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La Befana, simbolo universale

I buddhisti tibetani, il cui cielo mentale è abitato dalle Dakini, sono abituati all’idea di una figura femminile in volo. Se poi vivono in Italia, sin da piccoli sono stati affascinati dalla figura della Befana, una delle più antiche e coinvolgenti tradizioni del nostro folklore.

L’anziana donna, che volando su una scopa appare ogni anno, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, per portare doni ai bambini buoni e carbone ai più dispettosi, spesso descritta come una strega gentile, incarna in realtà l’intersezione di riti millenari, tradizioni cristiane e credenze popolari, configurandosi come un simbolo culturale ricco di significati.

Dal punto di vista antropologico, l’idea della Befana affonda le radici in rituali precristiani legati ai cicli agricoli e cosmici. Nell’antichità, durante i dodici giorni dopo il solstizio d’inverno, avevano luogo festività, come i Saturnali romani o le feste in onore della dea Diana, che celebravano il periodo di transizione e rigenerazione e l’avvento di un nuovo anno agricolo, e che hanno lasciato nella memoria collettiva un solco profondo. La Befana in questo contesto incarna al contempo la fine e la promessa di rinnovamento. Vecchia e a cavallo di una scopa, è una Madre Natura consumata, che si sacrifica per consentire la rinascita primaverile. La scopa stessa, oggetto associato alla pulizia, assume una funzione rituale di purificazione. Nonostante ci possa intimorire, dunque, la vecchia non è affatto maligna, ma custode di un’antica saggezza legata alla terra e ai cicli delle stagioni.

La tradizione si intreccia poi strettamente con figure archetipiche e spirituali del femminile, prime quelle della maga e della sciamana. Nella tradizione “pagana” e nei miti popolari, le streghe e le sciamane erano considerate donne con conoscenze profonde del mondo naturale e delle forze spirituali. Erano guaritrici, interpreti dei segni e mediatrici tra il visibile e l’invisibile, depositarie della qualità intuitiva e della saggezza antica e certamente legate al potere rigenerativo della natura. La Befana ne incarna una versione domestica e rassicurante. A differenza delle streghe malefiche, la sua scopa, simbolo di purezza, è usata non per incantesimi oscuri, ma per spazzare via l’anno vecchio e fare largo al nuovo.

Il 6 di gennaio può quindi essere visto come una celebrazione del femminile, in cui aspetti come la trasformazione, la cura e la saggezza vengono simbolicamente ricordati e onorati.

Con l’avvento del Cristianesimo, molte tradizioni furono assimilate e reinterpretate. La Befana fu associata alla festività dell’Epifania, che ricorda la rivelazione di Gesù ai Re Magi. La leggenda racconta che i Magi, durante il loro viaggio verso Betlemme, chiesero indicazioni a una vecchia donna. Quest’ultima, inizialmente reticente, si pentì e cercò di raggiungerli, recando con sé doni per il neonato Messia. Non riuscendo a trovarlo, distribuì i suoi regali ai bambini che incontrava lungo il cammino. Un tipico esempio di sincretismo culturale, in cui l’icona della Befana, con i suoi tratti precristiani, è reinterpretata per adattarsi ai nuovi valori, in particolare la generosità e la redenzione.

La Befana, nella sua duplice natura di strega e benefattrice, incarnazione della speranza, del cambiamento e della generosità, rappresenta in realtà una figura universale, in grado di volare attraverso i confini delle culture e delle religioni. La sua celebrazione ci ricorda l’importanza delle radici e della magia che si cela nei gesti quotidiani.

Di certo, con il suo sacco di doni e la sua scopa, continuerà a lungo a volare nei cuori degli italiani, portando con sé l’antica saggezza e le promesse del futuro.

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Il Monastero, mondo aperto

Il monastero buddhista nell’immaginario collettivo appare una istituzione isolata e chiusa. Invece è un microcosmo che riflette perfettamente l’ampia realtà che lo circonda. Anche se posto in contesti naturali remoti e appartati, è un “mondo aperto” sia dal punto di vista spirituale che sociale, un ponte tra la vita meditativa e laica, un luogo di connessione interculturale, di pratica ecologica e di accoglienza della diversità.

Anzitutto sito di rifugio e di meditazione, il monastero consente di addestrarsi nella spiritualità. Ma questo viaggio interiore non è una fuga. Nel monastero si apprende che la pratica interiore non è mai sconnessa dalla esistenza esteriore, anzi ne è parte integrante. L’interdipendenza di tutti i fenomeni e l’esercizio della compassione collegano indissolubilmente il buddhista ad ogni cosa e a tutti gli esseri, ogni giorno della sua vita.

