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Ladakh: ritorno alle origini

L’arrivo del volo proveniente da Delhi è puntuale la mattina del 9 giugno. Non c’è altra via per raggiungere Leh, a meno che non si vogliano affrontare a piedi o in pericolosi fuoristrada passi montani che superano i 5000 metri. Il Ladakh ti toglie subito il respiro, e non solo per l’altitudine che ne fa una delle regioni più elevate del mondo. Grande come l’Italia e situata a nord dell’India, tra le maestose catene montuose dell’Himalaya e del Karakorum, era un tempo parte del Tibet.

Tutto appartiene ancora ad un diverso pianeta, profondamente legato alla cultura millenaria del Paese delle Nevi e solo scalfito dalla modernità. Il cielo di un azzurro irreale sovrasta montagne di roccia nuda, sulle cui pareti a picco sono incastonati antichissimi monasteri. Impenetrabili deserti di detriti si alternano a profonde vallate macchiate di verde dalle coltivazioni o sommerse dal blu profondo dei laghi glaciali.

Gruppi di monaci attendono il Venerabile Lama Paljin Tulku Rinpoce, che siede sul trono del Monastero di Atitse e figura tra i Maestri che reggono il Monastero di Lamayuru, per il suo ritorno a casa, dove tutto è incominciato.

Infatti, fu proprio a Lamayuru che, trenta anni fa, si tenne la cerimonia solenne di riconoscimento della sua figura come “tulku” ovvero reincarnazione di Je Paljin, un insigne Lama vissuto nel 1600, che fu abate di Atitse, operò in entrambi i monasteri e fu chiamato “grande siddha realizzato” (Drubwang) per le sue eccezionali doti di yogin e meditatore. Tornato in Italia, Lama Paljin Tulku Rinpoce divenne la guida spirituale dei tre Centri di Buddhismo tibetano da lui fondati, Mandala Samten Ling di Graglia, Mandala di Milano e Mandala Deua Ling di Merano.

Il Lama è accompagnato da Anna Maria Pennaglia, detta Pucci, Presidente del Samten Ling e discepola di una vita. In programma incontri con vecchi amici, festeggiamenti troppo a lungo rimandati e appuntamenti ufficiali, tra cui la consacrazione del grande complesso di Atitse, finalmente restaurato ed ampliato.

I monaci sono impegnati negli ultimi febbrili preparativi, e il Lama riceve diverse delegazioni venute a rendere omaggio e coinvolgerlo nelle decisioni organizzative.

Dopo due giorni di acclimatazione a Leh, la capitale, la prima tappa è il Centro monastico di Lamayuru, a circa 100 km di distanza, prima delle due destinazioni principali del viaggio. Il Monastero, fondato nel 1100 d.C., sorge a 4000 mt di altezza e conta una folta comunità di monaci. In onore della sua visita viene celebrata una puja, solenne preghiera rituale. L’incontro tra Lama Paljin e S.E. Chetsang Rinpoce, al vertice del lignaggio “Drikung Kagyu”, è particolarmente caloroso e la gioia traspare da entrambi.

ll giorno stesso si riparte per Atitse, che si trova a soli 7 km di distanza. Il Monastero, già noto nell’anno mille come centro di meditazione, siede su uno spuntone di roccia e conserva cimeli tra i più preziosi della regione: la grotta dove meditò Naropa, il grande Maestro indiano al quale si deve la diffusione in Tibet delle dottrine supreme del Mahamudra (Grande Sigillo); una antica “tangka” raffigurante il Drubwang Je Paljin e il Tempio delle Mille Tare, realizzato da Lama Paljin nel corso della sua attuale esistenza. Oggi, grazie alla sua guida infaticabile, Atitse è un rinomato centro internazionale di meditazione.

Il Lama è atteso per presiedere al grande evento di consacrazione della nuova struttura, un importante ampliamento della precedente, risalente al XV secolo. Una solenne cerimonia, officiata da S.E. Chetsang Rinpoce per i religiosi al completo, è seguita il giorno successivo dall’incontro con i fedeli.

Sono diverse migliaia le persone giunte al Monastero con ogni mezzo: ladakhi, indiani, ma anche gruppi di occidentali, europei, americani, venuti ad ascoltare gli insegnamenti e ricevere le benedizioni.

Pucci mi parla a lungo dei sorrisi, dei paesaggi, di suoni, profumi e colori di una terra così lontana da noi, eppure luogo di riferimento per tutti i praticanti del Buddhismo tibetano. Il viaggio con il Lama, in sé esperienza fuori dall’ordinario, sembra aver lasciato un segno da condividere.
Le chiedo “Cosa ti è’ rimasto dentro?”
“Molto. Ma se ti dovessi rispondere con una parola, direi la gente.”

La gente, vera protagonista di ogni tappa, sorpresa e felicità che si mescolano sui volti per la presenza del Lama amato, tornato a casa dalla lontana Italia.
La gente, che lo accoglie con l’entusiasmo che da noi viene destinato alle rock star.
“Mi parlavi del trasporto che hai visto, perché ti ha colpita?”
“Mi ha fatto riflettere. Per noi dei Centri italiani il Lama è la nostra guida spirituale, ma anche un amico nella quotidianità, sempre accessibile per tutti, con assoluta semplicità e umiltà. Così a volte dimentichiamo il prestigio della sua figura e l’importanza della sua missione per la storia del Buddhismo in Occidente. Vedere con quanta devozione sincera le persone si accostavano a lui mi ha commossa.”

