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Tag: buddhismo

Coltivare una mente astrologica

L’astrologia è un anello di congiunzione fra l’uomo e le energie celesti. Entrare davvero nella dimensione di questa nobile disciplina significa non solo studiarla e offrire/richiedere consulenze. È fondamentale sviluppare anche la capacità d’entrare in risonanza con i ritmi celesti e di partecipare alla loro armonica ciclicità.

Ritmi celesti e contemplazione cosmica

Considereremo quindi con maggiore attenzione e consapevolezza il succedersi delle fasi lunari e dei giorni della settimana planetaria. O ancora, mediteremo sul simbolismo delle ore del giorno e delle direzioni dello spazio, oppure sugli ordinati circuiti incessantemente percorsi dagli astri. Ma il modo più immediato e diretto per vivere momenti di contemplazione cosmica è imparare a percepire la peculiare energia che pervade le varie stagioni.

Le stagioni e il ciclo vitale

Il loro avvicendarsi va difatti salutato con meraviglia e riconoscenza, in quanto rappresenta ogni anno una miracolosa avventura celeste, carica di poesia e simbolismo.

Dal Capodanno al solstizio d’estate, avvertiamo un grande slancio vitale e progettuale. Proviamo un senso di gioiosa euforia all’arrivo della primavera, di vertiginosa ebbrezza rimirando le stelle del cielo estivo.

In autunno, tempo di bilanci, si fa strada una leggera malinconia per il decrescere della luce, ma sentiamo d’avere acquisito nuove conoscenze ed esperienze durante l’anno che ormai volge al termine.

Il freddo inverno ci porta poi a contatto con ciò che per noi è davvero essenziale, in vista dell’avvio del nuovo ciclo annuale…

La settimana planetaria

Circa i giorni della settimana, ciascuno è posto sotto l’influsso d’un particolare pianeta. Secondo l’antica tradizione della settimana planetaria, d’origine caldea e diffusasi nell’Impero romano intorno al I secolo d.C., ‘lunedì’ deriva da Lunae dies, ‘martedì’ da Martis dies e così via. Sempre in base a tale tradizione, i pianeti presiedono anche alle singole ore del giorno.

Giorni e attività in armonia con i pianeti

In linea generale, in armonia con le simbologie planetarie, per le pratiche divinatorie e astrologiche il giorno migliore è il mercoledì, mentre alle cerimonie sacre si addicono il giovedì e la domenica.

Per attività artistiche e ricreative, incontri amorosi e banchetti meglio puntare sul venerdì.

Circa le attività terapeutiche in senso lato, ottimo il mercoledì. Più adatto il lunedì se si tratta di terapie connesse con acqua o liquidi, oppure d’attività associate alla purificazione o ai bambini.

Il venerdì è perfetto per sessioni armonizzanti basate su fiori, erbe, incensi, fragranze e arteterapia. Il sabato è invece il giorno preferibile per cristalloterapia, ritiri meditativi, pratiche ascetiche e digiuni.

Per attività militari e sportive e situazioni in cui occorra mostrare fermezza, va infine privilegiato il martedì.

Valenze astrologiche dei giorni e della nascita

Oggi non si tiene conto a livello previsionale delle valenze dei giorni della settimana, tuttavia, nell’analisi del tema natale, sapere che una persona è nata di giovedì o lunedì offre un tassello interpretativo aggiuntivo, insieme alla fase lunare di nascita.

Astrologia, natura e fasi temporali

Nel potenziare e consacrare i cristalli, così come nel raccogliere le erbe e preparare/somministrare i rimedi astrologici, si tiene conto della connessione delle varie fasi temporali con le forze astrali.

La raccolta delle erbe dev’essere compiuta ad esempio subito dopo l’alba, nel giorno della settimana cui presiede il dominatore planetario della specie della pianta di riferimento. Vanno considerate anche le fasi lunari.

Le fasi lunari e le loro influenze

Dalla luna nuova alla luna piena, sono favorite tutte le attività e situazioni che devono iniziare o espandersi, dalla luna piena alla luna nuova, tutte quelle che devono terminare o decrescere. Per esempio la luna calante è propizia per avviare diete dimagranti e cicli depurativi e per tagliarsi i capelli, se si desidera che ricrescano lentamente. La fase lunare natale determina inoltre precise sfumature psicologiche nel consultante.