I monaci solo apparentemente scelgono di stare fuori dal mondo; invece, si impegnano e partecipano attivamente al bene dell’umanità, non solo attraverso i frutti delle discipline meditative e della preghiera, ma nella pratica tutta del buddhismo, che è azione. Essi sono attenti osservatori della società e partecipi apportatori di cambiamento positivo.

I monasteri nascono come luoghi di apprendimento, in cui i religiosi ed oggi anche i semplici praticanti e visitatori possono studiare e ricevere insegnamenti. Il crescente interesse occidentale per il buddhismo e la meditazione ha portato diversi centri monastici a diventare veri e propri spazi multiculturali. La vocazione educativa coniugata con l’assenza sostanziale di dogmatismo nell’approccio dottrinale, aprono di fatto il monastero buddhista alla società circostante, facendone un luogo elettivo per l’incontro e il dialogo tra differenti tradizioni spirituali, in cui visioni alternative possono dialogare e coesistere pacificamente, nell’apprezzamento della diversità.

Che è anche bio-diversità. In genere il locus monastico si integra nel paesaggio naturale senza alterarlo in modo significativo, anzi valorizzando l’ambiente e avendo cura degli esseri che lo abitano. L’amorevole gentilezza, cardine della dottrina, si rivolge anche al pianeta e molti monasteri fungono da esempi, vivendo secondo il principio della non violenza (ahimsa) e limitando l’impronta ecologica. L’alimentazione, spesso vegetariana o vegana, l’uso consapevole delle risorse e la gestione responsabile dei rifiuti sono diffuse, testimoniando un rapporto con l’ambiente visto come soggetto amico e ricchezza universale.

In questo senso il monastero buddhista ispira uno stile di vita più sostenibile, diventando modello di un’esistenza umana in equilibrio con tutto ciò che è.

Di fatto esso sviluppa una forte interazione con il tessuto sociale. La pratica dell’offerta generosa (dana) si concretizza nel supporto reciproco tra monaci e comunità laica. I primi dipendono dalle donazioni per vivere, mentre in cambio offrono sostegno morale e psicologico, supporto economico e sociale per i bisognosi, percorsi di crescita spirituale. Questa reciprocità crea un legame profondo con la gente. Così, il monastero è visto come la casa di tutti, accogliente e sempre accessibile a chiunque senta il bisogno di rifugio e aiuto.

Il monastero buddhista, quindi, non luogo separato ma microcosmo che, incarnando principi universali come l’amore, la compassione, l’interdipendenza, il rispetto per il pianeta e la condivisione, diviene quel “mondo aperto” in cui la vita religiosa incontra quella laica e il pensiero orientale si unisce con altre culture. Esso non solo riflette, ma amplifica la realtà, dimostrando come la spiritualità possa fiorire all’interno della società e in connessione con essa. In questo modo, il monastero buddhista rappresenta una sfida ai concetti di isolamento e separazione, diventando un ponte tra interiore ed esteriore, un modello di armonia, tolleranza e apertura verso la vita in tutte le sue forme.

Nella foto Il complesso monastico di Lamayuru (Ladakh)

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Kathmandu e la Kumari (prima parte)

Nepal, il viaggio che tutti sognano e prima o poi faranno.

Dopo il lusso onnipotente del Qatar, scalo obbligato, con le sue vetrine da milioni di euro, sospinti da un condizionamento polare capace di insinuarsi sotto i voluttuosi plaid della linea aerea, l’attesa per i bagagli a Kathmandu, con la solita ressa di carrelli unticci e un unico nastro per dieci voli, è quasi un sollievo.

L’aeroporto, mi fanno notare i veterani, è cresciuto. Un tempo era praticamente una grossa tenda, la gente si sedeva in terra. Chissà perché non sono così contenta di sentirlo.

E comunque via, per le strade multicolori della capitale, su un pulmino dove mi prendo dieci morsi da un insetto invisibile. Anche Kathmandu si è sviluppata, copiando il peggio dall’occidente, ce ne accorgiamo subito. Un numero simile di macchine e moto non si era mai visto. Con il Governo che sussidia l’acquisto, ora ogni nepalese ha almeno un motorino, mentre le bici sono praticamente estinte. Fa milioni di persone in movimento perpetuo, che ti vengono addosso come in Inghilterra, dal lato sbagliato della strada, guidando dal lato sbagliato della macchina, e seguendo traiettorie intrecciate con folli velocità, per fermarsi in extremis a sfioro di mezzi e passanti. Il mio DNA un po’ napoletano mi protegge, gli altri sono increduli.

Risultato? In una manciata di anni la capitale ha conquistato il poco invidiabile primato di città più inquinata del mondo e a me, che ho i polmoni fragili, viene un febbrone da cavallo.

Quando riemergo visitiamo i posti del cuore. Meno male che sono ancora lì.

