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Tag: Buddhismo tibetano

La dimensione del Mantra

Come parole e suoni ci possono trasformare

I mantra, sillabe, parole o frasi ripetute con intenzione e consapevolezza, a voce o mentalmente, spesso al ritmo del respiro, sono parte delle più antiche tradizioni spirituali e pratiche di meditazione. Utilizzati in culture religiose come l’induismo, il buddhismo, il taoismo, i mantra esercitano un potere profondo su chi li utilizza.

Il termine “mantra” deriva dal sanscrito, dove “man” significa “mente” e “tra” si traduce con “strumento”. Insieme, “strumento della mente”. Alcuni dei mantra più noti includono la sillaba “Om”, considerato il suono primordiale del mondo manifesto.

I mantra non sono dunque semplicemente parole o suoni, ma potenti strumenti, la cui forza risiede innanzitutto nel loro effetto vibrazionale sul corpo e sulla mente. L’atto di ripetere un mantra, prima di essere una pratica rituale, ha un impatto materiale, diretto e facilmente sperimentabile da chiunque.

La ripetizione di un suono specifico genera, infatti, un effetto ondulatorio che può influenzare il fisico, entrando in risonanza con le cellule e i tessuti e quindi armonizzando le frequenze energetiche dell’intero organismo. Le onde vibratorie dei mantra sono spesso associate a specifici centri energetici del corpo, o chakra, che essi possono sbloccare e bilanciare.

Sul piano psicologico, i mantra riducono l’ansia e i pensieri disturbanti e aumentano la consapevolezza, canalizzando la mente verso la calma. La loro ripetizione, specialmente in armonia con la respirazione, aiuta a ridurre il “rumore mentale”, favorendo uno stato di concentrazione profonda, essenziale nelle discipline yogiche e meditative.

La scienza ha appena iniziato la sua esplorazione sul funzionamento di queste antichissime formule. Alcuni studi dimostrano già che l’emissione di suoni ripetuti può attivare il sistema parasimpatico, ridurre lo stress, abbassare i livelli di cortisolo e migliorare la variabilità della frequenza cardiaca, quest’ultimo un indicatore della resilienza agli stimoli ambientali.

Nel cammino spirituale guidato da un Maestro, in connessione con la sfera interiore e con uno scopo elevato, i Mantra assurgono a strumenti sacri ed essenziali per la crescita della persona.

Nel buddhismo tibetano la scelta del Mantra appropriato da integrare nella propria pratica quotidiana e il conferimento della relativa autorizzazione alla recitazione, spettano al proprio Maestro. I mantra vengono utilizzati anche per purificare le energie negative e dissolvere i blocchi Karmici che impediscono il progresso spirituale.

Il praticante che desideri poi beneficiare appieno del potenziale del Mantra e gestirne correttamente l’energia, deve ricevere una iniziazione (detta “lung”). Tale trasmissione diretta non è solo un passaggio tecnico, ma un atto sacro che conferisce alla formula il suo pieno potere. I Mantra tibetani non sono infatti semplici suoni o parole efficaci, ma sono considerati chiavi segrete per attivare livelli superiori di consapevolezza ed accedere alle energie sottili dell’universo interiore ed esteriore.

Si ritiene inoltre che i mantra abbiano un effetto non solo individuale ma collettivo, contribuendo ad infondere energia positiva nel mondo e a bilanciare le forze universali.

Affinchè il suono dei mantra abbia la potenza per alterare le frequenze vibrazionali della mente e del corpo, portandole in risonanza con stati superiori di coscienza, il loro utilizzo richiede un triplice coinvolgimento: la recitazione; l’immaginazione, ovvero la visualizzazione di una figura trascendente, un Maestro, una luce, un simbolo sacro; l’intenzione, ovvero una aspirazione elevata, come la compassione, la saggezza o il risveglio.

La capacità dei Mantra di creare una connessione diretta tra il praticante e l’energia rappresentata dalle divinità e dagli Esseri realizzati del presente e del passato, è considerato uno dei più grandi tesori del Buddhismo tibetano, il cui fine ultimo è quello di superare i limiti della mente ordinaria, permettendo all’essere umano di sperimentare la propria natura luminosa.

Il potere segreto dei Mantra risiede dunque nella loro capacità di trasformarci ad ogni livello: fisico, mentale, energetico e spirituale. Sebbene alcuni mantra siano accessibili e recitati in contesti disparati, il loro vero potenziale si manifesta solo attraverso la pratica costante, la giusta intenzione e, secondo la nostra Tradizione, la guida di un Maestro esperto e qualificato. Recitare un Mantra sarà così non solo un rituale, ma l’inizio di un viaggio verso la scoperta del nostro potenziale più alto, di un cammino verso la liberazione e l’unità con il tutto.

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L’appellativo di Tulku, basato sulla convinzione che Maestri dalle grandi realizzazioni spirituali, mossi dall’altruismo e dalla compassione, rinascano più volte in diverse forme umane per aiutare gli esseri senzienti a liberarsi dal giogo della sofferenza – e possano essere ritrovati – emerge in Tibet attorno al XII° secolo, dando luogo a molteplici lignaggi, maggiori e minori: tra i più conosciuti ed eminenti quelli del Dalai Lama e del Karmapa.

Con il diffondersi del Buddhismo in occidente, emanazioni di figure religiose sono state riconosciute anche oltre i confini geografici della società tibetana.