“Ti sembra che l’approccio verso i Maestri sia diverso tra est e ovest del mondo?”
“Senza dubbio, c’è una grande differenza di mentalità”, spiega. “Noi stiamo sempre a chiedere, e non ci accontentiamo mai.”
In effetti è vero. Gli occidentali si approcciano anche alla spiritualità con l’idea del risultato, Vogliamo sempre ottenere qualcosa: la calma, la tecnica, la soluzione ai problemi della vita. Così il rapporto col Maestro diventa unidirezionale.

“Certo,” – continua – “ci dimentichiamo troppo spesso di dare, che anche lui ha bisogno di noi. E siamo molto mentali e materiali, in questo modo il cuore si blocca. Lì ho visto così tanta gente che crede davvero nel Dharma, sente prima di pensare e si avvicina con rispetto a coloro che incarnano delle qualità spirituali.”
“Quindi qual è il segreto nel rapporto con un Maestro?“
“I ladaki me lo hanno ricordato con l’esempio: non chiedere nulla, ma offrire amore, riconoscenza, fiducia; offrire per primi. Non solo un dare materiale (anche se è essenziale per sostenere i Monasteri con il loro lavoro!). Così si crea uno scambio puro, tra i cuori. È questo il rapporto da ricercare”.

Un viaggio sul tetto del mondo, dove per il Sangha italiano fondato da Lama Paljin tutto è iniziato, serve anche per riscoprire la relazione con il Maestro, alle origini del Buddhismo stesso.

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Amore e azione – seconda parte

Se vuoi la pace, la pace viene subito da te.

Thich Nhat Hanh

L’amore nel buddhismo non è un sentimento né un concetto astratto, ma una qualità della mente strettamente unita all’azione. Il Venerabile Lama Paljin Tulku Rinpoce insegna ai suoi allievi che amare è desiderare la felicità dell’altro e fare di tutto affinché questi la raggiunga.
Così anche la pace diventa possibile quando l’amore è azione, una tesi che Thich Nhat Hanh ha provato con la sua stessa esistenza.

Nell’affrontare a fianco del suo popolo la guerra del Vietnam, insieme alla maggioranza della comunità buddhista del suo Paese, egli abbracciò con convinzione il metodo dell’azione non-violenta o ahimsa, poiché, nelle sue parole, essa scaturisce spontaneamente dall’altruismo e dalla compassione, non dall’odio, dalla paura o dall’ignoranza, che distruggono sia chi ne è preda che la lotta stessa.

Per i buddhisti vietnamiti si trattò di restare dolorosamente neutrali tra due fanatismi, da un lato i vietcong, dall’altro le forze filogovernative. Fu anche, come tutti sanno, uno scontro tra superpotenze, sopra la testa del popolo che, in maggioranza, desiderava ardentemente vivere in unità e pace. Le immagini che testimoniano questa lacerazione fecero il giro del mondo e sono oggi nei libri di scuola.
Famiglie che scendono in strada con i propri altari domestici contro i carri armati, monaci e monache che si danno fuoco: non un suicidio, ma l’intento di soffrire per comunicare con la forza sovrumana del dolore, per incendiare il cuore. Tra questi Nhat Chi Mai, discepola del Maestro, che con le sue ultime parole dichiarò di volere essere “una torcia nell’oscurità”.
In tutto il paese si digiunò, si usò la cultura per protestare, si venne arrestati, uccisi o esiliati.

Anche noi, oggi, abbiamo sete di pace. Siamo stanchi, così stanchi dell’orrore di tutte le guerre. Ma per percorrere il sentiero della non violenza bisogna comprenderne il vero significato.
La pace non è un fine, spiega Thich Nhat Hanh, è un mezzo. Non potremo raggiungerla senza averla prima trovata dentro di noi. Nel protestare contro una guerra, accorgiamoci dunque delle sue radici, che affondano nella rabbia che proviamo, nell’essere inconsapevoli della natura ultima di ogni fenomeno, anche del “nemico”, nell’ignorare l’interdipendenza di tutti i fenomeni, anche dei conflitti. Non c’è speranza per il mondo se l’azione di ogni individuo non scaturisce dall’amore.

Nell’iconografia buddhista il bodhisattva Avalokitesvara ha mille braccia, mille mani e su ogni palmo un occhio: la compassione, spiega Thich Nhat Hanh, non può essere disgiunta dalla profonda consapevolezza nei tre campi dell’azione, corpo, parola e mente.
Comprendendo completamente una situazione o una persona, non potremo più allontanare oppure odiare, il nostro agire sarà d’aiuto e non causerà sofferenza. Oppure sapremo esercitare la non-azione, fondamento di ahimsa. A volte è proprio non facendo nulla che portiamo il maggiore beneficio. Un albero non fa altro che respirare…Però se non ci fossero gli alberi non ci saremmo neanche noi uomini.
Se saremo calmi e diventeremo un fiore prima di aprire bocca, non accuseremo o discuteremo, ma la nostra parola sarà amorevole. Oppure sapremo quando tacere, esercitando l’ascolto profondo, anche verso il nostro “nemico”, altra base della non-violenza.
Quando, infine, saremo pienamente consapevoli dei nostri pensieri, la guerra sarà tagliata alla radice.