I Monasteri solenni e variopinti, i sorrisi dei giovani monaci, le cerimonie millenarie dall’energia che non puoi dire in parole, i templi, l’architettura splendida dei siti UNESCO, ricomposta mirabilmente – in meno di dieci anni – dopo il tremendo terremoto.

E ovunque commercianti nati, con la loro paccottiglia turistica, mescolati con certi artigiani della pietra, del legno, dei preziosi, da fare impallidire la Terra di Mezzo.

Alla fine di un viaggio c’è sempre un viaggio da ricominciare, diceva De Gregori.

Capita poi che la gemma che ti porti a casa sia del tutto inaspettata.

Nella piazza di Durbar Square, nel centro storico di Kathmandu, c’è un palazzo chiamato Kumari Ghar. Da fuori assomiglia alle dimore dei sovrani nelle città d’arte del Nepal, con i suoi muri di mattoni e le file di finestre ricamate nel legno. Rigorosamente chiuse. Perché nelle stanze più protette e riccamente addobbate, ci vive una divinità.

La dea vivente chiamata Kumari, manifestazione di Taleju o Durga, al centro di una venerazione profonda in tutto il Nepal buddhista ed anche induista, ma particolarmente nella comunità Newar della valle di Kathmandu. Ed è una bambina.

Consegnata dai genitori dopo il suo riconoscimento, vive reclusa nel palazzo, servita come una regina, affacciandosi o uscendone solo nell’occasione di importanti cerimonie e alla fine della sua esistenza divina quando, raggiunta l’età dello sviluppo, potrà tornare nel mondo dei mortali, lasciando il posto ad una nuova bimba.

(Continua nel numero di novembre)

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Il potere del suono

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio, così dice l’evangelista Giovanni, che pone una parola, un suono all’origine del mondo manifesto. Qualcuno sostiene che la fisica moderna, a cominciare da quella quantistica, gli dia ragione quando, osservando l’immensamente piccolo, suppone che la materia sia composta di fenomeni ondulatori: è di certo un avvincente romanzo appena incominciato, non se ne conosce la trama né possiamo prevederne la conclusione.

Però l’effetto del suono sulla materia lo possiamo constatare. Un brano musicale ci cambia in positivo o negativo le emozioni, ha certamente un effetto sul nostro stato fisico e mentale. Un grande brand caseario italiano, di cui non faremo il nome, è diventato famoso già negli anni ‘90 per aver riprodotto Mozart nelle stalle, sostenendo che le mucche gradivano molto e producevano più latte e di migliore qualità.

Il suono, inteso come vibrazione, gioca un ruolo profondo nelle pratiche di tutte le Religioni. Nei maggiori sistemi di credenze esso è utilizzato come una forza di connessione tra il mondo fisico e quello spirituale, una via per trascendere l’esperienza ordinaria.

Nell’induismo il suono Om (Aum) è considerato la sillaba primordiale, la vibrazione che diede origine agli universi, ed è pronunciato nella meditazione e nella preghiera per connettersi alle energie cosmiche e divine.

Nel Buddhismo la recitazione dei Mantra, come Om Mani Padme Hum, diviene un canto in grado di allineare il praticante con livelli elevati di coscienza, uno strumento per la trasformazione spirituale. Nella tradizione tibetana in particolare, è comune l’utilizzo di campane, gong e altri strumenti, per bilanciare il corpo risuonando con specifici centri energetici (chakra) e per favorire l’ingresso della mente nello stato meditativo.

Nel mondo del Cristianesimo gli inni e i canti Gregoriani, con i cori e il suono dell’organo, hanno la funzione di elevare l’anima e promuovere la comunione con il divino.

Per l’Ebraismo nell’atto della recitazione e dell’ascolto dei sacri Testi si percepisce la voce stessa di Yahweh; per la mistica della Kabbalah lettere e suoni in lingua ebraica esprimono forze spirituali.

Nell’Islam la chiamata alla preghiera Adhan è un canto che spinge alla connessione con Allah, mentre alla recitazione melodica e ritmata dei Testi sacri si attribuisce un potere spirituale di trasformazione del cuore e della mente. Chi non conosce la danza circolare dei dervishi, che abbina suono e movimento, sino all’estasi divina, ma anche per indurre uno stato di trance che favorisce la guarigione fisica.

In tutte le tradizioni indigene di tipo shamanico, che hanno preceduto l’affermarsi delle grandi Religioni, al suono dei tamburi e di altri strumenti si attribuisce il potere di aprire le porte di comunicazione con altri reami, con spiriti ed antenati in grado di intervenire nelle vicende umane.

Infine, nell’architettura degli spazi sacri, cattedrali, moschee, templi, si cela sovente uno studio approfondito dell’acustica, non solo per l’amplificazione ma per la risonanza, ovvero con il fine ultimo di creare un campo vibrazionale che favorisca la trasformazione interiore.