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La Presenza del Maestro

In diverse tradizioni spirituali il ruolo del Guru – per i buddhisti tibetani il Lama – occupa un posto di immensa importanza. Il termine “guru” in sanscrito significa “dissipatore dell’oscurità”, ovvero colui che guida il ricercatore dall’ignoranza alla conoscenza, dall’illusione alla realizzazione. La parola tibetana “Lama” è tradotta con “Maestro”.

Mentre gli insegnamenti possono essere impartiti in numerosi modi, anche tramite testi scritti, discorsi registrati o mezzi di comunicazione virtuali, l’atto di essere fisicamente alla presenza della persona che abbiamo scelto come guida spirituale offre profondi benefici, che non possono essere replicati tramite le altre forme di apprendimento.

Una delle ragioni per cui è fondamentale la vicinanza fisica ad un individuo realizzato, è la cosiddetta trasmissione diretta. Il vero insegnamento, infatti, non riguarda semplicemente l’acquisizione di informazioni e di pratiche, ma implica una comprensione più profonda, la cui attivazione spesso avviene in modo non verbale. Quando ci si trova in presenza del Guru, può infatti verificarsi una trasmissione energetica a livelli sottili. Un vero Maestro trasmette saggezza e consapevolezza in un modo che libri o video non possono. Questo passaggio diretto dall’insegnante allo studente, che gli indiani chiamano “shaktipat”, è particolarmente importante nella crescita spirituale, perché non avviene a livello intellettuale ma si basa sulla esperienza: gli allievi riferiscono di provare un profondo senso di pace, maggiore chiarezza mentale o di sperimentare realizzazioni spontanee e cambiamenti nella percezione o nella coscienza. Tutte trasformazioni che richiederebbero molto più tempo per essere coltivate praticando da soli.

Un altro aspetto significativo dell’essere con un Maestro di persona è l’opportunità di una guida diretta e non standardizzata. La crescita spirituale è un viaggio assolutamente personale e, mentre gli insegnamenti generalizzati forniscono una base, i singoli individui hanno spesso ostacoli, punti di forza e influenze karmiche che richiedono un’attenzione specifica. Il Maestro sa affrontare e risolvere i dubbi, le sfide o i blocchi emotivi che lo studente potrebbe incontrare. Se fisicamente presente può osservare queste caratteristiche e offrire una guida su misura, che accelera il progresso del praticante.

Essere in presenza di un realizzato offre anche l’opportunità di far parte di un insieme di ricercatori con idee simili, in sanscrito “satsang”, che significa “associazione con la verità”, ovvero di essere membri della comunità che si forma attorno alla sua figura. L’energia collettiva del gruppo, combinata con la presenza della Guida spirituale, crea una potente atmosfera. Questo sistema collettivo può agire da catalizzatore per lo sviluppo della persona, supportata non solo dal Maestro ma anche dai compagni che hanno intrapreso lo stesso cammino. In questo ambiente sacro, le domande sorgono organicamente e spesso le risposte fornite ad una persona risuonano con il resto dei presenti. Apprendimento, devozione e umiltà condivisi accelerano il raggiungimento dei traguardi, mentre vedere i progressi e le lotte degli altri può ispirare e incoraggiare alla perseveranza.

La guida del Maestro può arrivare attraverso la conversazione, in cui l’allievo riceve consigli pratici e applicabili che si allineano con il suo attuale stadio di sviluppo, ma anche nel silenzio o persino attraverso le azioni, ovvero mentre lo studente impara osservando la vita quotidiana del suo insegnante.

In base alla tradizione, il Lama è visto non solo come un insegnante, ma come la manifestazione vivente degli insegnamenti. Egli serve come promemoria dello stato che il praticante deve aspirare a raggiungere, ricordandogli le qualità che desidera coltivare, come compassione, pazienza, saggezza e umiltà. Osservare il modo in cui il Maestro interagisce con il mondo, sia nei momenti più formali degli insegnamenti e delle cerimonie, che durante i semplici atti della vita quotidiana, fornisce un modello su come integrare la spiritualità nella vita materiale. Questo apprendimento incarnato è difficile da replicare in forma scritta o registrata. È l’esempio vissuto delle azioni, dei pensieri e della presenza del Maestro che può avere l’impatto più profondo su una persona.