Impariamo questi metodi, ci esorta il Maestro, per trattare pacificamente anzitutto noi stessi: iniziamo col trasformare le guerre presenti in noi. Non c’è che la pratica, l’allenamento interiore quotidiano, a proteggerci dai conflitti presenti e futuri.

(Citazioni da Thich Nhat Hanh “L’amore e L’azione” Ubaldini Editore)

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Siddhi, la sfera psichica

Nel Buddhismo il termine siddhi si riferisce sia al processo di acquisizione di poteri cosiddetti psichici, abilità paranormali o “magiche”, che ai poteri stessi. Nel mito e nella tradizione grandi Maestri hanno prima o poi dato prova di possederli e padroneggiarli, e vengono per questo chiamati Siddha, Il concetto e la relativa sapienza provengono dall’induismo, la radice sanscrita sidh si traduce con “perfezione” e “ottenimento”.

Ci troviamo all’interno della cosiddetta sfera psichica, che comprende concetti come chiaroveggenza, lievitazione, bilocazione, viaggi astrali. Nella cultura occidentale, dominata dal dogma della prova scientifica ripetibile e da un eccesso di razionalismo, sentiamo parlare così solo al cinema, oppure sui media in occasione dell’arresto di uno dei tanti sedicenti maghi. Alcuni credono nei cosiddetti miracoli della propria dottrina religiosa di appartenenza, altri li ritengono solo racconti mitizzati; ma tutti pensano che si tratti di facoltà misteriose, riferibili nella storia dell’uomo ad uno sparuto gruppo di individui fuori dell’ordinario.
Non è proprio così.

I poteri psichici hanno un posto di rilievo nelle tradizioni spirituali e nella mistica indiana e poi, attraverso i secoli, buddhista. Spesso associali a grandi Yogi, Santi e Maestri, sono in realtà ritenuti raggiungibili da qualsiasi praticante serio, rigoroso e devoto. Nelle antiche scritture indiane, quali gli Yoga Sutra di Patanjali, la Bhagavad Gita e in vari Purana, ma anche nei testi buddhisti, sono descritti come sottoprodotti della meditazione e segni quasi automatici del progresso spirituale di un individuo.
Possono emergere, più raramente, anche nei non praticanti, a dimostrazione del fatto che si tratta di qualità insite in qualsiasi essere umano, ma non è possibile ottenerli e gestirli attraverso il mero desiderio o uno sforzo superficiale.
A seconda delle scuole, i siddhi si manifestano appieno quale frutto di un impegno profondo nello yoga, nelle pratiche tantriche, in specifiche tecniche di meditazione e visualizzazione, nell’uso di mantra e yantra (rispettivamente suoni e diagrammi sacri), nell’aderenza totalizzante a codici etici e morali. Nella maggior parte dei casi, la guida e la benedizione di un Guru (maestro) sono considerati cruciali.

Nel buddhismo tibetano i siddhi sono classificati in due categorie principali:
sono ordinari o mondani, oppure straordinari o sovramondani. Ed è significativo che tra i siddhi mondani ci sono poteri come l’abilità di vedere cose o di percepire suoni al di là della sensibilità comune (chiaroveggenza e chiarudienza), le capacità di leggere nella mente e comunicare con il pensiero (telepatia), di levitare e teletrasportarsi, di guarire gli ammalati. Ordinari sia perché tutti gli uomini li possiedono in certa misura e possono svilupparli, sia perché non sono considerati elevati. Questi siddhi, infatti, testimoniano la potenza delle pratiche più avanzate, sono riconosciuti e rispettati, ma non sono mai considerati lo scopo finale del percorso spirituale. Sono visti come prodotti secondari, da registrare per poi passare oltre. Il loro ottenimento non deve avvenire per uso o guadagno personale o per vanto, al più essi possono divenire strumenti destinati ad aiutare gli altri sulla strada del risveglio.
Per i buddhisti tibetani di straordinario ci sono solo i poteri collegati alle realizzazioni spirituali più alte: l’ottenimento della vera compassione, la diretta percezione della vacuità o natura della realtà, il raggiungimento della saggezza e della consapevolezza (jinana siddhi), la manifestazione della buddhità (nirvana siddhi).

Il messaggio è quindi chiaro: l’accesso alla sfera psichica non è straordinario, è insito nell’uomo come potenzialità e prodotto naturale delle pratiche spirituali. Al di fuori del comune c’è solo l’impegno sulla via dello spirito, questo sì per pochi eletti. Ma, dicono i Maestri, chiunque l’intraprenda con assoluta perseveranza potrà raccogliere questi frutti. Tuttavia, consci del fascino che l’esistenza di “super poteri” può esercitare, essi ci mettono in guardia dal perseguimento dei siddhi fine a sé stesso e dall’attaccamento ad essi, poiché questi costituiscono una distrazione dall’obbiettivo, un alimento per l’orgoglio e quindi un vero e proprio ostacolo sul cammino spirituale. Grandi Maestri del Buddhismo tibetano quali Milarepa e Padmasambhava dimostrarono di possedere grandi poteri, ma tutti i loro insegnamenti si focalizzano sull’importanza della saggezza e della compassione.
Il praticante, quindi, non perda di vista i suoi obiettivi.