Il potere del suono, quale ponte tra umano e spirituale, affonda quindi le proprie radici in tutte le Tradizioni. Con questa consapevolezza, forse vale la pena di fare più attenzione a quello che si ascolta. Immersi in una civiltà quotidiana assordante e disarmonica, cosa rischiamo?

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Dare e prendere: la sofferenza della sconfitta

Nella foto il Ven. Maestro Chamtrul Rinpoche Lobsang Gyatso, che darà insegnamenti sulla Pratica tibetana del Tonglen il prossimo 22 settembre al Mandala Samten Ling.

Il Tonglen, che dal tibetano si traduce “il dare e il prendere”, è una antica pratica di meditazione e componente chiave del Lojong, l’addestramento mentale del praticante buddhista.

I suoi obiettivi, coltivare la compassione e trasformare la sofferenza, sia personale che collettiva, in un sentiero verso il risveglio spirituale, ne fanno una tecnica conosciuta ed apprezzata anche nel mondo laico.

Il Tonglen ci dice che sul sentiero verso bodhicitta, il cuore-mente altruista, che aspira al raggiungimento del risveglio non per sé ma a beneficio di tutti gli esseri, coltivare la compassione è essenziale. La specifica pratica meditativa unisce visualizzazioni e tecniche di respirazione che consentono al praticante di generare energia positiva e luminosa e di farne dono.

Un insegnamento mantenuto segreto per centinaia di anni, perché la sua apparente semplicità non inducesse il soggetto inesperto a sottovalutarne il grande potere trasformativo. Il Tonglen è in effetti alla portata di tutti, ma soltanto attraverso la trasmissione da parte di un Maestro qualificato sviluppa il suo pieno potenziale.

Il praticante, nel riconoscere la sofferenza dell’altro come la propria, esercita le sue capacità empatiche e sviluppa la compassione. In questo modo muove il focus dalle preoccupazioni personali verso una connessione profonda e sincera con gli altri esseri.

La sofferenza egoistica diventa così un catalizzatore di crescita spirituale e il soggetto allenato cambia la propria visione delle sfide o avversità della vita, che diventano occasioni per esercitare la forza e la resilienza interiori.

La pratica regolare del Tonglen allenta la presa dell’ego e cambia la nostra visione delle priorità dell’esistenza, che con naturalezza si spostano dai desideri e dalle paure del singolo verso il benessere di tutti.

Si tratta quindi di un potente strumento di regolazione emozionale, in grado di spezzare il ciclo dei pensieri perturbanti e regalare uno stato della mente equilibrato e pacifico a chiunque lo utilizzi.

Il praticante buddhista in particolare, secondo la propria Tradizione, ottiene un potente mezzo per l’accumulo di meriti e la purificazione dal karma negativo, essenziali per il progresso sul cammino spirituale. A seguito dell’introduzione del Lojong in Tibet da parte del Maestro indiano Atisha Dipankara, nell’XI° secolo, e del suo ulteriore raffinamento da parte di Maestri tibetani come Gheshe Chekawa, il Tonglen divenne parte integrale nel percorso dei monaci e dei fedeli, a testimonianza della centralità dell’altruismo e della compassione nel Buddhismo tibetano. Nei secoli questo insegnamento è divenuto una pietra miliare sul cammino del buddhista moderno e di chiunque voglia sviluppare queste due qualità universali.

A differenza di alcune pratiche meditative che richiedono sessioni più formali, il Tonglen può facilmente essere integrato nella vita quotidiana, anche semplicemente quale consapevolezza attiva della sofferenza intorno a noi e proponimento di rispondere attraverso la compassione. Possiamo solo immaginare l’impatto che una diffusione di questo insegnamento, con la sua enfasi sulla comprensione dello stato del prossimo, sull’interesse per la felicità di tutti e sull’azione amorevole che allevia e cura, potrebbe avere sul vivere sociale, nel costruire gruppi e comunità più gentili e resilienti, nella riduzione dei conflitti e in generale per la guarigione delle nostre società.

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Amore e azione – seconda parte

Se vuoi la pace, la pace viene subito da te.

Thich Nhat Hanh

L’amore nel buddhismo non è un sentimento né un concetto astratto, ma una qualità della mente strettamente unita all’azione. Il Venerabile Lama Paljin Tulku Rinpoce insegna ai suoi allievi che amare è desiderare la felicità dell’altro e fare di tutto affinché questi la raggiunga.
Così anche la pace diventa possibile quando l’amore è azione, una tesi che Thich Nhat Hanh ha provato con la sua stessa esistenza.

