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Tag: Amore

Amore e azione – seconda parte

Se vuoi la pace, la pace viene subito da te.

Thich Nhat Hanh

L’amore nel buddhismo non è un sentimento né un concetto astratto, ma una qualità della mente strettamente unita all’azione. Il Venerabile Lama Paljin Tulku Rinpoce insegna ai suoi allievi che amare è desiderare la felicità dell’altro e fare di tutto affinché questi la raggiunga.
Così anche la pace diventa possibile quando l’amore è azione, una tesi che Thich Nhat Hanh ha provato con la sua stessa esistenza.

Nell’affrontare a fianco del suo popolo la guerra del Vietnam, insieme alla maggioranza della comunità buddhista del suo Paese, egli abbracciò con convinzione il metodo dell’azione non-violenta o ahimsa, poiché, nelle sue parole, essa scaturisce spontaneamente dall’altruismo e dalla compassione, non dall’odio, dalla paura o dall’ignoranza, che distruggono sia chi ne è preda che la lotta stessa.

Per i buddhisti vietnamiti si trattò di restare dolorosamente neutrali tra due fanatismi, da un lato i vietcong, dall’altro le forze filogovernative. Fu anche, come tutti sanno, uno scontro tra superpotenze, sopra la testa del popolo che, in maggioranza, desiderava ardentemente vivere in unità e pace. Le immagini che testimoniano questa lacerazione fecero il giro del mondo e sono oggi nei libri di scuola.
Famiglie che scendono in strada con i propri altari domestici contro i carri armati, monaci e monache che si danno fuoco: non un suicidio, ma l’intento di soffrire per comunicare con la forza sovrumana del dolore, per incendiare il cuore. Tra questi Nhat Chi Mai, discepola del Maestro, che con le sue ultime parole dichiarò di volere essere “una torcia nell’oscurità”.
In tutto il paese si digiunò, si usò la cultura per protestare, si venne arrestati, uccisi o esiliati.

Anche noi, oggi, abbiamo sete di pace. Siamo stanchi, così stanchi dell’orrore di tutte le guerre. Ma per percorrere il sentiero della non violenza bisogna comprenderne il vero significato.
La pace non è un fine, spiega Thich Nhat Hanh, è un mezzo. Non potremo raggiungerla senza averla prima trovata dentro di noi. Nel protestare contro una guerra, accorgiamoci dunque delle sue radici, che affondano nella rabbia che proviamo, nell’essere inconsapevoli della natura ultima di ogni fenomeno, anche del “nemico”, nell’ignorare l’interdipendenza di tutti i fenomeni, anche dei conflitti. Non c’è speranza per il mondo se l’azione di ogni individuo non scaturisce dall’amore.

Nell’iconografia buddhista il bodhisattva Avalokitesvara ha mille braccia, mille mani e su ogni palmo un occhio: la compassione, spiega Thich Nhat Hanh, non può essere disgiunta dalla profonda consapevolezza nei tre campi dell’azione, corpo, parola e mente.
Comprendendo completamente una situazione o una persona, non potremo più allontanare oppure odiare, il nostro agire sarà d’aiuto e non causerà sofferenza. Oppure sapremo esercitare la non-azione, fondamento di ahimsa. A volte è proprio non facendo nulla che portiamo il maggiore beneficio. Un albero non fa altro che respirare…Però se non ci fossero gli alberi non ci saremmo neanche noi uomini.
Se saremo calmi e diventeremo un fiore prima di aprire bocca, non accuseremo o discuteremo, ma la nostra parola sarà amorevole. Oppure sapremo quando tacere, esercitando l’ascolto profondo, anche verso il nostro “nemico”, altra base della non-violenza.
Quando, infine, saremo pienamente consapevoli dei nostri pensieri, la guerra sarà tagliata alla radice.

Impariamo questi metodi, ci esorta il Maestro, per trattare pacificamente anzitutto noi stessi: iniziamo col trasformare le guerre presenti in noi. Non c’è che la pratica, l’allenamento interiore quotidiano, a proteggerci dai conflitti presenti e futuri.