I siddhi, con il loro mistero, riflettono la profondità e la ricchezza delle tradizioni spirituali dell’est del mondo. Servono a ricordarci il potenziale che è latente nell’umanità intera, in grado di raggiungere qualsiasi meta attraverso la volontà e la dedizione, sul piano materiale come su quello spirituale.
Sono pietre miliari sul nostro cammino, se sorgono è per rammentarci di proseguire, di elevare la coscienza verso la tappa successiva. Alla loro luce il vero potere risiede nel trascendere l’ego e nel realizzare pienamente la natura ultima di tutto ciò che esiste.

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Amore e azione – prima parte

5 luglio 1967, il cielo notturno sfavilla nella corrente del Saigon, in Vietnam, mentre infuria uno dei più controversi conflitti della storia. In cinque remano a mani nude su un piccolo sanpan, conversando tra di loro come fanno ragazzi, poco più che ventenni, in una qualsiasi parte del mondo. Mentre la barca scivola silenziosa, parlano lievi di cose profonde, si capisce che sono amici. Il punto è che sono tutti morti.
Quattro volontari di una organizzazione non violenta, di cui un religioso, rapiti da un gruppo militarizzato nel vicino villaggio e appena fucilati sulle rive del fiume, e Nath Chi Mai una giovane monaca che si è data fuoco per fare ascoltare le sue parole contro la guerra.
Testimone reale di questo dramma, è Thich Nhat Hanh (1926-2022) monaco zen vietnamita, proposto da Martin Luther King per il Nobel, maestro ed infaticabile diffusore del Dharma quale strumento per la pace, la riconciliazione e la fratellanza. Così si apre la raccolta di suoi saggi intitolata “L’amore e l’azione” (Ubaldini Editore).
Egli, che li ha conosciuti, li immagina come erano, con i corpi e le menti alleggeriti e purificati dalla morte e il loro dialogo diretto ai vivi: come superare l’orrore della guerra, il dolore per tante vite perdute?

Ascoltami
Come avresti ascoltato il canto del fiume o il canto dell’uccello,
come avresti guardato il verde ciliegio cadente,
le rose rosa, il crisantemo giallo, il bambù violetto,
le nuvole bianche, la luna brillante.

Da principio i cinque giovani prendono coscienza di quanto è loro accaduto e appaiono meravigliati dalle nuove circostanze: non si tratta del paradiso o dell’inferno, appartengono ad una dimensione che è molto più vicina di quanto credevano in vita.
“Questo pare proprio il fiume Saigon. Si tratta ancora del nostro paese, della nostra terra, dei nostri fiumi?” si chiede Tuan. Le loro menti possono ora creare qualsiasi cosa desiderino, e persino compiere azioni a beneficio degli altri. Ma soprattutto possono comprendere la natura ultima delle cose.
Il nostro paese, dicono, sarà distrutto ma alla fine la pace prevarrà. È duro assistere al dolore delle persone amate, che rimangono, ma ciascun vivente contiene in sé suo padre, sua madre, i suoi avi, innumerevoli esseri fisici e mentali, che hanno contribuito alla sua esistenza, nei quali continuerà. Così ognuno è presente sempre e ovunque, morire non può spaventare. Se il buddhismo insegna che non vi è separazione, tutto è interconnesso perché nulla esiste di per sé, allora l’altra sponda e questa sono una unica cosa e non due diversi fenomeni. Vita e morte sono parti della stessa trasformazione, e come il fiume scorre, così “il viaggio prosegue, sul sentiero del ritorno”.
Da una simile prospettiva non può esserci odio per chi ha premuto il grilletto, forse a malincuore, certamente obbedendo a un ordine. Appare un velo di tristezza per l’odio, la paura e il pregiudizio, che sarebbero i veri nemici da combattere, che avvolgono il mondo dei vivi nella nebbia fino ad accecarli.
Resta solo l’amore.

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Gli altri prima di se

C’è un termine che potrebbe essere utilizzato per definire il senso più profondo e immediato degli insegnamenti buddhisti ed è la parola cura.

Prendersi cura del mondo non è però semplicemente sinonimo di un agire globale. Piuttosto ha a che fare con l’intenzione di farsi carico della sofferenza concreta che incontriamo nel corso della vita, nel contesto intorno a noi.

È una forma di cura per la prossimità, una scelta che riguarda piuttosto il modo in cui si guarda alla realtà e alla vita e che ci chiede di stare dalla parte di tutto ciò che ricostruisce l’unità più profonda, autentica dell’essere umano e della comunità in cui ci troviamo a vivere.

È la cura del luogo che sentiamo nostro, della nostra casa, dove le relazioni possono diventare significative, i legami dare un senso al vivere e gli incontri segnare le giornate, anche nel loro essere a volte misteriosi.

Questa cura è una modalità di dialogo che riguarda le parole che scegliamo, gesti che non dividono, non feriscono, non allontanano, non umiliano. Una cura che si esprime nella gentilezza non formale e nel rispetto. È una cura che ha memoria, che viene da lontano, che ci chiede di guardare in profondità alla preziosità fragile dell’esistenza per tutelarla e trasmetterla, mostrarla a chi prenderà il testimone dopo di noi. È fin troppo semplice distruggere questa preziosità. Anche e soprattutto quando pensiamo che sia “giusto” liberarci di ciò che riteniamo “sbagliato” o superato.

