Skip to main content

I Benefici del Tai Chi

Il Tai Chi Chuan, semplicemente Tai Chi, è un’antica arte marziale radicata nella filosofia tradizionale cinese, dalla quale si è evoluta in una disciplina fisica oggi molto popolare e praticata in tutto il mondo per i suoi notevoli effetti benefici sul corpo e sulla mente. Spesso è descritto come “meditazione in movimento” per la sua enfasi su gesti lenti e deliberati, eseguiti in modo consapevole.

1. Miglioramento dell’equilibrio e della coordinazione

Uno dei principali benefici fisici del Tai Chi è il miglioramento dell’equilibrio e della coordinazione, grazie ai movimenti lenti e controllati che richiedono ai praticanti di spostare gradualmente il peso mantenendo una postura corretta. Numerosi studi hanno dimostrato che il Tai Chi può essere particolarmente benefico dopo una certa età, poiché aiuta a ridurre il rischio di cadute e migliora la stabilità generale.

2. Riduzione dello stress e chiarezza mentale

Il Tai Chi è anche noto per la sua capacità di ridurre lo stress e promuovere il rilassamento. La pratica utilizza la respirazione profonda, la consapevolezza e la concentrazione sul momento presente, che calmano la mente e riducono l’ansia. La ricerca ha scoperto che la pratica regolare del Tai Chi può abbassare i livelli di cortisolo, l’ormone associato allo stress, portando a un miglioramento dell’umore e del benessere psicologico.

3. Maggiore flessibilità e forza

Sebbene i movimenti del Tai Chi siano delicati e lenti, sono comunque molto efficaci per migliorare la flessibilità e aumentare la forza fisica. La pratica costante aumenta il tono muscolare generale, mentre i gesti continui e fluidi aiutano ad allungare i muscoli e le articolazioni, promuovendo una sempre maggiore ampiezza dei movimenti.

4. Salute cardiovascolare e respiratoria

L’attenzione del Tai Chi sulla respirazione controllata e ritmica può avere un impatto positivo sulla salute cardiovascolare e respiratoria. Sebbene non sia intensa come l’esercizio aerobico, questa disciplina fa lavorare tutto il corpo, attivando la circolazione e il flusso di ossigeno. Gli studi hanno dimostrato che può abbassare la pressione sanguigna, migliorare la funzionalità del cuore e aumentare la capacità polmonare.

5. Sollievo dal dolore cronico

Si è scoperto che il Tai Chi è efficace nella gestione del dolore cronico, in particolare in condizioni come l’artrite e la fibromialgia. La natura delicata e a basso impatto degli esercizi lo rende uno sport adatto alle persone con dolori o rigidità alle articolazioni, poiché aiuta a migliorare la mobilità e a ridurre l’infiammazione, senza sottoporre il corpo a carichi eccessivi. Alcuni studi suggeriscono che il Tai Chi può anche alleviare il dolore lombare.

6. Connessione mente-corpo e pace interiore

Nel profondo, il Tai Chi Chuan enfatizza la connessione tra corpo e mente. L’attenzione deliberata su movimento, postura e respirazione incoraggia i praticanti a diventare più consapevoli del proprio fisico e di come si muove nello spazio. Ciò può favorire un senso di pace interiore e autocontrollo, aiutando a gestire lo stress ed a coltivare un più profondo senso di benessere.

7. Interazione sociale e comunità

Infine, il Tai Chi Chuan è in genere praticato in contesti di gruppo, come parchi, centri associativi e scuole di arti marziali. Ciò offre opportunità di interazione sociale e la formazione di una comunità di appartenenza e supporto. Il senso di cameratismo, amicizia e condivisione che si sviluppa all’interno dei gruppi di allievi è la ciliegina sulla torta dell’esperienza complessiva.

Il Tai Chi Chuan offre dunque un approccio olistico al benessere ed è una pratica preziosa per affrontare le sfide fisiche e mentali della vita moderna.

Gli ultimi articoli

Continua a leggere

La Presenza del Maestro

In diverse tradizioni spirituali il ruolo del Guru – per i buddhisti tibetani il Lama – occupa un posto di immensa importanza. Il termine “guru” in sanscrito significa “dissipatore dell’oscurità”, ovvero colui che guida il ricercatore dall’ignoranza alla conoscenza, dall’illusione alla realizzazione. La parola tibetana “Lama” è tradotta con “Maestro”.