(Citazioni da Thich Nhat Hanh “L’amore e L’azione” Ubaldini Editore)

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Amore e azione – prima parte

5 luglio 1967, il cielo notturno sfavilla nella corrente del Saigon, in Vietnam, mentre infuria uno dei più controversi conflitti della storia. In cinque remano a mani nude su un piccolo sanpan, conversando tra di loro come fanno ragazzi, poco più che ventenni, in una qualsiasi parte del mondo. Mentre la barca scivola silenziosa, parlano lievi di cose profonde, si capisce che sono amici. Il punto è che sono tutti morti.
Quattro volontari di una organizzazione non violenta, di cui un religioso, rapiti da un gruppo militarizzato nel vicino villaggio e appena fucilati sulle rive del fiume, e Nath Chi Mai una giovane monaca che si è data fuoco per fare ascoltare le sue parole contro la guerra.
Testimone reale di questo dramma, è Thich Nhat Hanh (1926-2022) monaco zen vietnamita, proposto da Martin Luther King per il Nobel, maestro ed infaticabile diffusore del Dharma quale strumento per la pace, la riconciliazione e la fratellanza. Così si apre la raccolta di suoi saggi intitolata “L’amore e l’azione” (Ubaldini Editore).
Egli, che li ha conosciuti, li immagina come erano, con i corpi e le menti alleggeriti e purificati dalla morte e il loro dialogo diretto ai vivi: come superare l’orrore della guerra, il dolore per tante vite perdute?

Ascoltami
Come avresti ascoltato il canto del fiume o il canto dell’uccello,
come avresti guardato il verde ciliegio cadente,
le rose rosa, il crisantemo giallo, il bambù violetto,
le nuvole bianche, la luna brillante.

Da principio i cinque giovani prendono coscienza di quanto è loro accaduto e appaiono meravigliati dalle nuove circostanze: non si tratta del paradiso o dell’inferno, appartengono ad una dimensione che è molto più vicina di quanto credevano in vita.
“Questo pare proprio il fiume Saigon. Si tratta ancora del nostro paese, della nostra terra, dei nostri fiumi?” si chiede Tuan. Le loro menti possono ora creare qualsiasi cosa desiderino, e persino compiere azioni a beneficio degli altri. Ma soprattutto possono comprendere la natura ultima delle cose.
Il nostro paese, dicono, sarà distrutto ma alla fine la pace prevarrà. È duro assistere al dolore delle persone amate, che rimangono, ma ciascun vivente contiene in sé suo padre, sua madre, i suoi avi, innumerevoli esseri fisici e mentali, che hanno contribuito alla sua esistenza, nei quali continuerà. Così ognuno è presente sempre e ovunque, morire non può spaventare. Se il buddhismo insegna che non vi è separazione, tutto è interconnesso perché nulla esiste di per sé, allora l’altra sponda e questa sono una unica cosa e non due diversi fenomeni. Vita e morte sono parti della stessa trasformazione, e come il fiume scorre, così “il viaggio prosegue, sul sentiero del ritorno”.
Da una simile prospettiva non può esserci odio per chi ha premuto il grilletto, forse a malincuore, certamente obbedendo a un ordine. Appare un velo di tristezza per l’odio, la paura e il pregiudizio, che sarebbero i veri nemici da combattere, che avvolgono il mondo dei vivi nella nebbia fino ad accecarli.
Resta solo l’amore.

