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Tag: Lama

George Bogle: un giovane scozzese alla scoperta del Tibet (1746-1781)

Nella seconda metà del XVIII secolo, la Compagnia delle Indie Orientali aveva consolidato il proprio predominio sui traffici commerciali nel subcontinente indiano, in Birmania, Singapore e Hong Kong. Fondata nel 1600 per volontà della regina Elisabetta I, grazie a una patente reale che le conferiva il monopolio commerciale, la Compagnia divenne in pochi decenni la più potente impresa dell’epoca. Estese la sua influenza anche ai settori militari e organizzativi dell’Impero britannico, fino a raggiungere una vera e propria sovranità territoriale.

L’arrivo di George Bogle in India

Nel 1770, George Bogle arrivò a Calcutta a 24 anni. Era nato nel 1746, secondo figlio di una famiglia della piccola nobiltà scozzese. Il padre, ricco mercante, aveva forti interessi nel commercio del tabacco. Dopo un periodo di studi e apprendistato sotto la guida del fratello, grazie ai contatti familiari ottenne un incarico presso la Compagnia delle Indie Orientali.

Al suo arrivo, Calcutta era il centro del potere britannico in India. Il paese era duramente colpito dagli effetti della catastrofica carestia del Bengala, che causò la morte di oltre dieci milioni di persone. Secondo gli storici, una delle principali cause della tragedia furono proprio le politiche economiche della Compagnia, incentrate sullo sfruttamento delle risorse e sulla massimizzazione dei profitti.

L’ascesa di Bogle e la missione in Tibet

Bogle si fece presto notare per il suo carattere vivace e le capacità organizzative. In poco tempo ottenne incarichi di rilievo e divenne segretario personale di Warren Hastings, governatore generale della Compagnia. Nel 1774, Hastings gli affidò una missione per esplorare i territori sconosciuti a nord del Bengala.

Nel 1773, il raja di Cooch Behar aveva chiesto l’intervento britannico contro un’invasione guidata da Zhidar, sovrano del Buthan. In cambio del riconoscimento della sovranità britannica sul regno, Hastings inviò truppe che respinsero gli invasori. Zhidar fu deposto a causa del malcontento popolare e delle sue relazioni sospette con la dinastia Qing. Al suo posto fu insediato un sovrano più favorevole ai rapporti con l’Impero britannico.

Questa situazione incoraggiò Hastings a promuovere la missione non solo per motivi geografici e scientifici, ma soprattutto per aprire una via commerciale con il Tibet.

Gli obiettivi della spedizione

Nella lettera di incarico, Hastings scriveva che l’obiettivo era “avviare una relazione commerciale reciproca e paritaria tra gli abitanti del Buthan (Tibet) e del Bengala”, valutando le merci da scambiare e lo stato delle strade verso Lhasa e i territori confinanti.

La spedizione includeva anche il medico militare Alexander Hamilton e un emissario del Panchen Lama. Nonostante le difficoltà iniziali, legate all’instabilità politica e all’opposizione cinese, Bogle riuscì a raggiungere il Tibet. Fu ricevuto da Lobsang Palden Yeshe, sesto Panchen Lama e allora governatore del paese.

L’incontro con il Panchen Lama

L’evento fu immortalato in un celebre dipinto di Tilly Kettle, che ritrae Bogle in abiti buthanesi mentre porge una sciarpa cerimoniale al Panchen Lama. Il quadro, datato 1775, celebra l’accordo commerciale siglato tra la Compagnia e le autorità tibetane.

Durante i sei mesi trascorsi a Shigatze, Bogle studiò a fondo la cultura e la politica tibetana. Nei suoi scritti descrisse il paese come un luogo idilliaco e quasi magico, anticipando nell’immaginario occidentale il mito di Shangri-La. Secondo alcuni studiosi, le sue vicende ispirarono Rudyard Kipling per il romanzo Kim.

L’eredità della missione

La missione fu comunque un punto di svolta per i rapporti commerciali tra la Compagnia e il Tibet. Il suo resoconto, pubblicato da Clement R. Markham nel 1876 con il titolo Narratives of the Mission of George Bogle to Tibet, and of the Journey of Thomas Manning to Lhasa, contiene i diari di viaggio di Bogle e un’analisi dettagliata degli aspetti politici, culturali e ambientali del territorio.