Ma questo moralismo manicheo poco ha a che fare con la compassione di un Dharma che ben sa che ogni elemento della vita è la vita stessa e occorre saggezza e prudenza. È questa consapevolezza che porta ad agire, più ancora della volontà di aggiustare qualcosa che si pensa sia rotto, perché ogni pezzo, anche in frantumi va semplicemente bene così com’è.

In questo numero raccontiamo dei tanti “frammenti”, in giro per il mondo, che richiedono sostegno. Sono solo alcuni, ma significativi, tra i tanti progetti che abbiamo scelto di sostenere per tradurre in azione un’idea di trasformazione e guarigione.

Il Direttore: STEFANO BETTERA

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L’amore incondizionato

Per il termine sanscrito “maitri” (nell’antica lingua pali “metta”) il significato occidentale più potente è l’amore incondizionato. Dispiegata verso noi stessi e gli altri, questa qualità della mente ci permette di affrontare i conflitti che segnano le esistenze individuali e collettive e conduce alla nostra e altrui realizzazione spirituale. In un periodo storico segnato da guerre e profonde disarmonie, Maitri rappresenta un valore umano fondamentale. Per il praticante buddhista è uno dei quattro incommensurabili o brahmavihāra, gli orientamenti virtuosi da coltivare nella interiorità e nella vita quotidiana, sul cammino verso il risveglio, e si concretizza nell’amorevole gentilezza verso tutti gli esseri, che trascende gli attaccamenti personali, senza alcuna distinzione o aspettativa di ricompensa per il bene compiuto. Nel Karaniya Metta Sutra, sull’amore universale, è il Buddha ad esporre le caratteristiche e i benefici della corretta applicazione della pratica Metta, che suggerisce come oggetto privilegiato per la meditazione. L’apertura del cuore può cambiarci la vita. È necessario in primo luogo acquisire piena fiducia nella propria innata capacità di esprimere amorevole gentilezza, in prima istanza verso se stessi, per poi espandere questa qualità verso gli altri. Per fare questo ci si concentra inizialmente sulla pacificazione dei conflitti interiori.

Oggetto della meditazione saranno enunciati con cui il praticante familiarizza la propria mente:

  • Che io possa essere al sicuro, libero dalle avversità
  • Che io possa avere la pace nel cuore e nella mente
  • Che io possa essere in salute, libero dalla sofferenza fisica
  • Che io possa prendermi cura di me stesso con gentilezza e saggezza

In tal modo sono poste le condizioni per la generazione della pace interiore, quello stato che i tibetani definiscono shinè, o calmo dimorare, indispensabile per poter irradiare un’energia positiva rivolta verso tutti gli esseri viventi e generatrice di relazioni armoniose. Il portato filosofico e storico del concetto di Maitri è immenso. Dall’induismo delle Upanishad e della Bhagavad Gita a cardine del Dharma, profondamente legato ai principi della non-violenza (ahimsa) e della interconnessione tra tutte le forme di esistenza, Maitri scuote i confini dell’interesse personale ed incoraggia un approccio altruistico alla vita, tutte le vite. Richiede l’espansione del circolo di coloro a cui teniamo, oltre la famiglia e gli amici, oltre la nazione e la specie, a ricomprendere tutti gli esseri senzienti e il mondo naturale. Qui la pratica buddhista fa davvero la differenza, non solo in una prospettiva di trasformazione degli individui, ma contribuendo concretamente all’affermazione di una società più giusta e compassionevole, al rifiorire dell’umanità e del pianeta.

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Discorso di sua Santità il XIV Dalai Lama su Maitri

“Stimate sorelle e fratelli”, ha esordito Sua Santità, “il mondo contemporaneo ha bisogno che facciamo uno sforzo speciale per promuovere l’amorevolezza e in questo senso le donne hanno un ruolo importante poiché sono generalmente più sensibili al dolore del prossimo. Nel mio caso, è stata mia madre a insegnarmi la gentilezza, ne ha piantato il seme nella mia mente. È la madre a dare alla maggior parte di noi un esempio vivente di gentilezza, fin dall’inizio della nostra esistenza”.

“Se ci pensate, i guerrieri del passato erano quasi sempre uomini. Sono celebrati come eroi eppure erano degli assassini. Non è forse vero anche che la maggior parte dei macellai sono uomini? Quindi, è ragionevole salutare prima le nostre sorelle”.

“Apprezzo molto il tema di questa conferenza; abbiamo bisogno di questo tipo di discussione. Per certi versi, la gentilezza amorevole è qualcosa che diamo per scontato, mentre in realtà dovremmo sempre cercare di svilupparla. Il nostro livello di istruzione è molto avanzato, ma guardate il mondo che ci circonda. Qui siamo in pace, ma altrove, in questo momento, in questo preciso istante, ci sono persone che vengono uccise e bambini innocenti che muoiono di fame. Pensate a quello che sta succedendo in Siria e nello Yemen. Diamo troppo peso alle differenze di nazionalità, fede o razza e trascuriamo la sofferenza degli altri perché non sono “come noi”.