Nell’affrontare a fianco del suo popolo la guerra del Vietnam, insieme alla maggioranza della comunità buddhista del suo Paese, egli abbracciò con convinzione il metodo dell’azione non-violenta o ahimsa, poiché, nelle sue parole, essa scaturisce spontaneamente dall’altruismo e dalla compassione, non dall’odio, dalla paura o dall’ignoranza, che distruggono sia chi ne è preda che la lotta stessa.

Per i buddhisti vietnamiti si trattò di restare dolorosamente neutrali tra due fanatismi, da un lato i vietcong, dall’altro le forze filogovernative. Fu anche, come tutti sanno, uno scontro tra superpotenze, sopra la testa del popolo che, in maggioranza, desiderava ardentemente vivere in unità e pace. Le immagini che testimoniano questa lacerazione fecero il giro del mondo e sono oggi nei libri di scuola.
Famiglie che scendono in strada con i propri altari domestici contro i carri armati, monaci e monache che si danno fuoco: non un suicidio, ma l’intento di soffrire per comunicare con la forza sovrumana del dolore, per incendiare il cuore. Tra questi Nhat Chi Mai, discepola del Maestro, che con le sue ultime parole dichiarò di volere essere “una torcia nell’oscurità”.
In tutto il paese si digiunò, si usò la cultura per protestare, si venne arrestati, uccisi o esiliati.

Anche noi, oggi, abbiamo sete di pace. Siamo stanchi, così stanchi dell’orrore di tutte le guerre. Ma per percorrere il sentiero della non violenza bisogna comprenderne il vero significato.
La pace non è un fine, spiega Thich Nhat Hanh, è un mezzo. Non potremo raggiungerla senza averla prima trovata dentro di noi. Nel protestare contro una guerra, accorgiamoci dunque delle sue radici, che affondano nella rabbia che proviamo, nell’essere inconsapevoli della natura ultima di ogni fenomeno, anche del “nemico”, nell’ignorare l’interdipendenza di tutti i fenomeni, anche dei conflitti. Non c’è speranza per il mondo se l’azione di ogni individuo non scaturisce dall’amore.

Nell’iconografia buddhista il bodhisattva Avalokitesvara ha mille braccia, mille mani e su ogni palmo un occhio: la compassione, spiega Thich Nhat Hanh, non può essere disgiunta dalla profonda consapevolezza nei tre campi dell’azione, corpo, parola e mente.
Comprendendo completamente una situazione o una persona, non potremo più allontanare oppure odiare, il nostro agire sarà d’aiuto e non causerà sofferenza. Oppure sapremo esercitare la non-azione, fondamento di ahimsa. A volte è proprio non facendo nulla che portiamo il maggiore beneficio. Un albero non fa altro che respirare…Però se non ci fossero gli alberi non ci saremmo neanche noi uomini.
Se saremo calmi e diventeremo un fiore prima di aprire bocca, non accuseremo o discuteremo, ma la nostra parola sarà amorevole. Oppure sapremo quando tacere, esercitando l’ascolto profondo, anche verso il nostro “nemico”, altra base della non-violenza.
Quando, infine, saremo pienamente consapevoli dei nostri pensieri, la guerra sarà tagliata alla radice.

Impariamo questi metodi, ci esorta il Maestro, per trattare pacificamente anzitutto noi stessi: iniziamo col trasformare le guerre presenti in noi. Non c’è che la pratica, l’allenamento interiore quotidiano, a proteggerci dai conflitti presenti e futuri.

(Citazioni da Thich Nhat Hanh “L’amore e L’azione” Ubaldini Editore)

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Siddhi, la sfera psichica

Nel Buddhismo il termine siddhi si riferisce sia al processo di acquisizione di poteri cosiddetti psichici, abilità paranormali o “magiche”, che ai poteri stessi. Nel mito e nella tradizione grandi Maestri hanno prima o poi dato prova di possederli e padroneggiarli, e vengono per questo chiamati Siddha, Il concetto e la relativa sapienza provengono dall’induismo, la radice sanscrita sidh si traduce con “perfezione” e “ottenimento”.

Ci troviamo all’interno della cosiddetta sfera psichica, che comprende concetti come chiaroveggenza, lievitazione, bilocazione, viaggi astrali. Nella cultura occidentale, dominata dal dogma della prova scientifica ripetibile e da un eccesso di razionalismo, sentiamo parlare così solo al cinema, oppure sui media in occasione dell’arresto di uno dei tanti sedicenti maghi. Alcuni credono nei cosiddetti miracoli della propria dottrina religiosa di appartenenza, altri li ritengono solo racconti mitizzati; ma tutti pensano che si tratti di facoltà misteriose, riferibili nella storia dell’uomo ad uno sparuto gruppo di individui fuori dell’ordinario.
Non è proprio così.