Mentre gli insegnamenti possono essere impartiti in numerosi modi, anche tramite testi scritti, discorsi registrati o mezzi di comunicazione virtuali, l’atto di essere fisicamente alla presenza della persona che abbiamo scelto come guida spirituale offre profondi benefici, che non possono essere replicati tramite le altre forme di apprendimento.

Una delle ragioni per cui è fondamentale la vicinanza fisica ad un individuo realizzato, è la cosiddetta trasmissione diretta. Il vero insegnamento, infatti, non riguarda semplicemente l’acquisizione di informazioni e di pratiche, ma implica una comprensione più profonda, la cui attivazione spesso avviene in modo non verbale. Quando ci si trova in presenza del Guru, può infatti verificarsi una trasmissione energetica a livelli sottili. Un vero Maestro trasmette saggezza e consapevolezza in un modo che libri o video non possono. Questo passaggio diretto dall’insegnante allo studente, che gli indiani chiamano “shaktipat”, è particolarmente importante nella crescita spirituale, perché non avviene a livello intellettuale ma si basa sulla esperienza: gli allievi riferiscono di provare un profondo senso di pace, maggiore chiarezza mentale o di sperimentare realizzazioni spontanee e cambiamenti nella percezione o nella coscienza. Tutte trasformazioni che richiederebbero molto più tempo per essere coltivate praticando da soli.

Un altro aspetto significativo dell’essere con un Maestro di persona è l’opportunità di una guida diretta e non standardizzata. La crescita spirituale è un viaggio assolutamente personale e, mentre gli insegnamenti generalizzati forniscono una base, i singoli individui hanno spesso ostacoli, punti di forza e influenze karmiche che richiedono un’attenzione specifica. Il Maestro sa affrontare e risolvere i dubbi, le sfide o i blocchi emotivi che lo studente potrebbe incontrare. Se fisicamente presente può osservare queste caratteristiche e offrire una guida su misura, che accelera il progresso del praticante.

Essere in presenza di un realizzato offre anche l’opportunità di far parte di un insieme di ricercatori con idee simili, in sanscrito “satsang”, che significa “associazione con la verità”, ovvero di essere membri della comunità che si forma attorno alla sua figura. L’energia collettiva del gruppo, combinata con la presenza della Guida spirituale, crea una potente atmosfera. Questo sistema collettivo può agire da catalizzatore per lo sviluppo della persona, supportata non solo dal Maestro ma anche dai compagni che hanno intrapreso lo stesso cammino. In questo ambiente sacro, le domande sorgono organicamente e spesso le risposte fornite ad una persona risuonano con il resto dei presenti. Apprendimento, devozione e umiltà condivisi accelerano il raggiungimento dei traguardi, mentre vedere i progressi e le lotte degli altri può ispirare e incoraggiare alla perseveranza.

La guida del Maestro può arrivare attraverso la conversazione, in cui l’allievo riceve consigli pratici e applicabili che si allineano con il suo attuale stadio di sviluppo, ma anche nel silenzio o persino attraverso le azioni, ovvero mentre lo studente impara osservando la vita quotidiana del suo insegnante.

In base alla tradizione, il Lama è visto non solo come un insegnante, ma come la manifestazione vivente degli insegnamenti. Egli serve come promemoria dello stato che il praticante deve aspirare a raggiungere, ricordandogli le qualità che desidera coltivare, come compassione, pazienza, saggezza e umiltà. Osservare il modo in cui il Maestro interagisce con il mondo, sia nei momenti più formali degli insegnamenti e delle cerimonie, che durante i semplici atti della vita quotidiana, fornisce un modello su come integrare la spiritualità nella vita materiale. Questo apprendimento incarnato è difficile da replicare in forma scritta o registrata. È l’esempio vissuto delle azioni, dei pensieri e della presenza del Maestro che può avere l’impatto più profondo su una persona.

Inoltre, sarà più facile che egli fornisca un riscontro immediato sulla pratica, identificando le aree in cui è necessario progredire e indicando i punti ciechi di cui lo studente potrebbe non essere a conoscenza. Questo feedback in tempo reale è prezioso per coloro che prendono sul serio la propria evoluzione nel breve tempo di una vita, poiché aiuta a prevenire la stagnazione e mantiene il ricercatore sulla strada giusta.