“Nel XX secolo, la violenza e la guerra hanno provocato immani sofferenze, eppure ancor oggi tendiamo a pensare di poter risolvere i problemi ricorrendo all’uso della forza. Questo non è un buon segno, anche se la maggior parte delle persone su questo pianeta sono davvero stanche della violenza. Pensate alle manifestazioni contro la guerra in Iraq o alla creazione dell’Unione europea da parte di nazioni che si sono combattute per secoli. Dopo gli orrori della prima e della seconda guerra mondiale, gli europei hanno capito che era più importante proteggere l’interesse comune piuttosto che affermare la sovranità nazionale”.

“La convivenza richiede impegno e fatica, ma dobbiamo lavorare perché questo secolo sia un’era di pace e non violenza. Abbiamo bisogno di un approccio umano per risolvere i problemi. Dobbiamo parlare anziché scontrarci, impegnandoci in un dialogo sincero, basato sul rispetto reciproco. La rabbia è radicata in questo distorto senso di ‘noi’ e ‘loro’. Dobbiamo invece rispettare gli altri come membri della stessa famiglia umana a cui tutti apparteniamo. Dobbiamo puntare a creare un mondo smilitarizzato, ma per ottenere il disarmo materiale, è necessario per prima cosa operare un disarmo interiore. Ed è qui che entra in gioco “maitri”, l’amorevolezza”.

“L’economia globale e la minaccia del cambiamento climatico non riconoscono i confini nazionali, sono questioni che riguardano tutti noi ed è per questo che è indispensabile lavorare insieme”. Sua Santità ha spiegato che l’educazione moderna è orientata verso obiettivi materialistici, ma dovrebbe invece concentrarsi anche sui valori interiori. Accanto all’igiene fisica, abbiamo bisogno di igiene emotiva e imparare ad affrontare le nostre emozioni distruttive.

“Le madri hanno dato alla luce tutti i 7 miliardi di esseri umani vivi oggi. Sono sopravvissuti grazie alle loro cure e all’affetto. Da piccoli non ci preoccupiamo della nazionalità, della fede o della casta, ma poi impariamo a discriminare sulla base di queste differenze, dando vita ad un senso di “noi” e “loro”. È così che diventiamo gli artefici dei nostri problemi, nonostante, a un livello più profondo, in quanto esseri umani siamo tutti uguali. Maitri e karuna, gentilezza amorevole e compassione, sono essenziali nella vita di tutti i giorni. Li troviamo descritti in testi religiosi, ma possiamo studiarli e metterli in pratica anche con un approccio laico e secolare”.

“È facile essere gentili con i nostri parenti e gli amici” ha proseguito Sua Santità “ma con i nostri nemici? Per quanto ostile ci possa apparire un nemico, resta pur sempre un essere umano come noi. L’amorevole gentilezza nei suoi confronti è la vera gentilezza amorevole, così come una compassione imparziale è la vera compassione”.

“I nostri veri nemici sono la rabbia e l’ostilità perché distruggono la nostra pace mentale. La rabbia rovina la nostra salute, mentre un atteggiamento compassionevole la preserva. Se la natura umana fosse essenzialmente cattiva, non ci sarebbe speranza, ma poiché è compassionevole, non ci dobbiamo scoraggiare. Ecco perché coltivare i valori interiori dovrebbe essere parte integrante dell’educazione e questa è la ragione per cui sto cercando di far rivivere l’antica conoscenza indiana del funzionamento della mente e delle emozioni. Il Buddha è stato il risultato di tradizioni indiane millenarie come ‘ahimsa’ e ‘karuna’. Dobbiamo far rivivere queste qualità, combinarle con l’istruzione moderna e condividerle con gli altri paesi asiatici”.

“Dall’VIII secolo, noi tibetani abbiamo adottato la tradizione di Nalanda introdotta da Shantarakshita. Si tratta di studiare testi difficili, dedicando una particolare attenzione al ragionamento e alla logica. Il mio addestramento, proprio come quello di altri monaci e monache tibetani, ha comportato una tale immersione nella tradizione del Nalanda che, pur essendo fisicamente tibetano, ormai sono mentalmente indiano. Molti di voi sono indiani, ma ho il sospetto che mentalmente siano un po’ Occidentali. Le antiche conoscenze indiane possono aiutarci a coltivare la pace della mente e ‘maitri’ è un valore umano fondamentale che possiamo comprendere oggettivamente, non è solo un concetto buddhista “.

(Fonte: it.dalailama.com)

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C’era una volta in Bhutan

Bhutan, anno 2006. Nel piccolo paese himalaiano il monarca ha annunciato la propria abdicazione e ci si prepara ad una storica transizione verso la democrazia.
Mentre la notizia fa il giro del mondo e i funzionari dello stato vanno di villaggio in villaggio per spiegare concetti lontanissimi per la popolazione, come il confronto politico e il voto, un giovane monaco attraversa un campo di frumento per andare dal suo Lama. Non sa ancora che il maestro spirituale gli farà la richiesta più sconcertante per un buddhista: procurare due armi da fuoco entro la prossima luna piena, per una misteriosa cerimonia – il cui segreto verrà svelato solo nel finale.
Questa è la cornice narrativa nella quale si sviluppa “The monk and the gun”, in italiano “C’era una volta in Bhutan”, pellicola del regista Pawo Choyning Dorji, a metà tra il documentario e la commedia satirica. Il film, scelto per rappresentare il suo paese nella categoria miglior film straniero agli Oscar di quest’anno, è difatti un viaggio alla scoperta dell’ultimo Shangri La, ma anche una critica ironica e tagliente della modernità e dei cosiddetti valori occidentali.