I poteri psichici hanno un posto di rilievo nelle tradizioni spirituali e nella mistica indiana e poi, attraverso i secoli, buddhista. Spesso associali a grandi Yogi, Santi e Maestri, sono in realtà ritenuti raggiungibili da qualsiasi praticante serio, rigoroso e devoto. Nelle antiche scritture indiane, quali gli Yoga Sutra di Patanjali, la Bhagavad Gita e in vari Purana, ma anche nei testi buddhisti, sono descritti come sottoprodotti della meditazione e segni quasi automatici del progresso spirituale di un individuo.
Possono emergere, più raramente, anche nei non praticanti, a dimostrazione del fatto che si tratta di qualità insite in qualsiasi essere umano, ma non è possibile ottenerli e gestirli attraverso il mero desiderio o uno sforzo superficiale.
A seconda delle scuole, i siddhi si manifestano appieno quale frutto di un impegno profondo nello yoga, nelle pratiche tantriche, in specifiche tecniche di meditazione e visualizzazione, nell’uso di mantra e yantra (rispettivamente suoni e diagrammi sacri), nell’aderenza totalizzante a codici etici e morali. Nella maggior parte dei casi, la guida e la benedizione di un Guru (maestro) sono considerati cruciali.

Nel buddhismo tibetano i siddhi sono classificati in due categorie principali:
sono ordinari o mondani, oppure straordinari o sovramondani. Ed è significativo che tra i siddhi mondani ci sono poteri come l’abilità di vedere cose o di percepire suoni al di là della sensibilità comune (chiaroveggenza e chiarudienza), le capacità di leggere nella mente e comunicare con il pensiero (telepatia), di levitare e teletrasportarsi, di guarire gli ammalati. Ordinari sia perché tutti gli uomini li possiedono in certa misura e possono svilupparli, sia perché non sono considerati elevati. Questi siddhi, infatti, testimoniano la potenza delle pratiche più avanzate, sono riconosciuti e rispettati, ma non sono mai considerati lo scopo finale del percorso spirituale. Sono visti come prodotti secondari, da registrare per poi passare oltre. Il loro ottenimento non deve avvenire per uso o guadagno personale o per vanto, al più essi possono divenire strumenti destinati ad aiutare gli altri sulla strada del risveglio.
Per i buddhisti tibetani di straordinario ci sono solo i poteri collegati alle realizzazioni spirituali più alte: l’ottenimento della vera compassione, la diretta percezione della vacuità o natura della realtà, il raggiungimento della saggezza e della consapevolezza (jinana siddhi), la manifestazione della buddhità (nirvana siddhi).

Il messaggio è quindi chiaro: l’accesso alla sfera psichica non è straordinario, è insito nell’uomo come potenzialità e prodotto naturale delle pratiche spirituali. Al di fuori del comune c’è solo l’impegno sulla via dello spirito, questo sì per pochi eletti. Ma, dicono i Maestri, chiunque l’intraprenda con assoluta perseveranza potrà raccogliere questi frutti. Tuttavia, consci del fascino che l’esistenza di “super poteri” può esercitare, essi ci mettono in guardia dal perseguimento dei siddhi fine a sé stesso e dall’attaccamento ad essi, poiché questi costituiscono una distrazione dall’obbiettivo, un alimento per l’orgoglio e quindi un vero e proprio ostacolo sul cammino spirituale. Grandi Maestri del Buddhismo tibetano quali Milarepa e Padmasambhava dimostrarono di possedere grandi poteri, ma tutti i loro insegnamenti si focalizzano sull’importanza della saggezza e della compassione.
Il praticante, quindi, non perda di vista i suoi obiettivi.

I siddhi, con il loro mistero, riflettono la profondità e la ricchezza delle tradizioni spirituali dell’est del mondo. Servono a ricordarci il potenziale che è latente nell’umanità intera, in grado di raggiungere qualsiasi meta attraverso la volontà e la dedizione, sul piano materiale come su quello spirituale.
Sono pietre miliari sul nostro cammino, se sorgono è per rammentarci di proseguire, di elevare la coscienza verso la tappa successiva. Alla loro luce il vero potere risiede nel trascendere l’ego e nel realizzare pienamente la natura ultima di tutto ciò che esiste.