La costante vicinanza della guida spirituale favorisce infine disciplina e responsabilità. È facile, specialmente nel mondo odierno, perdere la concentrazione quando siamo lasciati completamente a noi stessi. Il contatto regolare con il Maestro ci mantiene ancorati al sentiero e allineati con le nostre aspirazioni più elevate.

La sua presenza ci offre dunque opportunità senza pari. Sta a noi saperle cogliere.

Gli ultimi articoli

Continua a leggere

Il Monastero, mondo aperto

Il monastero buddhista nell’immaginario collettivo appare una istituzione isolata e chiusa. Invece è un microcosmo che riflette perfettamente l’ampia realtà che lo circonda. Anche se posto in contesti naturali remoti e appartati, è un “mondo aperto” sia dal punto di vista spirituale che sociale, un ponte tra la vita meditativa e laica, un luogo di connessione interculturale, di pratica ecologica e di accoglienza della diversità.

Anzitutto sito di rifugio e di meditazione, il monastero consente di addestrarsi nella spiritualità. Ma questo viaggio interiore non è una fuga. Nel monastero si apprende che la pratica interiore non è mai sconnessa dalla esistenza esteriore, anzi ne è parte integrante. L’interdipendenza di tutti i fenomeni e l’esercizio della compassione collegano indissolubilmente il buddhista ad ogni cosa e a tutti gli esseri, ogni giorno della sua vita.

I monaci solo apparentemente scelgono di stare fuori dal mondo; invece, si impegnano e partecipano attivamente al bene dell’umanità, non solo attraverso i frutti delle discipline meditative e della preghiera, ma nella pratica tutta del buddhismo, che è azione. Essi sono attenti osservatori della società e partecipi apportatori di cambiamento positivo.

I monasteri nascono come luoghi di apprendimento, in cui i religiosi ed oggi anche i semplici praticanti e visitatori possono studiare e ricevere insegnamenti. Il crescente interesse occidentale per il buddhismo e la meditazione ha portato diversi centri monastici a diventare veri e propri spazi multiculturali. La vocazione educativa coniugata con l’assenza sostanziale di dogmatismo nell’approccio dottrinale, aprono di fatto il monastero buddhista alla società circostante, facendone un luogo elettivo per l’incontro e il dialogo tra differenti tradizioni spirituali, in cui visioni alternative possono dialogare e coesistere pacificamente, nell’apprezzamento della diversità.

Che è anche bio-diversità. In genere il locus monastico si integra nel paesaggio naturale senza alterarlo in modo significativo, anzi valorizzando l’ambiente e avendo cura degli esseri che lo abitano. L’amorevole gentilezza, cardine della dottrina, si rivolge anche al pianeta e molti monasteri fungono da esempi, vivendo secondo il principio della non violenza (ahimsa) e limitando l’impronta ecologica. L’alimentazione, spesso vegetariana o vegana, l’uso consapevole delle risorse e la gestione responsabile dei rifiuti sono diffuse, testimoniando un rapporto con l’ambiente visto come soggetto amico e ricchezza universale.

In questo senso il monastero buddhista ispira uno stile di vita più sostenibile, diventando modello di un’esistenza umana in equilibrio con tutto ciò che è.

Di fatto esso sviluppa una forte interazione con il tessuto sociale. La pratica dell’offerta generosa (dana) si concretizza nel supporto reciproco tra monaci e comunità laica. I primi dipendono dalle donazioni per vivere, mentre in cambio offrono sostegno morale e psicologico, supporto economico e sociale per i bisognosi, percorsi di crescita spirituale. Questa reciprocità crea un legame profondo con la gente. Così, il monastero è visto come la casa di tutti, accogliente e sempre accessibile a chiunque senta il bisogno di rifugio e aiuto.

Il monastero buddhista, quindi, non luogo separato ma microcosmo che, incarnando principi universali come l’amore, la compassione, l’interdipendenza, il rispetto per il pianeta e la condivisione, diviene quel “mondo aperto” in cui la vita religiosa incontra quella laica e il pensiero orientale si unisce con altre culture. Esso non solo riflette, ma amplifica la realtà, dimostrando come la spiritualità possa fiorire all’interno della società e in connessione con essa. In questo modo, il monastero buddhista rappresenta una sfida ai concetti di isolamento e separazione, diventando un ponte tra interiore ed esteriore, un modello di armonia, tolleranza e apertura verso la vita in tutte le sue forme.