Mentre il monaco Tashi, partito per la sua missione, incrocia il proprio cammino con un americano collezionista di armi, un agricoltore che possiede un antico fucile e un mosaico di altre figure, per insegnare alla gente a votare vengono organizzate delle finte elezioni, con tanto di risse politiche, alle quali i bhutanesi partecipano con un misto di incredulità ed incomprensione.
Cresciuti all’ombra di concetti scontati, ci spiazza la reazione di una popolazione forte di tradizioni millenarie, radicata nella gentilezza e nel senso del bene comune e spaesata di fronte ad un cambiamento imposto, del quale non sente la necessità. Dopo tutto il Bhutan è stato l’ultimo paese del mondo ad avere accesso ad internet.
Ma sorridiamo quando un funzionario dello stato esprime all’americano tutta la sua ammirazione per “la terra della democrazia e della libertà”, citando Abraham Lincoln, e questi lo guarda smarrito.
Il regista, di origini bhutanesi ma formatosi negli USA, è un maestro del confronto. Siamo certi, ci interroga il film, di vivere nel migliore dei mondi possibili?

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Ritirarsi dal mondo

Stagioni dure della vita, crisi esistenziali, quella stanchezza profonda oggi detta burn-out, passione e ricerca personale, appartenenza ad una tradizione religiosa, non importa: sono mille le ragioni per cui a un certo punto decidiamo di fermare la giostra del nostro piccolo universo per scendere all’interno di noi stessi. Meglio se accompagnati da un Maestro, che conosca bene i problemi, le soluzioni e, soprattutto, le strade dell’andata e del ritorno.
È la pratica del ritiro spirituale, le cui origini si trovano alle radici della storia umana.
Presso i popoli nativi e tribali capi e sciamani abbandonano il campo per cercare le risposte a quesiti fondamentali o tornare indietro degni di guidare la loro gente, i giovani, maschi e femmine, sono allontanati quale iniziazione alla vita adulta.
Ritirarsi dal mondo appare comune denominatore nelle biografie dei fondatori delle grandi religioni. Si pensi ai profeti del Vecchio testamento, all’isolamento del Nazareno nel deserto prima di rivelarsi al mondo come Messia, al viaggio del principe Siddhartha verso il risveglio. Leggendo la vita dei Santi di tutte le tradizioni, sembrerebbe un passaggio imperativo per raggiungere dei traguardi elevati, delle trasformazioni profonde.
Nel buddhismo i ritiri spirituali sono fondativi nella vita del praticante.
Ciascuno è diverso, negli obiettivi e nello svolgimento. Vi sono esperienze individuali e di gruppo, lunghe di anni e brevi di un giorno, a carattere più o meno laico o religioso. Ma ci sono almeno tre elementi che accomunano: isolamento, nuove regole, pratica.

Comincia per tutti così: una porta, reale o immaginaria, si chiude dietro la schiena. E il mondo deve restare fuori, per il tempo stabilito. Rimanere soli con noi stessi è difficile, ci viene chiesto di dimenticare persone, attività, sentimenti. A volte siamo già alle prese con l’esercizio principe dell’isolarsi, che potremo chiamare “del silenzio-assenza”, ovvero la rinuncia totale a qualsiasi forma di comunicazione con l’altro e l’ambiente, come non fossimo lì. Per alcuni la solitudine appare insostenibile, ma è la chiave di tutto. In queste condizioni emergono già i nostri problemi, le afflizioni, i pensieri ossessivi, le emozioni disturbanti, le azioni distruttive: questa è la situazione, qui ed ora, facciamoci una bella foto.

L’isolamento è solo la prima di nuove regole di comportamento, che imponiamo a noi stessi di rispettare fino alla fine dell’esperienza, e anche queste sono un ingrediente essenziale. Le neuroscienze insegnano che se lasciamo le abitudini, se i pattern dell’azione divergono, il cervello apre nuovi percorsi neuronali, si attivano delle zone inutilizzate e si modificano i modelli di stimolo risposta e di elaborazione dei pensieri. L’abbandono degli schemi della nostra quotidianità è quindi il presupposto necessario del cambiamento.

Ed infine il cuore del ritiro spirituale: la pratica. Le lunghe spiegazioni, gli esercizi di meditazione, l’infinita recitazione dei mantra. Se qualcuno aveva pensato ad una vacanza, meglio che si rivolga ad una agenzia di viaggio.

La nostra non è quindi la solitudine dell’eroe romantico, in piedi sulla scogliera tempestosa: qui non si tratta di rimuginare sul senso dell’esistenza, ma di rimboccarsi le maniche e uccidere il drago, saltare l’ostacolo, smantellare e ricostruire. Quando sembra che ogni cosa si sia fermata, nella postura immobile o nell’assorbimento della recitazione rituale, tutto sta invece accadendo.