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L’amore incondizionato

Per il termine sanscrito “maitri” (nell’antica lingua pali “metta”) il significato occidentale più potente è l’amore incondizionato. Dispiegata verso noi stessi e gli altri, questa qualità della mente ci permette di affrontare i conflitti che segnano le esistenze individuali e collettive e conduce alla nostra e altrui realizzazione spirituale. In un periodo storico segnato da guerre e profonde disarmonie, Maitri rappresenta un valore umano fondamentale. Per il praticante buddhista è uno dei quattro incommensurabili o brahmavihāra, gli orientamenti virtuosi da coltivare nella interiorità e nella vita quotidiana, sul cammino verso il risveglio, e si concretizza nell’amorevole gentilezza verso tutti gli esseri, che trascende gli attaccamenti personali, senza alcuna distinzione o aspettativa di ricompensa per il bene compiuto. Nel Karaniya Metta Sutra, sull’amore universale, è il Buddha ad esporre le caratteristiche e i benefici della corretta applicazione della pratica Metta, che suggerisce come oggetto privilegiato per la meditazione. L’apertura del cuore può cambiarci la vita. È necessario in primo luogo acquisire piena fiducia nella propria innata capacità di esprimere amorevole gentilezza, in prima istanza verso se stessi, per poi espandere questa qualità verso gli altri. Per fare questo ci si concentra inizialmente sulla pacificazione dei conflitti interiori.

Oggetto della meditazione saranno enunciati con cui il praticante familiarizza la propria mente:

  • Che io possa essere al sicuro, libero dalle avversità
  • Che io possa avere la pace nel cuore e nella mente
  • Che io possa essere in salute, libero dalla sofferenza fisica
  • Che io possa prendermi cura di me stesso con gentilezza e saggezza

In tal modo sono poste le condizioni per la generazione della pace interiore, quello stato che i tibetani definiscono shinè, o calmo dimorare, indispensabile per poter irradiare un’energia positiva rivolta verso tutti gli esseri viventi e generatrice di relazioni armoniose. Il portato filosofico e storico del concetto di Maitri è immenso. Dall’induismo delle Upanishad e della Bhagavad Gita a cardine del Dharma, profondamente legato ai principi della non-violenza (ahimsa) e della interconnessione tra tutte le forme di esistenza, Maitri scuote i confini dell’interesse personale ed incoraggia un approccio altruistico alla vita, tutte le vite. Richiede l’espansione del circolo di coloro a cui teniamo, oltre la famiglia e gli amici, oltre la nazione e la specie, a ricomprendere tutti gli esseri senzienti e il mondo naturale. Qui la pratica buddhista fa davvero la differenza, non solo in una prospettiva di trasformazione degli individui, ma contribuendo concretamente all’affermazione di una società più giusta e compassionevole, al rifiorire dell’umanità e del pianeta.

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Discorso di sua Santità il XIV Dalai Lama su Maitri

“Stimate sorelle e fratelli”, ha esordito Sua Santità, “il mondo contemporaneo ha bisogno che facciamo uno sforzo speciale per promuovere l’amorevolezza e in questo senso le donne hanno un ruolo importante poiché sono generalmente più sensibili al dolore del prossimo. Nel mio caso, è stata mia madre a insegnarmi la gentilezza, ne ha piantato il seme nella mia mente. È la madre a dare alla maggior parte di noi un esempio vivente di gentilezza, fin dall’inizio della nostra esistenza”.

“Se ci pensate, i guerrieri del passato erano quasi sempre uomini. Sono celebrati come eroi eppure erano degli assassini. Non è forse vero anche che la maggior parte dei macellai sono uomini? Quindi, è ragionevole salutare prima le nostre sorelle”.

“Apprezzo molto il tema di questa conferenza; abbiamo bisogno di questo tipo di discussione. Per certi versi, la gentilezza amorevole è qualcosa che diamo per scontato, mentre in realtà dovremmo sempre cercare di svilupparla. Il nostro livello di istruzione è molto avanzato, ma guardate il mondo che ci circonda. Qui siamo in pace, ma altrove, in questo momento, in questo preciso istante, ci sono persone che vengono uccise e bambini innocenti che muoiono di fame. Pensate a quello che sta succedendo in Siria e nello Yemen. Diamo troppo peso alle differenze di nazionalità, fede o razza e trascuriamo la sofferenza degli altri perché non sono “come noi”.

“Nel XX secolo, la violenza e la guerra hanno provocato immani sofferenze, eppure ancor oggi tendiamo a pensare di poter risolvere i problemi ricorrendo all’uso della forza. Questo non è un buon segno, anche se la maggior parte delle persone su questo pianeta sono davvero stanche della violenza. Pensate alle manifestazioni contro la guerra in Iraq o alla creazione dell’Unione europea da parte di nazioni che si sono combattute per secoli. Dopo gli orrori della prima e della seconda guerra mondiale, gli europei hanno capito che era più importante proteggere l’interesse comune piuttosto che affermare la sovranità nazionale”.