Nella foto Il complesso monastico di Lamayuru (Ladakh)

Gli ultimi articoli

Continua a leggere

Kathmandu e la Kumari (prima parte)

Nepal, il viaggio che tutti sognano e prima o poi faranno.

Dopo il lusso onnipotente del Qatar, scalo obbligato, con le sue vetrine da milioni di euro, sospinti da un condizionamento polare capace di insinuarsi sotto i voluttuosi plaid della linea aerea, l’attesa per i bagagli a Kathmandu, con la solita ressa di carrelli unticci e un unico nastro per dieci voli, è quasi un sollievo.

L’aeroporto, mi fanno notare i veterani, è cresciuto. Un tempo era praticamente una grossa tenda, la gente si sedeva in terra. Chissà perché non sono così contenta di sentirlo.

E comunque via, per le strade multicolori della capitale, su un pulmino dove mi prendo dieci morsi da un insetto invisibile. Anche Kathmandu si è sviluppata, copiando il peggio dall’occidente, ce ne accorgiamo subito. Un numero simile di macchine e moto non si era mai visto. Con il Governo che sussidia l’acquisto, ora ogni nepalese ha almeno un motorino, mentre le bici sono praticamente estinte. Fa milioni di persone in movimento perpetuo, che ti vengono addosso come in Inghilterra, dal lato sbagliato della strada, guidando dal lato sbagliato della macchina, e seguendo traiettorie intrecciate con folli velocità, per fermarsi in extremis a sfioro di mezzi e passanti. Il mio DNA un po’ napoletano mi protegge, gli altri sono increduli.

Risultato? In una manciata di anni la capitale ha conquistato il poco invidiabile primato di città più inquinata del mondo e a me, che ho i polmoni fragili, viene un febbrone da cavallo.

Quando riemergo visitiamo i posti del cuore. Meno male che sono ancora lì.

I Monasteri solenni e variopinti, i sorrisi dei giovani monaci, le cerimonie millenarie dall’energia che non puoi dire in parole, i templi, l’architettura splendida dei siti UNESCO, ricomposta mirabilmente – in meno di dieci anni – dopo il tremendo terremoto.

E ovunque commercianti nati, con la loro paccottiglia turistica, mescolati con certi artigiani della pietra, del legno, dei preziosi, da fare impallidire la Terra di Mezzo.

Alla fine di un viaggio c’è sempre un viaggio da ricominciare, diceva De Gregori.

Capita poi che la gemma che ti porti a casa sia del tutto inaspettata.

Nella piazza di Durbar Square, nel centro storico di Kathmandu, c’è un palazzo chiamato Kumari Ghar. Da fuori assomiglia alle dimore dei sovrani nelle città d’arte del Nepal, con i suoi muri di mattoni e le file di finestre ricamate nel legno. Rigorosamente chiuse. Perché nelle stanze più protette e riccamente addobbate, ci vive una divinità.

La dea vivente chiamata Kumari, manifestazione di Taleju o Durga, al centro di una venerazione profonda in tutto il Nepal buddhista ed anche induista, ma particolarmente nella comunità Newar della valle di Kathmandu. Ed è una bambina.

Consegnata dai genitori dopo il suo riconoscimento, vive reclusa nel palazzo, servita come una regina, affacciandosi o uscendone solo nell’occasione di importanti cerimonie e alla fine della sua esistenza divina quando, raggiunta l’età dello sviluppo, potrà tornare nel mondo dei mortali, lasciando il posto ad una nuova bimba.

(Continua nel numero di novembre)

Gli ultimi articoli

Continua a leggere

Il potere del suono

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio, così dice l’evangelista Giovanni, che pone una parola, un suono all’origine del mondo manifesto. Qualcuno sostiene che la fisica moderna, a cominciare da quella quantistica, gli dia ragione quando, osservando l’immensamente piccolo, suppone che la materia sia composta di fenomeni ondulatori: è di certo un avvincente romanzo appena incominciato, non se ne conosce la trama né possiamo prevederne la conclusione.