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Amore e azione – prima parte

5 luglio 1967, il cielo notturno sfavilla nella corrente del Saigon, in Vietnam, mentre infuria uno dei più controversi conflitti della storia. In cinque remano a mani nude su un piccolo sanpan, conversando tra di loro come fanno ragazzi, poco più che ventenni, in una qualsiasi parte del mondo. Mentre la barca scivola silenziosa, parlano lievi di cose profonde, si capisce che sono amici. Il punto è che sono tutti morti.
Quattro volontari di una organizzazione non violenta, di cui un religioso, rapiti da un gruppo militarizzato nel vicino villaggio e appena fucilati sulle rive del fiume, e Nath Chi Mai una giovane monaca che si è data fuoco per fare ascoltare le sue parole contro la guerra.
Testimone reale di questo dramma, è Thich Nhat Hanh (1926-2022) monaco zen vietnamita, proposto da Martin Luther King per il Nobel, maestro ed infaticabile diffusore del Dharma quale strumento per la pace, la riconciliazione e la fratellanza. Così si apre la raccolta di suoi saggi intitolata “L’amore e l’azione” (Ubaldini Editore).
Egli, che li ha conosciuti, li immagina come erano, con i corpi e le menti alleggeriti e purificati dalla morte e il loro dialogo diretto ai vivi: come superare l’orrore della guerra, il dolore per tante vite perdute?

Ascoltami
Come avresti ascoltato il canto del fiume o il canto dell’uccello,
come avresti guardato il verde ciliegio cadente,
le rose rosa, il crisantemo giallo, il bambù violetto,
le nuvole bianche, la luna brillante.

Da principio i cinque giovani prendono coscienza di quanto è loro accaduto e appaiono meravigliati dalle nuove circostanze: non si tratta del paradiso o dell’inferno, appartengono ad una dimensione che è molto più vicina di quanto credevano in vita.
“Questo pare proprio il fiume Saigon. Si tratta ancora del nostro paese, della nostra terra, dei nostri fiumi?” si chiede Tuan. Le loro menti possono ora creare qualsiasi cosa desiderino, e persino compiere azioni a beneficio degli altri. Ma soprattutto possono comprendere la natura ultima delle cose.
Il nostro paese, dicono, sarà distrutto ma alla fine la pace prevarrà. È duro assistere al dolore delle persone amate, che rimangono, ma ciascun vivente contiene in sé suo padre, sua madre, i suoi avi, innumerevoli esseri fisici e mentali, che hanno contribuito alla sua esistenza, nei quali continuerà. Così ognuno è presente sempre e ovunque, morire non può spaventare. Se il buddhismo insegna che non vi è separazione, tutto è interconnesso perché nulla esiste di per sé, allora l’altra sponda e questa sono una unica cosa e non due diversi fenomeni. Vita e morte sono parti della stessa trasformazione, e come il fiume scorre, così “il viaggio prosegue, sul sentiero del ritorno”.
Da una simile prospettiva non può esserci odio per chi ha premuto il grilletto, forse a malincuore, certamente obbedendo a un ordine. Appare un velo di tristezza per l’odio, la paura e il pregiudizio, che sarebbero i veri nemici da combattere, che avvolgono il mondo dei vivi nella nebbia fino ad accecarli.
Resta solo l’amore.

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Il bosco alchemico

I frequentatori del Samten Ling, “luogo del risveglio interiore”, sanno che il suo territorio unico, abitato da magnifici esseri vegetali e animali, circondato da ruscelli di montagna, ha un ruolo insostituibile nel loro cammino spirituale. Basta fare il “giro del Mandala” attraverso i boschi, fino al tempio, tra le castagne o i mughetti, sul terreno luccicante di minerali argentei, per ritrovarsi, al punto di partenza, ma diversi.
Il bosco è dall’inizio della storia umana luogo alchemico, cioè trasformativo: senza scomodare alambicco e crogiuolo, la trasmutazione del piombo in oro è sempre una metafora dell’evoluzione dello stesso alchimista. E gli ingredienti per cambiarci un bosco li contiene tutti.

Il semplice passaggio attraverso questo universo vegetale è già un viaggio. La respirazione si apre, i sensi si acuiscono: siamo nel luogo che ci ha cresciuti, per milioni di anni, prima delle città e delle macchine. Il passo si fa leggero e consapevole, come quello di un animale selvatico. Gli alberi che ci sovrastano restituiscono proporzione alla nostra esistenza, che da loro dipende totalmente. Al bosco diamo il veleno dell’anidride carbonica, ci restituisce ossigeno per vivere.
La sperimentazione dell’ambiente naturale, con le sue diverse intelligenze, ci permette di dubitare di quella visione antropocentrica, con l’essere umano al centro del cosmo e superiore alle altre forme di vita, che è alla base di ogni violenza verso la natura. Possiamo fermarci su un cuscino di muschio, sentirci un albero tra gli altri. Vegetali, animali e minerali del bosco agiscono da catalizzatori di una reazione che non è solo chimica ma spirituale.
Ci vediamo già parte di un mondo unitario. E la natura ricambia mettendo in moto energie fisiche e psicologiche normalmente non disponibili.
Ci serviranno: gli alberi hanno un cammino assai più impegnativo da proporci.