“La convivenza richiede impegno e fatica, ma dobbiamo lavorare perché questo secolo sia un’era di pace e non violenza. Abbiamo bisogno di un approccio umano per risolvere i problemi. Dobbiamo parlare anziché scontrarci, impegnandoci in un dialogo sincero, basato sul rispetto reciproco. La rabbia è radicata in questo distorto senso di ‘noi’ e ‘loro’. Dobbiamo invece rispettare gli altri come membri della stessa famiglia umana a cui tutti apparteniamo. Dobbiamo puntare a creare un mondo smilitarizzato, ma per ottenere il disarmo materiale, è necessario per prima cosa operare un disarmo interiore. Ed è qui che entra in gioco “maitri”, l’amorevolezza”.

“L’economia globale e la minaccia del cambiamento climatico non riconoscono i confini nazionali, sono questioni che riguardano tutti noi ed è per questo che è indispensabile lavorare insieme”. Sua Santità ha spiegato che l’educazione moderna è orientata verso obiettivi materialistici, ma dovrebbe invece concentrarsi anche sui valori interiori. Accanto all’igiene fisica, abbiamo bisogno di igiene emotiva e imparare ad affrontare le nostre emozioni distruttive.

“Le madri hanno dato alla luce tutti i 7 miliardi di esseri umani vivi oggi. Sono sopravvissuti grazie alle loro cure e all’affetto. Da piccoli non ci preoccupiamo della nazionalità, della fede o della casta, ma poi impariamo a discriminare sulla base di queste differenze, dando vita ad un senso di “noi” e “loro”. È così che diventiamo gli artefici dei nostri problemi, nonostante, a un livello più profondo, in quanto esseri umani siamo tutti uguali. Maitri e karuna, gentilezza amorevole e compassione, sono essenziali nella vita di tutti i giorni. Li troviamo descritti in testi religiosi, ma possiamo studiarli e metterli in pratica anche con un approccio laico e secolare”.

“È facile essere gentili con i nostri parenti e gli amici” ha proseguito Sua Santità “ma con i nostri nemici? Per quanto ostile ci possa apparire un nemico, resta pur sempre un essere umano come noi. L’amorevole gentilezza nei suoi confronti è la vera gentilezza amorevole, così come una compassione imparziale è la vera compassione”.

“I nostri veri nemici sono la rabbia e l’ostilità perché distruggono la nostra pace mentale. La rabbia rovina la nostra salute, mentre un atteggiamento compassionevole la preserva. Se la natura umana fosse essenzialmente cattiva, non ci sarebbe speranza, ma poiché è compassionevole, non ci dobbiamo scoraggiare. Ecco perché coltivare i valori interiori dovrebbe essere parte integrante dell’educazione e questa è la ragione per cui sto cercando di far rivivere l’antica conoscenza indiana del funzionamento della mente e delle emozioni. Il Buddha è stato il risultato di tradizioni indiane millenarie come ‘ahimsa’ e ‘karuna’. Dobbiamo far rivivere queste qualità, combinarle con l’istruzione moderna e condividerle con gli altri paesi asiatici”.

“Dall’VIII secolo, noi tibetani abbiamo adottato la tradizione di Nalanda introdotta da Shantarakshita. Si tratta di studiare testi difficili, dedicando una particolare attenzione al ragionamento e alla logica. Il mio addestramento, proprio come quello di altri monaci e monache tibetani, ha comportato una tale immersione nella tradizione del Nalanda che, pur essendo fisicamente tibetano, ormai sono mentalmente indiano. Molti di voi sono indiani, ma ho il sospetto che mentalmente siano un po’ Occidentali. Le antiche conoscenze indiane possono aiutarci a coltivare la pace della mente e ‘maitri’ è un valore umano fondamentale che possiamo comprendere oggettivamente, non è solo un concetto buddhista “.

(Fonte: it.dalailama.com)

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