenuta una modesta sovvenzione di 200 fiorini, nell’autunno del 1819 parte alla volta dell’oriente. In Grecia si imbarca su una piccola nave mercantile diretta in Egitto, raggiunge quindi Aleppo, prosegue per Baghdad e, travestito da armeno, fino alla città di Teheran dove l’ambasciatore inglese gli assegna la somma di 300 rupie.

Si dirige poi verso l’Afghanistan determinato a raggiungere le regioni dell’Asia centrale attraverso il Kashmir e superando i passi del Karakorum. Le poche risorse a sua disposizione e le oggettive difficoltà del percorso lo costringono però a fermarsi a Leh dove comprende che è necessario trovare un percorso alternativo.

L’incontro con l’esploratore inglese Moorcroft

Ripercorre dunque la strada che attraversa il Kashmir e incontra, nel luglio del 1822, il famoso esploratore e agente del governo inglese William Moorcroft. Impressionato dal coraggio e dalle doti intellettuali di Csoma e consapevole del prezioso contributo che avrebbe potuto garantire al Governatorato Inglese delle Indie, Moorcroft gli propone di far ritorno in Ladak per studiare la lingua tibetana e compilarne una grammatica e un dizionario. Csoma accetta, convinto di poter rintracciare possibili parentele tra il natio idioma magiaro e la lingua tibetana.

Vita ascetica e contributi scientifici

Chiarito un primo (altri ne seguiranno) malinteso con le autorità, che lo avevano sospettato di spionaggio, e annunciato dalla richiesta formale di Moorcroft alle autorità locali di Yangla, raggiunge la valle dello Zanskar. Vi arriva passando per Leh, una delle zone più fredde e inospitali del pianeta.

Qui si stabilisce in un monastero e vi soggiorna per più di un anno dove abita in una piccola residenza di pietra, priva di riscaldamento. Adotta da subito quella condotta ascetica e rigorosa che conserverà per tutta l’esistenza.

Qui, sotto la guida di un lama locale, studia la lingua e getta le basi per la compilazione di opere fondamentali quali la grammatica della lingua tibetana pubblicata poi a Calcutta nel 1834. Ben presto la padronanza della lingua locale è tale da consentirgli la lettura delle due più grandiose opere della teologia tibetana, il Kangyur e il Tengyur.

Studi interrotti e riconoscimenti tardivi

Durante il periodo trascorso tra le nevi e gli altopiani del Tibet, Csoma raccoglie più di 40.000 opere tibetane tra testi, iscrizioni e testimonianze scritte, opere che saranno oggetto dei suoi studi condotti con il fondamentale aiuto del suo maestro tibetano durante il soggiorno a Kanun tra il 1827 e il 1830.

I lunghi soggiorni di studio insospettiscono tuttavia le autorità locali che lo individuano come possibile spia inglese e impongono al suo maestro tibetano di interrompere la collaborazione con lo studioso occidentale.

Al suo ritorno a Sabathu (Himachal Pradesh), una nuova delusione: le autorità inglesi, che inizialmente avevano sostenuto e finanziato i suoi studi, si dichiarano non più interessate al progetto dato che, nel frattempo erano stati ritrovati i manoscritti di una grammatica tibetana compilata da un missionario tedesco e che si credeva perduta.

Ben presto, tuttavia, i limiti di questi studi emersero con chiarezza e gli inglesi furono costretti a rivedere le proprie posizioni e a richiamare Csoma. Nel 1836 organizza una spedizione nelle zone inesplorate dell’India del nord per studiare i dialetti locali; l’anno successivo accetta l’incarico di bibliotecario presso l’Asiatic Society of Bengal che già nel1833 lo aveva accolto come membro onorario.

L’ultimo viaggio e l’eredità

L’antico sogno di raggiungere il cuore dell’Asia era però tornato nel frattempo a riprendere forza. Csoma così, ormai cinquantotenne, nel 1842 riprende il cammino con il proposito di attraversare il Tibet per proseguire poi verso nord.

Sfortunatamente, mentre attraversa le paludi del Terai nepalese, contrae la malaria e trova la morte l’11 aprile 1842 a Darjeleling, al confine tra India e Tibet dove riposa.