Tornato in India, per esaudire una richiesta del Panchen Lama, Bogle fece costruire un tempio buddista sulle rive del Gange, destinato ai monaci locali. Morì a Calcutta nel 1781, a soli 35 anni, probabilmente a causa del colera, e fu sepolto nel South Park Street Cemetery della città.

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La Presenza del Maestro

In diverse tradizioni spirituali il ruolo del Guru – per i buddhisti tibetani il Lama – occupa un posto di immensa importanza. Il termine “guru” in sanscrito significa “dissipatore dell’oscurità”, ovvero colui che guida il ricercatore dall’ignoranza alla conoscenza, dall’illusione alla realizzazione. La parola tibetana “Lama” è tradotta con “Maestro”.

Mentre gli insegnamenti possono essere impartiti in numerosi modi, anche tramite testi scritti, discorsi registrati o mezzi di comunicazione virtuali, l’atto di essere fisicamente alla presenza della persona che abbiamo scelto come guida spirituale offre profondi benefici, che non possono essere replicati tramite le altre forme di apprendimento.

Una delle ragioni per cui è fondamentale la vicinanza fisica ad un individuo realizzato, è la cosiddetta trasmissione diretta. Il vero insegnamento, infatti, non riguarda semplicemente l’acquisizione di informazioni e di pratiche, ma implica una comprensione più profonda, la cui attivazione spesso avviene in modo non verbale. Quando ci si trova in presenza del Guru, può infatti verificarsi una trasmissione energetica a livelli sottili. Un vero Maestro trasmette saggezza e consapevolezza in un modo che libri o video non possono. Questo passaggio diretto dall’insegnante allo studente, che gli indiani chiamano “shaktipat”, è particolarmente importante nella crescita spirituale, perché non avviene a livello intellettuale ma si basa sulla esperienza: gli allievi riferiscono di provare un profondo senso di pace, maggiore chiarezza mentale o di sperimentare realizzazioni spontanee e cambiamenti nella percezione o nella coscienza. Tutte trasformazioni che richiederebbero molto più tempo per essere coltivate praticando da soli.

Un altro aspetto significativo dell’essere con un Maestro di persona è l’opportunità di una guida diretta e non standardizzata. La crescita spirituale è un viaggio assolutamente personale e, mentre gli insegnamenti generalizzati forniscono una base, i singoli individui hanno spesso ostacoli, punti di forza e influenze karmiche che richiedono un’attenzione specifica. Il Maestro sa affrontare e risolvere i dubbi, le sfide o i blocchi emotivi che lo studente potrebbe incontrare. Se fisicamente presente può osservare queste caratteristiche e offrire una guida su misura, che accelera il progresso del praticante.

Essere in presenza di un realizzato offre anche l’opportunità di far parte di un insieme di ricercatori con idee simili, in sanscrito “satsang”, che significa “associazione con la verità”, ovvero di essere membri della comunità che si forma attorno alla sua figura. L’energia collettiva del gruppo, combinata con la presenza della Guida spirituale, crea una potente atmosfera. Questo sistema collettivo può agire da catalizzatore per lo sviluppo della persona, supportata non solo dal Maestro ma anche dai compagni che hanno intrapreso lo stesso cammino. In questo ambiente sacro, le domande sorgono organicamente e spesso le risposte fornite ad una persona risuonano con il resto dei presenti. Apprendimento, devozione e umiltà condivisi accelerano il raggiungimento dei traguardi, mentre vedere i progressi e le lotte degli altri può ispirare e incoraggiare alla perseveranza.

La guida del Maestro può arrivare attraverso la conversazione, in cui l’allievo riceve consigli pratici e applicabili che si allineano con il suo attuale stadio di sviluppo, ma anche nel silenzio o persino attraverso le azioni, ovvero mentre lo studente impara osservando la vita quotidiana del suo insegnante.

In base alla tradizione, il Lama è visto non solo come un insegnante, ma come la manifestazione vivente degli insegnamenti. Egli serve come promemoria dello stato che il praticante deve aspirare a raggiungere, ricordandogli le qualità che desidera coltivare, come compassione, pazienza, saggezza e umiltà. Osservare il modo in cui il Maestro interagisce con il mondo, sia nei momenti più formali degli insegnamenti e delle cerimonie, che durante i semplici atti della vita quotidiana, fornisce un modello su come integrare la spiritualità nella vita materiale. Questo apprendimento incarnato è difficile da replicare in forma scritta o registrata. È l’esempio vissuto delle azioni, dei pensieri e della presenza del Maestro che può avere l’impatto più profondo su una persona.