Inoltre, sarà più facile che egli fornisca un riscontro immediato sulla pratica, identificando le aree in cui è necessario progredire e indicando i punti ciechi di cui lo studente potrebbe non essere a conoscenza. Questo feedback in tempo reale è prezioso per coloro che prendono sul serio la propria evoluzione nel breve tempo di una vita, poiché aiuta a prevenire la stagnazione e mantiene il ricercatore sulla strada giusta.

La costante vicinanza della guida spirituale favorisce infine disciplina e responsabilità. È facile, specialmente nel mondo odierno, perdere la concentrazione quando siamo lasciati completamente a noi stessi. Il contatto regolare con il Maestro ci mantiene ancorati al sentiero e allineati con le nostre aspirazioni più elevate.

La sua presenza ci offre dunque opportunità senza pari. Sta a noi saperle cogliere.

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Il Monastero, mondo aperto

Il monastero buddhista nell’immaginario collettivo appare una istituzione isolata e chiusa. Invece è un microcosmo che riflette perfettamente l’ampia realtà che lo circonda. Anche se posto in contesti naturali remoti e appartati, è un “mondo aperto” sia dal punto di vista spirituale che sociale, un ponte tra la vita meditativa e laica, un luogo di connessione interculturale, di pratica ecologica e di accoglienza della diversità.

Anzitutto sito di rifugio e di meditazione, il monastero consente di addestrarsi nella spiritualità. Ma questo viaggio interiore non è una fuga. Nel monastero si apprende che la pratica interiore non è mai sconnessa dalla esistenza esteriore, anzi ne è parte integrante. L’interdipendenza di tutti i fenomeni e l’esercizio della compassione collegano indissolubilmente il buddhista ad ogni cosa e a tutti gli esseri, ogni giorno della sua vita.

I monaci solo apparentemente scelgono di stare fuori dal mondo; invece, si impegnano e partecipano attivamente al bene dell’umanità, non solo attraverso i frutti delle discipline meditative e della preghiera, ma nella pratica tutta del buddhismo, che è azione. Essi sono attenti osservatori della società e partecipi apportatori di cambiamento positivo.

I monasteri nascono come luoghi di apprendimento, in cui i religiosi ed oggi anche i semplici praticanti e visitatori possono studiare e ricevere insegnamenti. Il crescente interesse occidentale per il buddhismo e la meditazione ha portato diversi centri monastici a diventare veri e propri spazi multiculturali. La vocazione educativa coniugata con l’assenza sostanziale di dogmatismo nell’approccio dottrinale, aprono di fatto il monastero buddhista alla società circostante, facendone un luogo elettivo per l’incontro e il dialogo tra differenti tradizioni spirituali, in cui visioni alternative possono dialogare e coesistere pacificamente, nell’apprezzamento della diversità.

Che è anche bio-diversità. In genere il locus monastico si integra nel paesaggio naturale senza alterarlo in modo significativo, anzi valorizzando l’ambiente e avendo cura degli esseri che lo abitano. L’amorevole gentilezza, cardine della dottrina, si rivolge anche al pianeta e molti monasteri fungono da esempi, vivendo secondo il principio della non violenza (ahimsa) e limitando l’impronta ecologica. L’alimentazione, spesso vegetariana o vegana, l’uso consapevole delle risorse e la gestione responsabile dei rifiuti sono diffuse, testimoniando un rapporto con l’ambiente visto come soggetto amico e ricchezza universale.

In questo senso il monastero buddhista ispira uno stile di vita più sostenibile, diventando modello di un’esistenza umana in equilibrio con tutto ciò che è.

Di fatto esso sviluppa una forte interazione con il tessuto sociale. La pratica dell’offerta generosa (dana) si concretizza nel supporto reciproco tra monaci e comunità laica. I primi dipendono dalle donazioni per vivere, mentre in cambio offrono sostegno morale e psicologico, supporto economico e sociale per i bisognosi, percorsi di crescita spirituale. Questa reciprocità crea un legame profondo con la gente. Così, il monastero è visto come la casa di tutti, accogliente e sempre accessibile a chiunque senta il bisogno di rifugio e aiuto.

Il monastero buddhista, quindi, non luogo separato ma microcosmo che, incarnando principi universali come l’amore, la compassione, l’interdipendenza, il rispetto per il pianeta e la condivisione, diviene quel “mondo aperto” in cui la vita religiosa incontra quella laica e il pensiero orientale si unisce con altre culture. Esso non solo riflette, ma amplifica la realtà, dimostrando come la spiritualità possa fiorire all’interno della società e in connessione con essa. In questo modo, il monastero buddhista rappresenta una sfida ai concetti di isolamento e separazione, diventando un ponte tra interiore ed esteriore, un modello di armonia, tolleranza e apertura verso la vita in tutte le sue forme.