Le parole incise nella targa commemorativa ci ricordano per sempre “un povero, solitario ungherese, senza sostegno o denaro che cercò la patria ungherese, ma alla fine crollò sotto il peso dell’impresa”.

Molti anni dopo, nel 1984, due delle sue principali opere Grammar of the Tibetan Language e Sanskrit-Tibetan-English Vocabulary: being an edition and translation of the Mahāvyutpatti furono finalmente pubblicate anche in occidente a sancirne il fondamentale contributo alla conoscenza della cultura tibetana.

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George Bogle: un giovane scozzese alla scoperta del Tibet (1746-1781)

Nella seconda metà del XVIII secolo, la Compagnia delle Indie Orientali aveva consolidato il proprio predominio sui traffici commerciali nel subcontinente indiano, in Birmania, Singapore e Hong Kong. Fondata nel 1600 per volontà della regina Elisabetta I, grazie a una patente reale che le conferiva il monopolio commerciale, la Compagnia divenne in pochi decenni la più potente impresa dell’epoca. Estese la sua influenza anche ai settori militari e organizzativi dell’Impero britannico, fino a raggiungere una vera e propria sovranità territoriale.

L’arrivo di George Bogle in India

Nel 1770, George Bogle arrivò a Calcutta a 24 anni. Era nato nel 1746, secondo figlio di una famiglia della piccola nobiltà scozzese. Il padre, ricco mercante, aveva forti interessi nel commercio del tabacco. Dopo un periodo di studi e apprendistato sotto la guida del fratello, grazie ai contatti familiari ottenne un incarico presso la Compagnia delle Indie Orientali.

Al suo arrivo, Calcutta era il centro del potere britannico in India. Il paese era duramente colpito dagli effetti della catastrofica carestia del Bengala, che causò la morte di oltre dieci milioni di persone. Secondo gli storici, una delle principali cause della tragedia furono proprio le politiche economiche della Compagnia, incentrate sullo sfruttamento delle risorse e sulla massimizzazione dei profitti.

L’ascesa di Bogle e la missione in Tibet

Bogle si fece presto notare per il suo carattere vivace e le capacità organizzative. In poco tempo ottenne incarichi di rilievo e divenne segretario personale di Warren Hastings, governatore generale della Compagnia. Nel 1774, Hastings gli affidò una missione per esplorare i territori sconosciuti a nord del Bengala.

Nel 1773, il raja di Cooch Behar aveva chiesto l’intervento britannico contro un’invasione guidata da Zhidar, sovrano del Buthan. In cambio del riconoscimento della sovranità britannica sul regno, Hastings inviò truppe che respinsero gli invasori. Zhidar fu deposto a causa del malcontento popolare e delle sue relazioni sospette con la dinastia Qing. Al suo posto fu insediato un sovrano più favorevole ai rapporti con l’Impero britannico.

Questa situazione incoraggiò Hastings a promuovere la missione non solo per motivi geografici e scientifici, ma soprattutto per aprire una via commerciale con il Tibet.

Gli obiettivi della spedizione

Nella lettera di incarico, Hastings scriveva che l’obiettivo era “avviare una relazione commerciale reciproca e paritaria tra gli abitanti del Buthan (Tibet) e del Bengala”, valutando le merci da scambiare e lo stato delle strade verso Lhasa e i territori confinanti.

La spedizione includeva anche il medico militare Alexander Hamilton e un emissario del Panchen Lama. Nonostante le difficoltà iniziali, legate all’instabilità politica e all’opposizione cinese, Bogle riuscì a raggiungere il Tibet. Fu ricevuto da Lobsang Palden Yeshe, sesto Panchen Lama e allora governatore del paese.

L’incontro con il Panchen Lama

L’evento fu immortalato in un celebre dipinto di Tilly Kettle, che ritrae Bogle in abiti buthanesi mentre porge una sciarpa cerimoniale al Panchen Lama. Il quadro, datato 1775, celebra l’accordo commerciale siglato tra la Compagnia e le autorità tibetane.