Inoltre, sarà più facile che egli fornisca un riscontro immediato sulla pratica, identificando le aree in cui è necessario progredire e indicando i punti ciechi di cui lo studente potrebbe non essere a conoscenza. Questo feedback in tempo reale è prezioso per coloro che prendono sul serio la propria evoluzione nel breve tempo di una vita, poiché aiuta a prevenire la stagnazione e mantiene il ricercatore sulla strada giusta.

La costante vicinanza della guida spirituale favorisce infine disciplina e responsabilità. È facile, specialmente nel mondo odierno, perdere la concentrazione quando siamo lasciati completamente a noi stessi. Il contatto regolare con il Maestro ci mantiene ancorati al sentiero e allineati con le nostre aspirazioni più elevate.

La sua presenza ci offre dunque opportunità senza pari. Sta a noi saperle cogliere.

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Ladakh: ritorno alle origini

L’arrivo del volo proveniente da Delhi è puntuale la mattina del 9 giugno. Non c’è altra via per raggiungere Leh, a meno che non si vogliano affrontare a piedi o in pericolosi fuoristrada passi montani che superano i 5000 metri. Il Ladakh ti toglie subito il respiro, e non solo per l’altitudine che ne fa una delle regioni più elevate del mondo. Grande come l’Italia e situata a nord dell’India, tra le maestose catene montuose dell’Himalaya e del Karakorum, era un tempo parte del Tibet.

Tutto appartiene ancora ad un diverso pianeta, profondamente legato alla cultura millenaria del Paese delle Nevi e solo scalfito dalla modernità. Il cielo di un azzurro irreale sovrasta montagne di roccia nuda, sulle cui pareti a picco sono incastonati antichissimi monasteri. Impenetrabili deserti di detriti si alternano a profonde vallate macchiate di verde dalle coltivazioni o sommerse dal blu profondo dei laghi glaciali.

Gruppi di monaci attendono il Venerabile Lama Paljin Tulku Rinpoce, che siede sul trono del Monastero di Atitse e figura tra i Maestri che reggono il Monastero di Lamayuru, per il suo ritorno a casa, dove tutto è incominciato.

Infatti, fu proprio a Lamayuru che, trenta anni fa, si tenne la cerimonia solenne di riconoscimento della sua figura come “tulku” ovvero reincarnazione di Je Paljin, un insigne Lama vissuto nel 1600, che fu abate di Atitse, operò in entrambi i monasteri e fu chiamato “grande siddha realizzato” (Drubwang) per le sue eccezionali doti di yogin e meditatore. Tornato in Italia, Lama Paljin Tulku Rinpoce divenne la guida spirituale dei tre Centri di Buddhismo tibetano da lui fondati, Mandala Samten Ling di Graglia, Mandala di Milano e Mandala Deua Ling di Merano.

Il Lama è accompagnato da Anna Maria Pennaglia, detta Pucci, Presidente del Samten Ling e discepola di una vita. In programma incontri con vecchi amici, festeggiamenti troppo a lungo rimandati e appuntamenti ufficiali, tra cui la consacrazione del grande complesso di Atitse, finalmente restaurato ed ampliato.

I monaci sono impegnati negli ultimi febbrili preparativi, e il Lama riceve diverse delegazioni venute a rendere omaggio e coinvolgerlo nelle decisioni organizzative.

Dopo due giorni di acclimatazione a Leh, la capitale, la prima tappa è il Centro monastico di Lamayuru, a circa 100 km di distanza, prima delle due destinazioni principali del viaggio. Il Monastero, fondato nel 1100 d.C., sorge a 4000 mt di altezza e conta una folta comunità di monaci. In onore della sua visita viene celebrata una puja, solenne preghiera rituale. L’incontro tra Lama Paljin e S.E. Chetsang Rinpoce, al vertice del lignaggio “Drikung Kagyu”, è particolarmente caloroso e la gioia traspare da entrambi.

ll giorno stesso si riparte per Atitse, che si trova a soli 7 km di distanza. Il Monastero, già noto nell’anno mille come centro di meditazione, siede su uno spuntone di roccia e conserva cimeli tra i più preziosi della regione: la grotta dove meditò Naropa, il grande Maestro indiano al quale si deve la diffusione in Tibet delle dottrine supreme del Mahamudra (Grande Sigillo); una antica “tangka” raffigurante il Drubwang Je Paljin e il Tempio delle Mille Tare, realizzato da Lama Paljin nel corso della sua attuale esistenza. Oggi, grazie alla sua guida infaticabile, Atitse è un rinomato centro internazionale di meditazione.