Però l’effetto del suono sulla materia lo possiamo constatare. Un brano musicale ci cambia in positivo o negativo le emozioni, ha certamente un effetto sul nostro stato fisico e mentale. Un grande brand caseario italiano, di cui non faremo il nome, è diventato famoso già negli anni ‘90 per aver riprodotto Mozart nelle stalle, sostenendo che le mucche gradivano molto e producevano più latte e di migliore qualità.

Il suono, inteso come vibrazione, gioca un ruolo profondo nelle pratiche di tutte le Religioni. Nei maggiori sistemi di credenze esso è utilizzato come una forza di connessione tra il mondo fisico e quello spirituale, una via per trascendere l’esperienza ordinaria.

Nell’induismo il suono Om (Aum) è considerato la sillaba primordiale, la vibrazione che diede origine agli universi, ed è pronunciato nella meditazione e nella preghiera per connettersi alle energie cosmiche e divine.

Nel Buddhismo la recitazione dei Mantra, come Om Mani Padme Hum, diviene un canto in grado di allineare il praticante con livelli elevati di coscienza, uno strumento per la trasformazione spirituale. Nella tradizione tibetana in particolare, è comune l’utilizzo di campane, gong e altri strumenti, per bilanciare il corpo risuonando con specifici centri energetici (chakra) e per favorire l’ingresso della mente nello stato meditativo.

Nel mondo del Cristianesimo gli inni e i canti Gregoriani, con i cori e il suono dell’organo, hanno la funzione di elevare l’anima e promuovere la comunione con il divino.

Per l’Ebraismo nell’atto della recitazione e dell’ascolto dei sacri Testi si percepisce la voce stessa di Yahweh; per la mistica della Kabbalah lettere e suoni in lingua ebraica esprimono forze spirituali.

Nell’Islam la chiamata alla preghiera Adhan è un canto che spinge alla connessione con Allah, mentre alla recitazione melodica e ritmata dei Testi sacri si attribuisce un potere spirituale di trasformazione del cuore e della mente. Chi non conosce la danza circolare dei dervishi, che abbina suono e movimento, sino all’estasi divina, ma anche per indurre uno stato di trance che favorisce la guarigione fisica.

In tutte le tradizioni indigene di tipo shamanico, che hanno preceduto l’affermarsi delle grandi Religioni, al suono dei tamburi e di altri strumenti si attribuisce il potere di aprire le porte di comunicazione con altri reami, con spiriti ed antenati in grado di intervenire nelle vicende umane.

Infine, nell’architettura degli spazi sacri, cattedrali, moschee, templi, si cela sovente uno studio approfondito dell’acustica, non solo per l’amplificazione ma per la risonanza, ovvero con il fine ultimo di creare un campo vibrazionale che favorisca la trasformazione interiore.

Il potere del suono, quale ponte tra umano e spirituale, affonda quindi le proprie radici in tutte le Tradizioni. Con questa consapevolezza, forse vale la pena di fare più attenzione a quello che si ascolta. Immersi in una civiltà quotidiana assordante e disarmonica, cosa rischiamo?

Gli ultimi articoli

Continua a leggere

Tulku, il ritorno dei maestri e l’occidente

Fino a quando esisterà lo spazio

E continueranno gli esseri senzienti,

Possa anche io rimanere,

Per scacciare la miseria del mondo.

SHANTIDEVA, La via del Bodhisattva

L’appellativo di Tulku, basato sulla convinzione che Maestri dalle grandi realizzazioni spirituali, mossi dall’altruismo e dalla compassione, rinascano più volte in diverse forme umane per aiutare gli esseri senzienti a liberarsi dal giogo della sofferenza – e possano essere ritrovati – emerge in Tibet attorno al XII° secolo, dando luogo a molteplici lignaggi, maggiori e minori: tra i più conosciuti ed eminenti quelli del Dalai Lama e del Karmapa.

Con il diffondersi del Buddhismo in occidente, emanazioni di figure religiose sono state riconosciute anche oltre i confini geografici della società tibetana.

Così è stato per il Venerabile Lama Paljin Tulku Rinpoce. Sono passati quasi trent’anni da quel 14 luglio 1995, quando i Monaci del Monastero di Lamayuru in Ladakh, all’ombra solenne delle vette Himalayane, si riunirono per accogliere Arnaldo Graglia quale reincarnazione di Je Paljin, uno yogin vissuto nel XVII secolo nella regione, ancora oggi ricordato come Drubwang o grande Siddha realizzato. “Egli è nuovamente tra noi,” – affermarono – “in questa sala.” Il primo italiano ad essere formalmente riconosciuto come il ritorno di un Maestro del Buddhismo tibetano. Il resto è storia, della quale molti tra i Lettori sono testimoni devoti.