Nella foto Il complesso monastico di Lamayuru (Ladakh)

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Kathmandu e la Kumari (prima parte)

Nepal, il viaggio che tutti sognano e prima o poi faranno.

Dopo il lusso onnipotente del Qatar, scalo obbligato, con le sue vetrine da milioni di euro, sospinti da un condizionamento polare capace di insinuarsi sotto i voluttuosi plaid della linea aerea, l’attesa per i bagagli a Kathmandu, con la solita ressa di carrelli unticci e un unico nastro per dieci voli, è quasi un sollievo.

L’aeroporto, mi fanno notare i veterani, è cresciuto. Un tempo era praticamente una grossa tenda, la gente si sedeva in terra. Chissà perché non sono così contenta di sentirlo.

E comunque via, per le strade multicolori della capitale, su un pulmino dove mi prendo dieci morsi da un insetto invisibile. Anche Kathmandu si è sviluppata, copiando il peggio dall’occidente, ce ne accorgiamo subito. Un numero simile di macchine e moto non si era mai visto. Con il Governo che sussidia l’acquisto, ora ogni nepalese ha almeno un motorino, mentre le bici sono praticamente estinte. Fa milioni di persone in movimento perpetuo, che ti vengono addosso come in Inghilterra, dal lato sbagliato della strada, guidando dal lato sbagliato della macchina, e seguendo traiettorie intrecciate con folli velocità, per fermarsi in extremis a sfioro di mezzi e passanti. Il mio DNA un po’ napoletano mi protegge, gli altri sono increduli.

Risultato? In una manciata di anni la capitale ha conquistato il poco invidiabile primato di città più inquinata del mondo e a me, che ho i polmoni fragili, viene un febbrone da cavallo.

Quando riemergo visitiamo i posti del cuore. Meno male che sono ancora lì.

I Monasteri solenni e variopinti, i sorrisi dei giovani monaci, le cerimonie millenarie dall’energia che non puoi dire in parole, i templi, l’architettura splendida dei siti UNESCO, ricomposta mirabilmente – in meno di dieci anni – dopo il tremendo terremoto.

E ovunque commercianti nati, con la loro paccottiglia turistica, mescolati con certi artigiani della pietra, del legno, dei preziosi, da fare impallidire la Terra di Mezzo.

Alla fine di un viaggio c’è sempre un viaggio da ricominciare, diceva De Gregori.

Capita poi che la gemma che ti porti a casa sia del tutto inaspettata.

Nella piazza di Durbar Square, nel centro storico di Kathmandu, c’è un palazzo chiamato Kumari Ghar. Da fuori assomiglia alle dimore dei sovrani nelle città d’arte del Nepal, con i suoi muri di mattoni e le file di finestre ricamate nel legno. Rigorosamente chiuse. Perché nelle stanze più protette e riccamente addobbate, ci vive una divinità.

La dea vivente chiamata Kumari, manifestazione di Taleju o Durga, al centro di una venerazione profonda in tutto il Nepal buddhista ed anche induista, ma particolarmente nella comunità Newar della valle di Kathmandu. Ed è una bambina.

Consegnata dai genitori dopo il suo riconoscimento, vive reclusa nel palazzo, servita come una regina, affacciandosi o uscendone solo nell’occasione di importanti cerimonie e alla fine della sua esistenza divina quando, raggiunta l’età dello sviluppo, potrà tornare nel mondo dei mortali, lasciando il posto ad una nuova bimba.

(Continua nel numero di novembre)

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Amore e azione – seconda parte

Se vuoi la pace, la pace viene subito da te.

Thich Nhat Hanh

L’amore nel buddhismo non è un sentimento né un concetto astratto, ma una qualità della mente strettamente unita all’azione. Il Venerabile Lama Paljin Tulku Rinpoce insegna ai suoi allievi che amare è desiderare la felicità dell’altro e fare di tutto affinché questi la raggiunga.
Così anche la pace diventa possibile quando l’amore è azione, una tesi che Thich Nhat Hanh ha provato con la sua stessa esistenza.

