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Tag: Rinpoche

Dare e prendere: la sofferenza della sconfitta

Nella foto il Ven. Maestro Chamtrul Rinpoche Lobsang Gyatso, che darà insegnamenti sulla Pratica tibetana del Tonglen il prossimo 22 settembre al Mandala Samten Ling.

Il Tonglen, che dal tibetano si traduce “il dare e il prendere”, è una antica pratica di meditazione e componente chiave del Lojong, l’addestramento mentale del praticante buddhista.

I suoi obiettivi, coltivare la compassione e trasformare la sofferenza, sia personale che collettiva, in un sentiero verso il risveglio spirituale, ne fanno una tecnica conosciuta ed apprezzata anche nel mondo laico.

Il Tonglen ci dice che sul sentiero verso bodhicitta, il cuore-mente altruista, che aspira al raggiungimento del risveglio non per sé ma a beneficio di tutti gli esseri, coltivare la compassione è essenziale. La specifica pratica meditativa unisce visualizzazioni e tecniche di respirazione che consentono al praticante di generare energia positiva e luminosa e di farne dono.

Un insegnamento mantenuto segreto per centinaia di anni, perché la sua apparente semplicità non inducesse il soggetto inesperto a sottovalutarne il grande potere trasformativo. Il Tonglen è in effetti alla portata di tutti, ma soltanto attraverso la trasmissione da parte di un Maestro qualificato sviluppa il suo pieno potenziale.

Il praticante, nel riconoscere la sofferenza dell’altro come la propria, esercita le sue capacità empatiche e sviluppa la compassione. In questo modo muove il focus dalle preoccupazioni personali verso una connessione profonda e sincera con gli altri esseri.

La sofferenza egoistica diventa così un catalizzatore di crescita spirituale e il soggetto allenato cambia la propria visione delle sfide o avversità della vita, che diventano occasioni per esercitare la forza e la resilienza interiori.

La pratica regolare del Tonglen allenta la presa dell’ego e cambia la nostra visione delle priorità dell’esistenza, che con naturalezza si spostano dai desideri e dalle paure del singolo verso il benessere di tutti.

Si tratta quindi di un potente strumento di regolazione emozionale, in grado di spezzare il ciclo dei pensieri perturbanti e regalare uno stato della mente equilibrato e pacifico a chiunque lo utilizzi.

Il praticante buddhista in particolare, secondo la propria Tradizione, ottiene un potente mezzo per l’accumulo di meriti e la purificazione dal karma negativo, essenziali per il progresso sul cammino spirituale. A seguito dell’introduzione del Lojong in Tibet da parte del Maestro indiano Atisha Dipankara, nell’XI° secolo, e del suo ulteriore raffinamento da parte di Maestri tibetani come Gheshe Chekawa, il Tonglen divenne parte integrale nel percorso dei monaci e dei fedeli, a testimonianza della centralità dell’altruismo e della compassione nel Buddhismo tibetano. Nei secoli questo insegnamento è divenuto una pietra miliare sul cammino del buddhista moderno e di chiunque voglia sviluppare queste due qualità universali.

A differenza di alcune pratiche meditative che richiedono sessioni più formali, il Tonglen può facilmente essere integrato nella vita quotidiana, anche semplicemente quale consapevolezza attiva della sofferenza intorno a noi e proponimento di rispondere attraverso la compassione. Possiamo solo immaginare l’impatto che una diffusione di questo insegnamento, con la sua enfasi sulla comprensione dello stato del prossimo, sull’interesse per la felicità di tutti e sull’azione amorevole che allevia e cura, potrebbe avere sul vivere sociale, nel costruire gruppi e comunità più gentili e resilienti, nella riduzione dei conflitti e in generale per la guarigione delle nostre società.

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Ladakh: ritorno alle origini

L’arrivo del volo proveniente da Delhi è puntuale la mattina del 9 giugno. Non c’è altra via per raggiungere Leh, a meno che non si vogliano affrontare a piedi o in pericolosi fuoristrada passi montani che superano i 5000 metri. Il Ladakh ti toglie subito il respiro, e non solo per l’altitudine che ne fa una delle regioni più elevate del mondo. Grande come l’Italia e situata a nord dell’India, tra le maestose catene montuose dell’Himalaya e del Karakorum, era un tempo parte del Tibet.

Tutto appartiene ancora ad un diverso pianeta, profondamente legato alla cultura millenaria del Paese delle Nevi e solo scalfito dalla modernità. Il cielo di un azzurro irreale sovrasta montagne di roccia nuda, sulle cui pareti a picco sono incastonati antichissimi monasteri. Impenetrabili deserti di detriti si alternano a profonde vallate macchiate di verde dalle coltivazioni o sommerse dal blu profondo dei laghi glaciali.