Il bosco fa parte del patrimonio psichico ed onirico dell’umanità, è uno dei più grandi simboli dell’inconscio: addentriamoci nell’oscurità e, prima o poi, vi incontreremo noi stessi e i nostri ostacoli interiori.
Il profondo dei boschi è il set multicolore delle favole attorno al fuoco, del folklore e dei miti universali, soglia tra mondo ordinario e sovrannaturale, che il protagonista deve attraversare perché il racconto possa proseguire. Vi Incontriamo una serie di forze ignote che aiutano oppure ostacolano: animali parlanti, elfi, maghi, streghe ed altre entità sono lì per sfidarci, testare le nostre virtù e condurci in avanti.
Perdersi nella selva come Dante è necessario: così è il viaggio del ricercatore spirituale, la foresta come il labirinto della mente dal quale si esce, dopo molti incontri e faticose giravolte, alla luce di una coscienza superiore.

La notte interiore è dissipata e il bosco, nel giorno nuovo, non è più ostile e tenebroso, ma meraviglioso e benigno, pieno di doni per chi non ha avuto il timore di attraversarlo. I tronchi maestosi, che vivono simultaneamente in terra e cielo, materiali e spirituali, ci accolgono come pilastri di una cattedrale gotica, dove possiamo riposarci e pregare.
I tibetani riveriscono le foreste come spazi sacri per i ritiri dei praticanti, fanno offerte in segno di amore e gratitudine. È sotto un albero che il principe Siddharta Gautama diviene il Risvegliato. Possiamo sedere anche noi, in meditazione, sgranando la mala che forse un albero ci ha donato. Sotto l’intricato disegno dei rami è facile comprendere l’interdipendenza dei fenomeni. Nello spazio meditativo il respiro torna al ritmo dei cicli naturali di vita-morte-vita, negli attimi finalmente vuoti di pensieri si manifesta l’energia vitale che permea tutto ciò che esiste. La meditazione fa sorgere la dimensione naturale della mente e la espande fino a ricomprendere il circostante e fondersi con esso. Noi, gli alberi, gli uccelli in volo, cielo e terra, tutto diventa uno.

Quando alla fine ci alziamo per ritornare, sulla via di casa ogni cosa ci appare differente da prima: noi, come tutto il resto, siamo cambiati.

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Il respiro della foresta

Nel 2014 il regista cinese Juaqing Jin entra per la prima volta in una valle remota nella provincia occidentale del Sichuan, tra gli altipiani innevati del Tibet, raggiungendo il Monastero buddhista di Yarchen.

Vi trova oltre 10.000 monache che, sotto la guida di alcuni Lama, hanno intrapreso un intenso percorso di studio e preghiera. Dopo lunghe trattative per ottenere il permesso di realizzare un filmato, le riprese dureranno tre anni.

Ne risulterà un documentario dal titolo “Dark red forest” (in italiano “Il respiro della foresta”), che racconta l’esistenza quotidiana e misteriosa di una comunità di donne ammantate di rosso scuro, isolate dalle loro famiglie e dal mondo, numerose come gli alberi di una foresta e altrettanto resistenti al durissimo eremitaggio, in uno dei luoghi più aspri del pianeta.

La telecamera, tra loro, è una presenza paziente, intima e continua, la narrazione un distillato poetico e originale: solo scene in successione, nessun dialogo o spiegazione fuori campo, nemmeno la musica.

Una esperienza quasi contemplativa, che trae la sua forza dai soggetti osservati e dal paesaggio quasi ultraterreno.
Eppure, la trama è concreta. Migliaia di figure di donne, contro lo sfondo di maestosi scenari naturali, sono seguite nei momenti che scandiscono la vita monastica: la relazione con i maestri e le altre monache, la meditazione, le assemblee, i pasti, le visite mediche.

Fino ad un ritiro di cento giorni all’esterno, cui partecipano in ben settemila, vivendo nel periodo più freddo dell’anno in capanne di legno tanto piccole da potersi caricare sulla schiena.

I ritratti che ne escono sono fatti di docile semplicità, gravità e leggerezza. Come nella scena di uno yak che si affaccia alla finestra rubando un sorriso, o nel realismo crudo della sepoltura celeste, con il corpo del defunto offerto agli avvoltoi.

Alle prese con i quesiti fondamentali dell’esistenza, le monache imparano sofferenza e guarigione, azione e conseguenza, compassione e gentilezza, e sopra tutto il perpetuo mutare di tutte le cose fisiche e mentali, che nascono, si sviluppano, decadono e cessano, per poi ciclicamente rinascere.

Così quello che per il pubblico in genere è curiosità e scoperta, per il praticante buddhista diventa una verifica puntuale e senza sconti di una vita vissuta secondo il dharma.

Il paesaggio proibitivo e meraviglioso e il potente messaggio spirituale ci catturano.

Neanche realizziamo che di nemmeno una di queste donne abbiamo saputo il nome, ma le ricorderemo tutte.

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