Durante i sei mesi trascorsi a Shigatze, Bogle studiò a fondo la cultura e la politica tibetana. Nei suoi scritti descrisse il paese come un luogo idilliaco e quasi magico, anticipando nell’immaginario occidentale il mito di Shangri-La. Secondo alcuni studiosi, le sue vicende ispirarono Rudyard Kipling per il romanzo Kim.

L’eredità della missione

La missione fu comunque un punto di svolta per i rapporti commerciali tra la Compagnia e il Tibet. Il suo resoconto, pubblicato da Clement R. Markham nel 1876 con il titolo Narratives of the Mission of George Bogle to Tibet, and of the Journey of Thomas Manning to Lhasa, contiene i diari di viaggio di Bogle e un’analisi dettagliata degli aspetti politici, culturali e ambientali del territorio.

Tornato in India, per esaudire una richiesta del Panchen Lama, Bogle fece costruire un tempio buddista sulle rive del Gange, destinato ai monaci locali. Morì a Calcutta nel 1781, a soli 35 anni, probabilmente a causa del colera, e fu sepolto nel South Park Street Cemetery della città.

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Verso il Tibet: L’incredibile avventura di Antonio de Andrade (1580-1634)

Immaginate di trovarvi nel Seicento, tra le strade polverose dell’India, circondati da racconti esotici su terre misteriose, montagne invalicabili e regni nascosti. È in questo scenario che il gesuita portoghese Antonio de Andrade, affascinato dai resoconti quasi leggendari dei mercanti di Agra (India), decide di lanciarsi in un’impresa incredibile: raggiungere il Tibet, una terra praticamente inacessibile totalmente sconosciuta agli europei.

Corre l’anno 1624. Mentre il giovane Ngawang Lozang Gyatso si insedia come quinto Dalai Lama, pronto a diventare una figura storica, De Andrade parte alla volta dell’Himalaya, accompagnato da un fratello laico e due servi convertiti.

L’impresa impossibile: dall’India al Tibet

De Andrade e i suoi compagni non avevano mappe dettagliate né l’equipaggiamento per affrontare le insidie dell’Himalaya. Il loro viaggio dal nord dell’India al Tibet fu un’odissea di sofferenze: attraversarono passi montani a oltre 5000 metri di altitudine, con neve, ghiaccio e carenza di ossigeno. L’itinerario prevedeva il passaggio attraverso il regno di Garhwal (nell’attuale Uttarakhand, India) prima di entrare in Tibet, e furono spesso ostacolati da funzionari locali che diffidavano degli stranieri.

La catena dell’Himalaya

Per evitare di destare sospetti, i gesuiti si travestirono da pellegrini indiani, sfruttando il fatto che vi erano già commerci tra l’India e il Tibet. Ma non bastò: lungo il tragitto furono spesso fermati e interrogati, con il rischio di essere rimandati indietro.

Dopo l’incredibile traversata, De Andrade raggiunge finalmente Chaparangua (Tsaparang), la capitale dell’antico regno di Guge.

Un’accoglienza inaspettata

Al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, una volta giunto nel regno di Guge, De Andrade trovò un’accoglienza sorprendentemente calorosa. Il sovrano del Guge, che governava la capitale Chaparangua (Tsaparang), era molto interessato alle novità e al sapere straniero. Nonostante il Tibet fosse legato alla tradizione buddista, il re si mostrò aperto alle idee del cristianesimo e permise ai missionari di diffondere la loro fede.

Le rovine dell’antica capitale Tsaparang

Questa apertura non era casuale: il regno di Guge, in quel periodo, era sotto pressione a causa delle lotte interne e della crescente influenza dei lama del Tibet centrale, che avrebbero poi portato alla sua caduta. Il re sperava forse di ottenere l’appoggio di potenze straniere contro le minacce interne ed esterne.

La sua missione non è solo esplorativa: armato di fede e determinazione, ottenne il permesso di predicare il Vangelo e di costruire luoghi di culto. Tornato ad Agra in India, racconta la sua avventura in una lettera dettagliata che, pubblicata nel 1626 con il titolo Novo Descobrimento do gram Cathayo, o Reinos de Tibet, fa scalpore in Europa.