Gruppi di monaci attendono il Venerabile Lama Paljin Tulku Rinpoce, che siede sul trono del Monastero di Atitse e figura tra i Maestri che reggono il Monastero di Lamayuru, per il suo ritorno a casa, dove tutto è incominciato.

Infatti, fu proprio a Lamayuru che, trenta anni fa, si tenne la cerimonia solenne di riconoscimento della sua figura come “tulku” ovvero reincarnazione di Je Paljin, un insigne Lama vissuto nel 1600, che fu abate di Atitse, operò in entrambi i monasteri e fu chiamato “grande siddha realizzato” (Drubwang) per le sue eccezionali doti di yogin e meditatore. Tornato in Italia, Lama Paljin Tulku Rinpoce divenne la guida spirituale dei tre Centri di Buddhismo tibetano da lui fondati, Mandala Samten Ling di Graglia, Mandala di Milano e Mandala Deua Ling di Merano.

Il Lama è accompagnato da Anna Maria Pennaglia, detta Pucci, Presidente del Samten Ling e discepola di una vita. In programma incontri con vecchi amici, festeggiamenti troppo a lungo rimandati e appuntamenti ufficiali, tra cui la consacrazione del grande complesso di Atitse, finalmente restaurato ed ampliato.

I monaci sono impegnati negli ultimi febbrili preparativi, e il Lama riceve diverse delegazioni venute a rendere omaggio e coinvolgerlo nelle decisioni organizzative.

Dopo due giorni di acclimatazione a Leh, la capitale, la prima tappa è il Centro monastico di Lamayuru, a circa 100 km di distanza, prima delle due destinazioni principali del viaggio. Il Monastero, fondato nel 1100 d.C., sorge a 4000 mt di altezza e conta una folta comunità di monaci. In onore della sua visita viene celebrata una puja, solenne preghiera rituale. L’incontro tra Lama Paljin e S.E. Chetsang Rinpoce, al vertice del lignaggio “Drikung Kagyu”, è particolarmente caloroso e la gioia traspare da entrambi.

ll giorno stesso si riparte per Atitse, che si trova a soli 7 km di distanza. Il Monastero, già noto nell’anno mille come centro di meditazione, siede su uno spuntone di roccia e conserva cimeli tra i più preziosi della regione: la grotta dove meditò Naropa, il grande Maestro indiano al quale si deve la diffusione in Tibet delle dottrine supreme del Mahamudra (Grande Sigillo); una antica “tangka” raffigurante il Drubwang Je Paljin e il Tempio delle Mille Tare, realizzato da Lama Paljin nel corso della sua attuale esistenza. Oggi, grazie alla sua guida infaticabile, Atitse è un rinomato centro internazionale di meditazione.

Il Lama è atteso per presiedere al grande evento di consacrazione della nuova struttura, un importante ampliamento della precedente, risalente al XV secolo. Una solenne cerimonia, officiata da S.E. Chetsang Rinpoce per i religiosi al completo, è seguita il giorno successivo dall’incontro con i fedeli.

Sono diverse migliaia le persone giunte al Monastero con ogni mezzo: ladakhi, indiani, ma anche gruppi di occidentali, europei, americani, venuti ad ascoltare gli insegnamenti e ricevere le benedizioni.

Pucci mi parla a lungo dei sorrisi, dei paesaggi, di suoni, profumi e colori di una terra così lontana da noi, eppure luogo di riferimento per tutti i praticanti del Buddhismo tibetano. Il viaggio con il Lama, in sé esperienza fuori dall’ordinario, sembra aver lasciato un segno da condividere.
Le chiedo “Cosa ti è’ rimasto dentro?”
“Molto. Ma se ti dovessi rispondere con una parola, direi la gente.”

La gente, vera protagonista di ogni tappa, sorpresa e felicità che si mescolano sui volti per la presenza del Lama amato, tornato a casa dalla lontana Italia.
La gente, che lo accoglie con l’entusiasmo che da noi viene destinato alle rock star.
“Mi parlavi del trasporto che hai visto, perché ti ha colpita?”
“Mi ha fatto riflettere. Per noi dei Centri italiani il Lama è la nostra guida spirituale, ma anche un amico nella quotidianità, sempre accessibile per tutti, con assoluta semplicità e umiltà. Così a volte dimentichiamo il prestigio della sua figura e l’importanza della sua missione per la storia del Buddhismo in Occidente. Vedere con quanta devozione sincera le persone si accostavano a lui mi ha commossa.”

“Ti sembra che l’approccio verso i Maestri sia diverso tra est e ovest del mondo?”
“Senza dubbio, c’è una grande differenza di mentalità”, spiega. “Noi stiamo sempre a chiedere, e non ci accontentiamo mai.”
In effetti è vero. Gli occidentali si approcciano anche alla spiritualità con l’idea del risultato, Vogliamo sempre ottenere qualcosa: la calma, la tecnica, la soluzione ai problemi della vita. Così il rapporto col Maestro diventa unidirezionale.