Il Lama è atteso per presiedere al grande evento di consacrazione della nuova struttura, un importante ampliamento della precedente, risalente al XV secolo. Una solenne cerimonia, officiata da S.E. Chetsang Rinpoce per i religiosi al completo, è seguita il giorno successivo dall’incontro con i fedeli.

Sono diverse migliaia le persone giunte al Monastero con ogni mezzo: ladakhi, indiani, ma anche gruppi di occidentali, europei, americani, venuti ad ascoltare gli insegnamenti e ricevere le benedizioni.

Pucci mi parla a lungo dei sorrisi, dei paesaggi, di suoni, profumi e colori di una terra così lontana da noi, eppure luogo di riferimento per tutti i praticanti del Buddhismo tibetano. Il viaggio con il Lama, in sé esperienza fuori dall’ordinario, sembra aver lasciato un segno da condividere.
Le chiedo “Cosa ti è’ rimasto dentro?”
“Molto. Ma se ti dovessi rispondere con una parola, direi la gente.”

La gente, vera protagonista di ogni tappa, sorpresa e felicità che si mescolano sui volti per la presenza del Lama amato, tornato a casa dalla lontana Italia.
La gente, che lo accoglie con l’entusiasmo che da noi viene destinato alle rock star.
“Mi parlavi del trasporto che hai visto, perché ti ha colpita?”
“Mi ha fatto riflettere. Per noi dei Centri italiani il Lama è la nostra guida spirituale, ma anche un amico nella quotidianità, sempre accessibile per tutti, con assoluta semplicità e umiltà. Così a volte dimentichiamo il prestigio della sua figura e l’importanza della sua missione per la storia del Buddhismo in Occidente. Vedere con quanta devozione sincera le persone si accostavano a lui mi ha commossa.”

“Ti sembra che l’approccio verso i Maestri sia diverso tra est e ovest del mondo?”
“Senza dubbio, c’è una grande differenza di mentalità”, spiega. “Noi stiamo sempre a chiedere, e non ci accontentiamo mai.”
In effetti è vero. Gli occidentali si approcciano anche alla spiritualità con l’idea del risultato, Vogliamo sempre ottenere qualcosa: la calma, la tecnica, la soluzione ai problemi della vita. Così il rapporto col Maestro diventa unidirezionale.

“Certo,” – continua – “ci dimentichiamo troppo spesso di dare, che anche lui ha bisogno di noi. E siamo molto mentali e materiali, in questo modo il cuore si blocca. Lì ho visto così tanta gente che crede davvero nel Dharma, sente prima di pensare e si avvicina con rispetto a coloro che incarnano delle qualità spirituali.”
“Quindi qual è il segreto nel rapporto con un Maestro?“
“I ladaki me lo hanno ricordato con l’esempio: non chiedere nulla, ma offrire amore, riconoscenza, fiducia; offrire per primi. Non solo un dare materiale (anche se è essenziale per sostenere i Monasteri con il loro lavoro!). Così si crea uno scambio puro, tra i cuori. È questo il rapporto da ricercare”.

Un viaggio sul tetto del mondo, dove per il Sangha italiano fondato da Lama Paljin tutto è iniziato, serve anche per riscoprire la relazione con il Maestro, alle origini del Buddhismo stesso.

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Una maestra di fama internazionale al monastero buddhista di Graglia

Praticanti venuti da tutta Italia si sono riuniti domenica 15 ottobre presso il monastero Mandala Samten Ling di Graglia Santuario per ricevere Lama Tsultrim Allione, una esponente di spicco del buddhismo internazionale. Terminato il ritiro organizzato dall’Associazione “Progetto PienEssere” sul tema “Riposare nel grembo della Grande Madre”, svoltosi nella sala congressi del Santuario di Graglia, Lama Tsultrim Allione ha voluto salutare gli associati e simpatizzanti Drikung Kagyu Italia.