Gli scritti di Antonio de Andrade

Il gesuita che aveva imparato alcune parole tibetane descrisse in dettaglio i costumi locali. Le sue lettere sono tra le prime descrizioni europee della cultura tibetana, includendo osservazioni su monasteri buddisti, rituali religiosi, lingue e flora e fauna locali.

Il ritorno in Tibet e il fallimento della missione

Non contento della prima impresa, l’anno successivo De Andrade riparte, stavolta in compagnia di altri tre coraggiosi: il sacerdote italiano Adamo De Angelis e i portoghesi Giovanni Oliveira e Faustino Barreiros. Tornano a Chaparangua e fondano la prima missione cristiana in Tibet.

Ma questo esperimento di convivenza non doveva durare a lungo. La tolleranza iniziale del sovrano non fu vista di buon occhio dai monaci buddisti locali, che considerarono i gesuiti una minaccia. Quando il re perse il potere nel 1630 (probabilmente a causa delle pressioni dell’élite religiosa e politica tibetana), la missione cristiana venne brutalmente smantellata. I gesuiti furono costretti a fuggire e il cristianesimo in Tibet terminò.

Nonostante il fallimento della missione, gli scritti di De Andrade rimasero una fonte preziosa di conoscenza sul Tibet per l’Europa del Seicento. Le sue lettere e i suoi resoconti permisero agli studiosi europei di sapere per la prima volta che esisteva un regno buddista oltre l’Himalaya. Le sue osservazioni sugli usi e costumi tibetani sono state poi riprese dagli esploratori successivi.

Dopo le sue straordinarie esplorazioni, il gesuita viene nominato padre provinciale di Goa in India, con la responsabilità di guidare oltre 130 missionari in Asia. Ma il suo destino ha un colpo di scena degno di un romanzo: nel 1634 viene avvelenato da un giovane deciso a impedirgli di testimoniare contro suo padre, accusato di gravi crimini dall’Inquisizione.

Antonio de Andrade non fu solo un missionario, ma un pioniere dell’avventura, uno dei primi europei a varcare le porte del Tibet e a raccontarne i segreti. La sua storia, tra fede, esplorazione e intrighi, sembra uscita da un libro di avventure e a ben vedere, lo è davvero!

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Tulku, il ritorno dei maestri e l’occidente

Fino a quando esisterà lo spazio

E continueranno gli esseri senzienti,

Possa anche io rimanere,

Per scacciare la miseria del mondo.

SHANTIDEVA, La via del Bodhisattva

L’appellativo di Tulku, basato sulla convinzione che Maestri dalle grandi realizzazioni spirituali, mossi dall’altruismo e dalla compassione, rinascano più volte in diverse forme umane per aiutare gli esseri senzienti a liberarsi dal giogo della sofferenza – e possano essere ritrovati – emerge in Tibet attorno al XII° secolo, dando luogo a molteplici lignaggi, maggiori e minori: tra i più conosciuti ed eminenti quelli del Dalai Lama e del Karmapa.

Con il diffondersi del Buddhismo in occidente, emanazioni di figure religiose sono state riconosciute anche oltre i confini geografici della società tibetana.

Così è stato per il Venerabile Lama Paljin Tulku Rinpoce. Sono passati quasi trent’anni da quel 14 luglio 1995, quando i Monaci del Monastero di Lamayuru in Ladakh, all’ombra solenne delle vette Himalayane, si riunirono per accogliere Arnaldo Graglia quale reincarnazione di Je Paljin, uno yogin vissuto nel XVII secolo nella regione, ancora oggi ricordato come Drubwang o grande Siddha realizzato. “Egli è nuovamente tra noi,” – affermarono – “in questa sala.” Il primo italiano ad essere formalmente riconosciuto come il ritorno di un Maestro del Buddhismo tibetano. Il resto è storia, della quale molti tra i Lettori sono testimoni devoti.

L’intera esistenza del Ven. Lama Paljin prova che non solo una integrazione tra oriente e occidente è possibile, ma che da essa può generarsi un motore propulsivo del Buddhismo e della spiritualità in questo millennio.

Per alcuni Tulku occidentali, invece, vivere la propria identità sospesa tra ieri ed oggi e trovare la propria strada sono state una sfida. Comprensibilmente.