“Certo,” – continua – “ci dimentichiamo troppo spesso di dare, che anche lui ha bisogno di noi. E siamo molto mentali e materiali, in questo modo il cuore si blocca. Lì ho visto così tanta gente che crede davvero nel Dharma, sente prima di pensare e si avvicina con rispetto a coloro che incarnano delle qualità spirituali.”
“Quindi qual è il segreto nel rapporto con un Maestro?“
“I ladaki me lo hanno ricordato con l’esempio: non chiedere nulla, ma offrire amore, riconoscenza, fiducia; offrire per primi. Non solo un dare materiale (anche se è essenziale per sostenere i Monasteri con il loro lavoro!). Così si crea uno scambio puro, tra i cuori. È questo il rapporto da ricercare”.

Un viaggio sul tetto del mondo, dove per il Sangha italiano fondato da Lama Paljin tutto è iniziato, serve anche per riscoprire la relazione con il Maestro, alle origini del Buddhismo stesso.

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Concluso il convegno S.I.S.S.C. 2023

Si è concluso con successo a Torino il convegno 2023 della “Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza”.
L’evento ha registrato la partecipazione di studiosi e ricercatori nel campo delle discipline antropologiche e psicoanalitiche legate alla esplorazione della interiorità umana.
All’ iniziativa, che si è rivelata anche un interessante punto di confronto tra ermetismo occidentale e orientale, ha preso parte, insieme ad un qualificato numero di esperti, il Ven. Lama Paljin Tulku Rinpoche con un intervento dal titolo: “La mente psichedelica: dal percorso iniziatico all’uso terapeutico “.

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L’illuminazione nella vita quotidiana: il sentiero per superare la sofferenza

Ringu Tulku Rinpoche è un Lama di alto lignaggio e un Maestro buddhista tibetano della scuola Kagyu.

Ha ricevuto la sua istruzione presso tutte le scuole del buddhismo tibetano sotto la guida di molti grandi Maestri come SS il XVI° Gyalwa Karmapa e SS Dilgo Khyentse Rinpoche.
Rinpoche possiede una eccellente padronanza della lingua inglese ed è in grado di trasmettere gli insegnamenti più complessi e profondi in un modo straordinariamente accessibile, intriso del suo caratteristico calore e senso dell’umorismo. Il suo modo di comunicare permette di integrare nella vita quotidiana anche gli insegnamenti buddhisti più elevati.

Ha fondato Bodhicharya, un’organizzazione internazionale che coordina le attività mondiali per preservare e trasmettere gli insegnamenti buddhisti, promuovendo dialoghi interculturali e progetti educativi e sociali.

Potete trovare ulteriori informazioni e insegnamenti sul sito www.bodhicharya.org.

Dove

Torino – Scuola Holden, Piazza Borgo Dora, 49

Quando

7 ottobre
dalle 9,30 alle 12,30
dalle 15,30 alle 18

8 ottobre
dalle 9,30 alle 12,30

Quota di partecipazione

100 € (per soci 2023 Rigpa)
120 € (comprensivo della quota associativa per il 2023)

Info e Registrazione

entro il 30 settembre 2023
www.rigpa.it
info@rigpa.it
tel: 347 614 5728 Anna
tel: 348 264 3628 Elisabetta

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Preghiera HH Chetsang Rinpoche

Una preghiera composta da GYALWA DRIKUNGPA KYABGON CHETSANG, il 37o detentore del trono del Lignaggio Drikung Kagyu, nonchè la 7a reincornazione di Chetsang Rinpoche, manifestazione della divinità della compassione Chenrezig (Avalokiteshvara).

Un sole rosso brillante arde nel cielo all’alba,

mentre scintillanti gocce di rugiada brillano sui fili d’erba,

e il suono limpido di animali riempie la terra.

Che gioia! Che questo mondo di pace duri per sempre!

Questo suggestivo paesaggio di foresta, verde e rigoglioso,

è come una metropoli popolata da innumerevoli creature.

Che tutti gli esseri posseduti dal desiderio

trovino pace nelle fresche brezze dell’amore e della gentilezza.

Come creature marine del profondo dell’oceano,

gli esseri che vivono nei sei regni del Samsara non si contano.

Nell’oceano della rabbia, onde sorgono implacabili.

Che i Vittoriosi possano calmare questa forza con la loro compassione.

Nel Jambudvīpa, il regno della notte e dell’oscurità,

l’ignoranza domina tutti gli esseri.

Come la luce della luna bianca radiante nel cielo,

possa la luce della saggezza del Vittorioso mostrarci la Via.

L’acqua è legata alla terra, mentre il vento è legato allo spazio,

Tutto nel mondo è legato a qualcos’altro.

Manteniamo la terra sana e proteggiamo l’ambiente.

Possa l’origine dipendente dei Vittoriosi regnare suprema.

H.H. Chetsang Rinpoche

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