L’intera esistenza del Ven. Lama Paljin prova che non solo una integrazione tra oriente e occidente è possibile, ma che da essa può generarsi un motore propulsivo del Buddhismo e della spiritualità in questo millennio.

Per alcuni Tulku occidentali, invece, vivere la propria identità sospesa tra ieri ed oggi e trovare la propria strada sono state una sfida. Comprensibilmente.

Immaginiamoci la scena. Un giorno, in una casa come tante altre, genitori come tanti altri si trovano a fronteggiare la notizia che il proprio bambino come tanti altri non è, anzi sarebbe la reincarnazione di un eminente religioso del passato. Le famiglie tibetane esplodono di gioia, celebrano ed onorano il rango del piccolo e trovano nella propria fede la forza necessaria per impacchettare il frugoletto ed inviarlo ad insediarsi e studiare in un Monastero lontanissimo, sotto le amorevoli cure di un Monaco tutore, che gli sarà padre e madre negli anni della formazione.

Ma supponiamo che il figlio sia nostro: chi tra noi non mostrerà qualche perplessità, almeno iniziale? Naturalmente ci sono gli oracoli, le visioni, i ricordi emersi, le prove fatte con oggetti e situazioni della precedente identità che il candidato deve riconoscere. Ma anche riuscendo ad accettare come vera una storia che ci richiede di cambiare il modo stesso in cui pensiamo alla vita, ci chiederemo sgomenti “E ora?”. È il caso cinematografico del bambino americano Jesse nel celebrato capolavoro “Piccolo Buddha” di Bernardo Bertolucci.

E ci sono i casi reali di diversi occidentali, nati in particolare tra gli anni ‘70 e ’80 e ufficialmente riconosciuti come Tulku, a testimoniare un percorso non sempre lineare.

Prendiamo per esempio Elijah Ary. Sembra il tipico bambino canadese, unica peculiarità il fatto che i genitori gestiscono un centro di meditazione. Dove un giorno ricevono un visitatore venuto da lontano, il Monaco Khensur Pema Gyaltsen. Quasi immediatamente il piccolo di soli quattro anni si mette a parlare con lui, facendo nomi di gente e descrivendo luoghi nella regione Himalayana, che ovviamente non ha mai visto. Per i genitori è soltanto immaginazione, ma il Monaco conosce una ad una le persone nominate. Presto arriva una lettera, indirizzata alla coppia, che dice, in sostanza, avete il nostro Maestro, Geshe Jatze, deceduto nel 1950, vi preghiamo di restituircelo al più presto.

La risposta è no, il piccolo resta a casa sua. Ma diviene ben presto evidente che crescendo si senta fuori posto. Un giorno a scuola disegna il palazzo Potala di Lhasa in tutti i dettagli. Quando i compagni gli chiedono se ci sia mai stato risponde “Non in questa vita”. Così a 14 anni finalmente parte alla volta del Sera Monastery in India. Al principio, come testimonia sua mamma, è “come ributtare un pesce in acqua”. Ma la sua mentalità entra presto in conflitto con le rigide regole e la sottile etichetta del Monastero. Non resiste. Tornato in Canada e dopo altre vicissitudini, seguendo un consiglio ricevuto dal Dalai Lama, diventerà infine uno psicoterapeuta.

Che senso ha tutto questo? Perché dunque i Tulku farebbero la loro apparizione dalle nostre parti? Per il praticante buddhista, che conosce il significato della parola bodhisattva, il motivo è ovvio: chi ritorna lo fa per aiutare. Altrettanto chiaro, però. è che questo compito nella società moderna non sarà semplice.

La tradizione dei Tulku è estremamente importante nel Buddhismo tibetano e tale resterà. Ma essa è intimamente dipendente da quella profonda cultura religiosa, che diviene trama del tessuto sociale tibetano. Perché fioriscano le incarnazioni mistiche, in poche parole, ci vogliono i Monasteri ed un universo intero che ruoti attorno ad essi. L’ovest del pianeta non sembra intimamente né materialmente attrezzato per riconoscere figure spirituali di questo calibro, per comprenderle sino in fondo, per aiutarle nel loro lavoro su questa Terra. Così per un occidentale che riceva una simile chiamata la scelta rischia di essere dura: alienarsi il proprio mondo e vivere come un Lama tibetano; oppure restare nella cosiddetta società civile, testimoniare il Dharma in modo diverso, ma in questo porsi dolorosamente in contrasto con una tradizione millenaria.