Nell’affrontare a fianco del suo popolo la guerra del Vietnam, insieme alla maggioranza della comunità buddhista del suo Paese, egli abbracciò con convinzione il metodo dell’azione non-violenta o ahimsa, poiché, nelle sue parole, essa scaturisce spontaneamente dall’altruismo e dalla compassione, non dall’odio, dalla paura o dall’ignoranza, che distruggono sia chi ne è preda che la lotta stessa.

Per i buddhisti vietnamiti si trattò di restare dolorosamente neutrali tra due fanatismi, da un lato i vietcong, dall’altro le forze filogovernative. Fu anche, come tutti sanno, uno scontro tra superpotenze, sopra la testa del popolo che, in maggioranza, desiderava ardentemente vivere in unità e pace. Le immagini che testimoniano questa lacerazione fecero il giro del mondo e sono oggi nei libri di scuola.
Famiglie che scendono in strada con i propri altari domestici contro i carri armati, monaci e monache che si danno fuoco: non un suicidio, ma l’intento di soffrire per comunicare con la forza sovrumana del dolore, per incendiare il cuore. Tra questi Nhat Chi Mai, discepola del Maestro, che con le sue ultime parole dichiarò di volere essere “una torcia nell’oscurità”.
In tutto il paese si digiunò, si usò la cultura per protestare, si venne arrestati, uccisi o esiliati.

Anche noi, oggi, abbiamo sete di pace. Siamo stanchi, così stanchi dell’orrore di tutte le guerre. Ma per percorrere il sentiero della non violenza bisogna comprenderne il vero significato.
La pace non è un fine, spiega Thich Nhat Hanh, è un mezzo. Non potremo raggiungerla senza averla prima trovata dentro di noi. Nel protestare contro una guerra, accorgiamoci dunque delle sue radici, che affondano nella rabbia che proviamo, nell’essere inconsapevoli della natura ultima di ogni fenomeno, anche del “nemico”, nell’ignorare l’interdipendenza di tutti i fenomeni, anche dei conflitti. Non c’è speranza per il mondo se l’azione di ogni individuo non scaturisce dall’amore.

Nell’iconografia buddhista il bodhisattva Avalokitesvara ha mille braccia, mille mani e su ogni palmo un occhio: la compassione, spiega Thich Nhat Hanh, non può essere disgiunta dalla profonda consapevolezza nei tre campi dell’azione, corpo, parola e mente.
Comprendendo completamente una situazione o una persona, non potremo più allontanare oppure odiare, il nostro agire sarà d’aiuto e non causerà sofferenza. Oppure sapremo esercitare la non-azione, fondamento di ahimsa. A volte è proprio non facendo nulla che portiamo il maggiore beneficio. Un albero non fa altro che respirare…Però se non ci fossero gli alberi non ci saremmo neanche noi uomini.
Se saremo calmi e diventeremo un fiore prima di aprire bocca, non accuseremo o discuteremo, ma la nostra parola sarà amorevole. Oppure sapremo quando tacere, esercitando l’ascolto profondo, anche verso il nostro “nemico”, altra base della non-violenza.
Quando, infine, saremo pienamente consapevoli dei nostri pensieri, la guerra sarà tagliata alla radice.

Impariamo questi metodi, ci esorta il Maestro, per trattare pacificamente anzitutto noi stessi: iniziamo col trasformare le guerre presenti in noi. Non c’è che la pratica, l’allenamento interiore quotidiano, a proteggerci dai conflitti presenti e futuri.

(Citazioni da Thich Nhat Hanh “L’amore e L’azione” Ubaldini Editore)

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Il Vesak attraverso le culture

Chi frequenta un centro buddhista, come praticante o semplice interessato, è stato almeno una volta nella vita alla celebrazione del Vesak, il giorno più importante nel calendario della nostra tradizione religiosa.
La ricorrenza accomuna i buddhisti di ogni parte del pianeta, che secondo le ultime stime sfiorerebbero il mezzo miliardo di persone – il 9 per cento della popolazione mondiale, prevalentemente in Asia meridionale, in Cina, Giappone e Tibet, ma anche in USA, in Europa, Australia e persino nel continente africano.
In questo giorno di vacanza, che ha molti altri nomi, ma è spesso chiamato “Buddha Day”, tutti i buddhisti del mondo celebrano la nascita, il risveglio e l’abbandono delle spoglie mortali (parinirvana) del Buddha storico chiamato Shakyamuni, nato come principe Siddhartha Gautama due millenni e mezzo fa: tre eventi che, secondo la tradizione, avvennero a distanza di molti anni ma nello stesso giorno del calendario.
I modi e anche la data della festa, invece, cambiano. Ciascun paese ha le sue usanze, che enfatizzano l’uno o l’altro aspetto degli insegnamenti o della esistenza del Risvegliato.