Immaginiamoci la scena. Un giorno, in una casa come tante altre, genitori come tanti altri si trovano a fronteggiare la notizia che il proprio bambino come tanti altri non è, anzi sarebbe la reincarnazione di un eminente religioso del passato. Le famiglie tibetane esplodono di gioia, celebrano ed onorano il rango del piccolo e trovano nella propria fede la forza necessaria per impacchettare il frugoletto ed inviarlo ad insediarsi e studiare in un Monastero lontanissimo, sotto le amorevoli cure di un Monaco tutore, che gli sarà padre e madre negli anni della formazione.

Ma supponiamo che il figlio sia nostro: chi tra noi non mostrerà qualche perplessità, almeno iniziale? Naturalmente ci sono gli oracoli, le visioni, i ricordi emersi, le prove fatte con oggetti e situazioni della precedente identità che il candidato deve riconoscere. Ma anche riuscendo ad accettare come vera una storia che ci richiede di cambiare il modo stesso in cui pensiamo alla vita, ci chiederemo sgomenti “E ora?”. È il caso cinematografico del bambino americano Jesse nel celebrato capolavoro “Piccolo Buddha” di Bernardo Bertolucci.

E ci sono i casi reali di diversi occidentali, nati in particolare tra gli anni ‘70 e ’80 e ufficialmente riconosciuti come Tulku, a testimoniare un percorso non sempre lineare.

Prendiamo per esempio Elijah Ary. Sembra il tipico bambino canadese, unica peculiarità il fatto che i genitori gestiscono un centro di meditazione. Dove un giorno ricevono un visitatore venuto da lontano, il Monaco Khensur Pema Gyaltsen. Quasi immediatamente il piccolo di soli quattro anni si mette a parlare con lui, facendo nomi di gente e descrivendo luoghi nella regione Himalayana, che ovviamente non ha mai visto. Per i genitori è soltanto immaginazione, ma il Monaco conosce una ad una le persone nominate. Presto arriva una lettera, indirizzata alla coppia, che dice, in sostanza, avete il nostro Maestro, Geshe Jatze, deceduto nel 1950, vi preghiamo di restituircelo al più presto.

La risposta è no, il piccolo resta a casa sua. Ma diviene ben presto evidente che crescendo si senta fuori posto. Un giorno a scuola disegna il palazzo Potala di Lhasa in tutti i dettagli. Quando i compagni gli chiedono se ci sia mai stato risponde “Non in questa vita”. Così a 14 anni finalmente parte alla volta del Sera Monastery in India. Al principio, come testimonia sua mamma, è “come ributtare un pesce in acqua”. Ma la sua mentalità entra presto in conflitto con le rigide regole e la sottile etichetta del Monastero. Non resiste. Tornato in Canada e dopo altre vicissitudini, seguendo un consiglio ricevuto dal Dalai Lama, diventerà infine uno psicoterapeuta.

Che senso ha tutto questo? Perché dunque i Tulku farebbero la loro apparizione dalle nostre parti? Per il praticante buddhista, che conosce il significato della parola bodhisattva, il motivo è ovvio: chi ritorna lo fa per aiutare. Altrettanto chiaro, però. è che questo compito nella società moderna non sarà semplice.

La tradizione dei Tulku è estremamente importante nel Buddhismo tibetano e tale resterà. Ma essa è intimamente dipendente da quella profonda cultura religiosa, che diviene trama del tessuto sociale tibetano. Perché fioriscano le incarnazioni mistiche, in poche parole, ci vogliono i Monasteri ed un universo intero che ruoti attorno ad essi. L’ovest del pianeta non sembra intimamente né materialmente attrezzato per riconoscere figure spirituali di questo calibro, per comprenderle sino in fondo, per aiutarle nel loro lavoro su questa Terra. Così per un occidentale che riceva una simile chiamata la scelta rischia di essere dura: alienarsi il proprio mondo e vivere come un Lama tibetano; oppure restare nella cosiddetta società civile, testimoniare il Dharma in modo diverso, ma in questo porsi dolorosamente in contrasto con una tradizione millenaria.

La sfida è aperta: può l’Occidente, con la sua visione superficiale e strumentale della spiritualità, accogliere la realtà straordinaria dei Tulku?

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