Così è stato per il Venerabile Lama Paljin Tulku Rinpoce. Sono passati quasi trent’anni da quel 14 luglio 1995, quando i Monaci del Monastero di Lamayuru in Ladakh, all’ombra solenne delle vette Himalayane, si riunirono per accogliere Arnaldo Graglia quale reincarnazione di Je Paljin, uno yogin vissuto nel XVII secolo nella regione, ancora oggi ricordato come Drubwang o grande Siddha realizzato. “Egli è nuovamente tra noi,” – affermarono – “in questa sala.” Il primo italiano ad essere formalmente riconosciuto come il ritorno di un Maestro del Buddhismo tibetano. Il resto è storia, della quale molti tra i Lettori sono testimoni devoti.

L’intera esistenza del Ven. Lama Paljin prova che non solo una integrazione tra oriente e occidente è possibile, ma che da essa può generarsi un motore propulsivo del Buddhismo e della spiritualità in questo millennio.

Per alcuni Tulku occidentali, invece, vivere la propria identità sospesa tra ieri ed oggi e trovare la propria strada sono state una sfida. Comprensibilmente.

Immaginiamoci la scena. Un giorno, in una casa come tante altre, genitori come tanti altri si trovano a fronteggiare la notizia che il proprio bambino come tanti altri non è, anzi sarebbe la reincarnazione di un eminente religioso del passato. Le famiglie tibetane esplodono di gioia, celebrano ed onorano il rango del piccolo e trovano nella propria fede la forza necessaria per impacchettare il frugoletto ed inviarlo ad insediarsi e studiare in un Monastero lontanissimo, sotto le amorevoli cure di un Monaco tutore, che gli sarà padre e madre negli anni della formazione.

Ma supponiamo che il figlio sia nostro: chi tra noi non mostrerà qualche perplessità, almeno iniziale? Naturalmente ci sono gli oracoli, le visioni, i ricordi emersi, le prove fatte con oggetti e situazioni della precedente identità che il candidato deve riconoscere. Ma anche riuscendo ad accettare come vera una storia che ci richiede di cambiare il modo stesso in cui pensiamo alla vita, ci chiederemo sgomenti “E ora?”. È il caso cinematografico del bambino americano Jesse nel celebrato capolavoro “Piccolo Buddha” di Bernardo Bertolucci.

E ci sono i casi reali di diversi occidentali, nati in particolare tra gli anni ‘70 e ’80 e ufficialmente riconosciuti come Tulku, a testimoniare un percorso non sempre lineare.

Prendiamo per esempio Elijah Ary. Sembra il tipico bambino canadese, unica peculiarità il fatto che i genitori gestiscono un centro di meditazione. Dove un giorno ricevono un visitatore venuto da lontano, il Monaco Khensur Pema Gyaltsen. Quasi immediatamente il piccolo di soli quattro anni si mette a parlare con lui, facendo nomi di gente e descrivendo luoghi nella regione Himalayana, che ovviamente non ha mai visto. Per i genitori è soltanto immaginazione, ma il Monaco conosce una ad una le persone nominate. Presto arriva una lettera, indirizzata alla coppia, che dice, in sostanza, avete il nostro Maestro, Geshe Jatze, deceduto nel 1950, vi preghiamo di restituircelo al più presto.

La risposta è no, il piccolo resta a casa sua. Ma diviene ben presto evidente che crescendo si senta fuori posto. Un giorno a scuola disegna il palazzo Potala di Lhasa in tutti i dettagli. Quando i compagni gli chiedono se ci sia mai stato risponde “Non in questa vita”. Così a 14 anni finalmente parte alla volta del Sera Monastery in India. Al principio, come testimonia sua mamma, è “come ributtare un pesce in acqua”. Ma la sua mentalità entra presto in conflitto con le rigide regole e la sottile etichetta del Monastero. Non resiste. Tornato in Canada e dopo altre vicissitudini, seguendo un consiglio ricevuto dal Dalai Lama, diventerà infine uno psicoterapeuta.

Che senso ha tutto questo? Perché dunque i Tulku farebbero la loro apparizione dalle nostre parti? Per il praticante buddhista, che conosce il significato della parola bodhisattva, il motivo è ovvio: chi ritorna lo fa per aiutare. Altrettanto chiaro, però. è che questo compito nella società moderna non sarà semplice.

La tradizione dei Tulku è estremamente importante nel Buddhismo tibetano e tale resterà. Ma essa è intimamente dipendente da quella profonda cultura religiosa, che diviene trama del tessuto sociale tibetano. Perché fioriscano le incarnazioni mistiche, in poche parole, ci vogliono i Monasteri ed un universo intero che ruoti attorno ad essi. L’ovest del pianeta non sembra intimamente né materialmente attrezzato per riconoscere figure spirituali di questo calibro, per comprenderle sino in fondo, per aiutarle nel loro lavoro su questa Terra. Così per un occidentale che riceva una simile chiamata la scelta rischia di essere dura: alienarsi il proprio mondo e vivere come un Lama tibetano; oppure restare nella cosiddetta società civile, testimoniare il Dharma in modo diverso, ma in questo porsi dolorosamente in contrasto con una tradizione millenaria.

La sfida è aperta: può l’Occidente, con la sua visione superficiale e strumentale della spiritualità, accogliere la realtà straordinaria dei Tulku?

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