Nata nel Maine, in America, questa donna straordinaria ha iniziato giovanissima un percorso di realizzazione spirituale che l’ha presto portata ad incontrare il buddhismo tibetano, dapprima come monaca e successivamente come insegnante di meditazione. Negli anni ’70 ha fatto parte della comunità di Chogyam Trungpa, insieme con i principali rappresentanti della Beat Generation, come Allen Ginsberg, Timothy Leary, Jack Kerouac e Gregory Corso. È stata discepola di qualificati yogi e grandi Maestri tibetani ed ha fondato e dirige in Colorado il centro di ritiri “Tara Mandala”. Riconosciuta come la emanazione di Machig Labdron, una yogini vissuta nel 1100, ritenuta una importante manifestazione del femminile nella tradizione Vajrayana, svolge da anni il compito di diffondere in Occidente il lignaggio di questa donna basato sul Chod, una pratica tantrica dal simbolismo profondo.

Autrice di numerosi libri pubblicati in diverse lingue, è particolarmente nota per la sua opera intitolata “Nutri i tuoi demoni”, un compendio di metodi per lavorare con le nostre emozioni perturbanti, e anche per il libro “Donne di saggezza” dedicato alla vita di sei donne tibetane insegnanti. Molto successo ha ottenuto anche “Il Mandala femminile”. “Sono venuta altre volte nel Vecchio Continente, ma questo è il mio primo Tour personale in Europa dopo il Covid – dice Lama Tsultrim Allione – ed ha lo scopo di diffondere il Dharma e gli insegnamenti sulla natura della mente per il beneficio di tutti. Nel fare questo intendo anche stimolare le donne a sviluppare il potenziale del loro femminile per far riemergere quella forza spirituale, individuale e sociale, unica in grado di permettere all’umanità di far fronte alle sfide del nostro tempo. Le donne, con la loro potente energia generatrice e trasformativa, possono risollevare le sorti di un mondo sempre più sofferente e smarrito “.

Quello di Graglia è stato un avvenimento eccezionale che ha visto incontrarsi due occidentali ufficialmente inseriti in un contesto tradizionale tibetano: Lama Tsultrim Allione, prima donna americana a prendere i voti monastici e riconosciuta come la emanazione di Machig Labdron e Lama Paljin Tulku, unico italiano riconosciuto come la reincarnazione di Dubwang Paljin, un Maestro tibetano vissuto nel 1600. Entrambi frutto della prima ondata del Buddhismo tibetano in Occidente, entrambi entrati in contatto con alcuni dei più autorevoli Maestri tibetani ed entrambi impegnati da circa mezzo secolo nella diffusione di un buddhismo moderno che coniuga la psicologia occidentale con la tradizione spirituale del Tibet.

“Al Mandala Samten Ling, abbiamo ricevuto numerosi Maestri preziosi, ma questo è un momento speciale – ha sottolineato Lama Paljin Tulku – perché l’energia di questa Dakini è molto potente e Lama Tsultrim Allione la emana spontaneamente. La sua presenza a Graglia è stata una grande benedizione per chi ha seguito il ritiro, ma anche per la gente del posto e per l’ambiente. Niente succede per caso: questo nostro eccezionale e imprevedibile incontro, in un paesino situato nel cuore delle Alpi biellesi, ha un valore karmico non trascurabile e bisogna saperne cogliere i segni. Ritengo che il compito di valorizzare il ruolo del sacro femminile nella pratica spirituale sia di grande attualità e sono certo che porterà ottimi risultati a livello globale. La Visione di Lama Tsultrim Allione ci piace e faremo del nostro meglio per sostenerla con entusiasmo e consapevolezza.”

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Concluso il convegno S.I.S.S.C. 2023

Si è concluso con successo a Torino il convegno 2023 della “Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza”.
L’evento ha registrato la partecipazione di studiosi e ricercatori nel campo delle discipline antropologiche e psicoanalitiche legate alla esplorazione della interiorità umana.
All’ iniziativa, che si è rivelata anche un interessante punto di confronto tra ermetismo occidentale e orientale, ha preso parte, insieme ad un qualificato numero di esperti, il Ven. Lama Paljin Tulku Rinpoche con un intervento dal titolo: “La mente psichedelica: dal percorso iniziatico all’uso terapeutico “.

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