Ogni anno migliaia di monaci vestiti di rosso si muovono in cerchio, attorno al tempio millenario di Borobudur a Java, Indonesia, il più grande tempio buddhista del mondo e sito UNESCO, meditando, recitando i sutra e infine liberando migliaia di lanterne luminose nel cielo notturno. Attorno al tempio di Jogyesa a Seoul, in Corea del Sud, le luci sono così numerose da aver dato vita ad un vero e proprio Festival della Lanterna del Loto. In Sri Lanka la festa è nazionale, lampade di carta decorano per l’occasione tutte le case, la città è adornata di riproduzioni in legno di grandi dimensioni dei personaggi legati alla vita del Buddha, sapientemente dipinte ed illuminate, la capitale Colombo diviene l’epicentro della festa attirando turisti da tutto il mondo.
A Singapore si illuminano tutte le statue del Risvegliato con innumerevoli candele e ci si riunisce nei luoghi di culto, primo tra tutti il tempio “della reliquia del dente di Buddha” all’interno di China town, il secondo più grande del continente asiatico e sede di grandi celebrazioni. In Nepal, la folla dei fedeli si raduna a Lumbini, dove secondo i testi il Buddha sarebbe nato, carica di doni per i monasteri e i bisognosi.
Sono solo alcuni esempi delle migliaia di celebrazioni che ogni anno, nel giorno di luna piena del mese di Vesakha, più o meno corrispondente al nostro maggio, accendono diverse parti del pianeta. Danze, musiche e meditazioni rendono l’evento differente da paese a paese, in una girandola di luci e colori. I fedeli sono chiamati a partecipare alle cerimonie nei templi, praticando offerte ed elevando preghiere per onorare il Buddha e la sua vita. La comunità riafferma i precetti dell’Illuminato, rinnovando il proprio impegno a nobilitare la propria vita secondo il suo esempio e dedicandosi ad opere caritatevoli.
Non solo la data della ricorrenza è diversa di anno in anno, ma cambia di paese in paese anche in base al calendario, solare o lunare. In Italia, dove questa festività è ufficialmente riconosciuta dallo Stato, si è convenzionalmente fissato l’evento l’ultimo weekend di maggio.
Quale che sia la tradizione a cui apparteniamo, il Vesak è l’occasione per manifestare la gioia e la gratitudine per il percorso spirituale intrapreso, sentendosi parte attiva di una comunità globale.

NB. Mandala Samten Ling, Mandala Milano e Mandala Deua Ling celebreranno la ricorrenza con una Festa che si terrà domenica 2 giugno, presso il centro di Graglia Santuario. Maggiori informazioni sul nostro sito www.mandalasamtenling.org

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Intervista al ven. Lama Paljin Tulku Rinpoche

Quale è lo stato di salute del Buddhismo in Italia oggi e quali sfide lo attendono nell’immediato futuro?

Una intervista condotta da Stefano Bettera, Vicepresidente UBI, al Ven.Lama Paljin Tulku Rinpoce, guida spirituale del Mandala Samten Ling.

IL PRINCIPALE DONO CHE IL BUDDHISMO PUÒ OFFRIRE ALL’UOMO MODERNO È, OGGI COME IERI, IL SENTIERO DELLA SAGGEZZA

Lama Paljin Tulku Rinpoce

SONO CONVINTO CHE UNA IMPORTANTE TRASFORMAZIONE DEL BUDDHISMO, E DI TUTTE LE RELIGIONI, CONSISTA NELL’ASSISTERE LA COLLETTIVITÀ IN TERMINI DI FATTIVA SOLIDARIETÀ

LAMA PALJIN TULKU RINPOCE

SE CIASCUNO DI NOI SAPESSE AFFRONTARE OGNI ASPETTO DELLA VITA NELLA PROSPETTIVA DELLE QUATTRO NOBILI REALTÀ E DELL’OTTUPLICE SENTIERO, SAREBBE UN GRANDE BENEFICIO PER TUTTO IL PIANETA

LAMA PALJIN TULKU RINPOCE

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