La sfida è aperta: può l’Occidente, con la sua visione superficiale e strumentale della spiritualità, accogliere la realtà straordinaria dei Tulku?

Gli ultimi articoli

Continua a leggere

Dare e prendere: la sofferenza della sconfitta

Nella foto il Ven. Maestro Chamtrul Rinpoche Lobsang Gyatso, che darà insegnamenti sulla Pratica tibetana del Tonglen il prossimo 22 settembre al Mandala Samten Ling.

Il Tonglen, che dal tibetano si traduce “il dare e il prendere”, è una antica pratica di meditazione e componente chiave del Lojong, l’addestramento mentale del praticante buddhista.

I suoi obiettivi, coltivare la compassione e trasformare la sofferenza, sia personale che collettiva, in un sentiero verso il risveglio spirituale, ne fanno una tecnica conosciuta ed apprezzata anche nel mondo laico.

Il Tonglen ci dice che sul sentiero verso bodhicitta, il cuore-mente altruista, che aspira al raggiungimento del risveglio non per sé ma a beneficio di tutti gli esseri, coltivare la compassione è essenziale. La specifica pratica meditativa unisce visualizzazioni e tecniche di respirazione che consentono al praticante di generare energia positiva e luminosa e di farne dono.

Un insegnamento mantenuto segreto per centinaia di anni, perché la sua apparente semplicità non inducesse il soggetto inesperto a sottovalutarne il grande potere trasformativo. Il Tonglen è in effetti alla portata di tutti, ma soltanto attraverso la trasmissione da parte di un Maestro qualificato sviluppa il suo pieno potenziale.

Il praticante, nel riconoscere la sofferenza dell’altro come la propria, esercita le sue capacità empatiche e sviluppa la compassione. In questo modo muove il focus dalle preoccupazioni personali verso una connessione profonda e sincera con gli altri esseri.

La sofferenza egoistica diventa così un catalizzatore di crescita spirituale e il soggetto allenato cambia la propria visione delle sfide o avversità della vita, che diventano occasioni per esercitare la forza e la resilienza interiori.

La pratica regolare del Tonglen allenta la presa dell’ego e cambia la nostra visione delle priorità dell’esistenza, che con naturalezza si spostano dai desideri e dalle paure del singolo verso il benessere di tutti.

Si tratta quindi di un potente strumento di regolazione emozionale, in grado di spezzare il ciclo dei pensieri perturbanti e regalare uno stato della mente equilibrato e pacifico a chiunque lo utilizzi.

Il praticante buddhista in particolare, secondo la propria Tradizione, ottiene un potente mezzo per l’accumulo di meriti e la purificazione dal karma negativo, essenziali per il progresso sul cammino spirituale. A seguito dell’introduzione del Lojong in Tibet da parte del Maestro indiano Atisha Dipankara, nell’XI° secolo, e del suo ulteriore raffinamento da parte di Maestri tibetani come Gheshe Chekawa, il Tonglen divenne parte integrale nel percorso dei monaci e dei fedeli, a testimonianza della centralità dell’altruismo e della compassione nel Buddhismo tibetano. Nei secoli questo insegnamento è divenuto una pietra miliare sul cammino del buddhista moderno e di chiunque voglia sviluppare queste due qualità universali.

A differenza di alcune pratiche meditative che richiedono sessioni più formali, il Tonglen può facilmente essere integrato nella vita quotidiana, anche semplicemente quale consapevolezza attiva della sofferenza intorno a noi e proponimento di rispondere attraverso la compassione. Possiamo solo immaginare l’impatto che una diffusione di questo insegnamento, con la sua enfasi sulla comprensione dello stato del prossimo, sull’interesse per la felicità di tutti e sull’azione amorevole che allevia e cura, potrebbe avere sul vivere sociale, nel costruire gruppi e comunità più gentili e resilienti, nella riduzione dei conflitti e in generale per la guarigione delle nostre società.

Gli ultimi articoli

Continua a leggere