Se l’intelligenza artificiale si ispira alla mente umana, viceversa questa è assimilabile al computer, il quale, ormai lo sappiamo tutti, va in over load, può essere infettato da programmi virali che ne compromettono il funzionamento, necessita di input innovativi per ottenere risultati differenti. Reset. Arresta il sistema. Riavvia. Cancellare i circuiti difettosi per fare emergere quelli virtuosi, fare posto ad istruzioni diverse e sperimentarle con una guida esperta.
Alla fine, il computer di bordo produrrà in modo spontaneo qualcosa di interamente diverso, mai provato prima, ci troveremo a navigare nuovi stati della mente, pacificata, luminosa, fino ad intravedere altezze non descrivibili a parole.

Tutte le risposte, tutti gli ottenimenti, sono già dentro ciascuno, sono il potenziale umano, ma molto difficilmente potremo incontrarli nella realtà convenzionale. Prima o poi bisogna radunare il coraggio e discendere, o salire, su un piano diverso dall’ordinario.

Il tempo è volato, nello spazio della nostra interiorità. Dobbiamo tornare a riveder le stelle, ma il cielo non è più lo stesso.
In questo scatto sulla soglia di casa stiamo proprio bene, sorridiamo di più; questioni che prima ci prendevano oggi non hanno potere. I giudizi sono caduti, i sensi acuiti. I colori del mondo, come appena creati, ci riportano al tempo in cui le cose non avevano un nome. Il cuore si è fatto più grande e spazioso.
E quando parte il prossimo giro di giostra, mentre già sentiamo affievolirsi l’effimera meraviglia, un piccolo seme perfetto e tenace, attecchito nel nostro giardino, promette di diventare grande.

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Il Vesak attraverso le culture

Chi frequenta un centro buddhista, come praticante o semplice interessato, è stato almeno una volta nella vita alla celebrazione del Vesak, il giorno più importante nel calendario della nostra tradizione religiosa.
La ricorrenza accomuna i buddhisti di ogni parte del pianeta, che secondo le ultime stime sfiorerebbero il mezzo miliardo di persone – il 9 per cento della popolazione mondiale, prevalentemente in Asia meridionale, in Cina, Giappone e Tibet, ma anche in USA, in Europa, Australia e persino nel continente africano.
In questo giorno di vacanza, che ha molti altri nomi, ma è spesso chiamato “Buddha Day”, tutti i buddhisti del mondo celebrano la nascita, il risveglio e l’abbandono delle spoglie mortali (parinirvana) del Buddha storico chiamato Shakyamuni, nato come principe Siddhartha Gautama due millenni e mezzo fa: tre eventi che, secondo la tradizione, avvennero a distanza di molti anni ma nello stesso giorno del calendario.
I modi e anche la data della festa, invece, cambiano. Ciascun paese ha le sue usanze, che enfatizzano l’uno o l’altro aspetto degli insegnamenti o della esistenza del Risvegliato.

Ogni anno migliaia di monaci vestiti di rosso si muovono in cerchio, attorno al tempio millenario di Borobudur a Java, Indonesia, il più grande tempio buddhista del mondo e sito UNESCO, meditando, recitando i sutra e infine liberando migliaia di lanterne luminose nel cielo notturno. Attorno al tempio di Jogyesa a Seoul, in Corea del Sud, le luci sono così numerose da aver dato vita ad un vero e proprio Festival della Lanterna del Loto. In Sri Lanka la festa è nazionale, lampade di carta decorano per l’occasione tutte le case, la città è adornata di riproduzioni in legno di grandi dimensioni dei personaggi legati alla vita del Buddha, sapientemente dipinte ed illuminate, la capitale Colombo diviene l’epicentro della festa attirando turisti da tutto il mondo.
A Singapore si illuminano tutte le statue del Risvegliato con innumerevoli candele e ci si riunisce nei luoghi di culto, primo tra tutti il tempio “della reliquia del dente di Buddha” all’interno di China town, il secondo più grande del continente asiatico e sede di grandi celebrazioni. In Nepal, la folla dei fedeli si raduna a Lumbini, dove secondo i testi il Buddha sarebbe nato, carica di doni per i monasteri e i bisognosi.
Sono solo alcuni esempi delle migliaia di celebrazioni che ogni anno, nel giorno di luna piena del mese di Vesakha, più o meno corrispondente al nostro maggio, accendono diverse parti del pianeta. Danze, musiche e meditazioni rendono l’evento differente da paese a paese, in una girandola di luci e colori. I fedeli sono chiamati a partecipare alle cerimonie nei templi, praticando offerte ed elevando preghiere per onorare il Buddha e la sua vita. La comunità riafferma i precetti dell’Illuminato, rinnovando il proprio impegno a nobilitare la propria vita secondo il suo esempio e dedicandosi ad opere caritatevoli.
Non solo la data della ricorrenza è diversa di anno in anno, ma cambia di paese in paese anche in base al calendario, solare o lunare. In Italia, dove questa festività è ufficialmente riconosciuta dallo Stato, si è convenzionalmente fissato l’evento l’ultimo weekend di maggio.
Quale che sia la tradizione a cui apparteniamo, il Vesak è l’occasione per manifestare la gioia e la gratitudine per il percorso spirituale intrapreso, sentendosi parte attiva di una comunità globale.

NB. Mandala Samten Ling, Mandala Milano e Mandala Deua Ling celebreranno la ricorrenza con una Festa che si terrà domenica 2 giugno, presso il centro di Graglia Santuario. Maggiori informazioni sul nostro sito www.mandalasamtenling.org

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