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I 90 anni del Dalai Lama: il messaggio sulla sua successione

Il 6 luglio il Dalai Lama ha compiuto 90 anni e, qualche giorno primo di questa importante ricorrenza, sul sito ufficiale del Dalai Lama, è stata pubblicata una dichiarazione sulla continuazione dell’istituzione del Dalai Lama. Ecco il messaggio originale, tradotto dal tibetano:

Il 24 settembre 2011, in occasione di una riunione dei capi delle tradizioni spirituali Tibetane, ho rilasciato una dichiarazione ai connazionali in Tibet e fuori dal Tibet, ai seguaci del Buddhismo Tibetano e a coloro che hanno un legame con il Tibet e i Tibetani, riguardo all’opportunità di continuare l’istituzione del Dalai Lama. Ho dichiarato: “Già nel 1969 ho detto chiaramente che le persone interessate dovrebbero decidere se le reincarnazioni del Dalai Lama debbano continuare in futuro”.

Ho anche detto: “Quando avrò circa novant’anni, consulterò gli alti Lama delle tradizioni buddhiste Tibetane, il pubblico Tibetano e altre persone interessate che seguono il Buddhismo Tibetano, per rivalutare se l’istituzione del Dalai Lama debba continuare o meno”.

Sebbene non abbia avuto discussioni pubbliche su questo tema, negli ultimi 14 anni leader delle tradizioni spirituali Tibetane, membri del Parlamento Tibetano in Esilio, partecipanti a un’Assemblea Generale Straordinaria, membri dell’Amministrazione Centrale Tibetana, ONG, buddhisti della regione Himalayana, della Mongolia, delle repubbliche buddhiste della Federazione Russa e buddhisti dell’Asia, compresa la Cina continentale, mi hanno scritto con ragioni, chiedendo vivamente che l’istituzione del Dalai Lama continui. In particolare, ho ricevuto messaggi attraverso vari canali dai Tibetani in Tibet che hanno lanciato lo stesso appello. In accordo con tutte queste richieste, affermo che l’istituzione del Dalai Lama continuerà.

Il processo di riconoscimento di un futuro Dalai Lama è stato chiaramente stabilito nella dichiarazione del 24 settembre 2011, in cui si afferma che la responsabilità di tale riconoscimento spetta esclusivamente ai membri del Gaden Phodrang Trust, l’Ufficio di Sua Santità il Dalai Lama. Essi dovranno consultare i vari capi delle tradizioni buddhiste tibetane e gli affidabili Protettori del Dharma legati da giuramento che sono indissolubilmente collegati al lignaggio dei Dalai Lama. Dovrebbero quindi svolgere le procedure di ricerca e riconoscimento in conformità con la tradizione passata.

Ribadisco che il Gaden Phodrang Trust ha la sola autorità di riconoscere la futura reincarnazione; nessun altro ha l’autorità di interferire in questa materia.

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Foto di copertina: Sua Santità il Dalai Lama sorride mentre assiste alle celebrazioni in onore del suo 90° compleanno secondo il calendario lunare tibetano (5° giorno del 5° mese tibetano), nel cortile del Tempio Principale Tibetano a Dharamsala, Himachal Pradesh, India, il 30 giugno 2025. Foto di Tenzin Choejor. Fonte: www.dalailama.com

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Alexander Csoma de Kőrös: il viandante delle lingue e dello spirito

Novantuno anni dopo la sua morte, nel 1933, Alexander Csoma de Koros venne riconosciuto come bodhisattva. Era stato colui che “aveva aperto il cuore dell’Occidente agli insegnamenti del Buddha”. Una statua che lo raffigura nell’ampia veste dei monaci ancora oggi lo ricorda all’interno del santuario dell’Università buddhista di Tokyo.

Nato nel 1784 a Koros, in Ungheria da una povera famiglia di ascendenza sicula (gruppo etnico di lingua ungherese prevalentemente stanziato in Transilvania) dopo i primi studi nella scuola del villaggio, a quindici anni si iscrive al Bethlen Collegium di Nagyenyed dove l’istruzione era garantita in cambio del lavoro manuale richiesto agli allievi.

In seguito, presso l’università di Gottinga, studia lingue orientali arrivando a padroneggiare ben 13 idiomi. Vocazione poliglotta che trovò conferma negli anni successivi a Calcutta dove fu ben presto in grado di padroneggiare il bengali, il marathi e il sanscrito.

Alla Ricerca delle Origini Magiare

All’inizio del diciannovesimo secolo era diffusa in Ungheria la teoria, abbastanza fantasiosa, che le origini delle stirpi magiare, o almeno di una parte di esse, fossero da ricercare nel cuore dell’Asia. Fu proprio la suggestione derivante da questa teoria a convincere Csoma che fosse necessario approfondire lo studio della cultura orientale, come primo passo necessario per verificarne l’esattezza.

Il periodo di studi trascorso a Gottinga, garantito da una borsa di studio offerta dalla Chiesa Protestante Inglese e condotto sotto la guida dei migliori specialisti di lingue orientali, era stato fondamentale per la formazione dello studioso.

Determinato a raggiungere le regioni dell’Asia Centrale attraverso l’Impero Russo e ottenuta una modesta sovvenzione di 200 fiorini, nell’autunno del 1819 parte alla volta dell’oriente. In Grecia si imbarca su una piccola nave mercantile diretta in Egitto, raggiunge quindi Aleppo, prosegue per Baghdad e, travestito da armeno, fino alla città di Teheran dove l’ambasciatore inglese gli assegna la somma di 300 rupie.

Si dirige poi verso l’Afghanistan determinato a raggiungere le regioni dell’Asia centrale attraverso il Kashmir e superando i passi del Karakorum. Le poche risorse a sua disposizione e le oggettive difficoltà del percorso lo costringono però a fermarsi a Leh dove comprende che è necessario trovare un percorso alternativo.

L’incontro con l’esploratore inglese Moorcroft

Ripercorre dunque la strada che attraversa il Kashmir e incontra, nel luglio del 1822, il famoso esploratore e agente del governo inglese William Moorcroft. Impressionato dal coraggio e dalle doti intellettuali di Csoma e consapevole del prezioso contributo che avrebbe potuto garantire al Governatorato Inglese delle Indie, Moorcroft gli propone di far ritorno in Ladak per studiare la lingua tibetana e compilarne una grammatica e un dizionario. Csoma accetta, convinto di poter rintracciare possibili parentele tra il natio idioma magiaro e la lingua tibetana.

Vita ascetica e contributi scientifici

Chiarito un primo (altri ne seguiranno) malinteso con le autorità, che lo avevano sospettato di spionaggio, e annunciato dalla richiesta formale di Moorcroft alle autorità locali di Yangla, raggiunge la valle dello Zanskar. Vi arriva passando per Leh, una delle zone più fredde e inospitali del pianeta.

Qui si stabilisce in un monastero e vi soggiorna per più di un anno dove abita in una piccola residenza di pietra, priva di riscaldamento. Adotta da subito quella condotta ascetica e rigorosa che conserverà per tutta l’esistenza.

Qui, sotto la guida di un lama locale, studia la lingua e getta le basi per la compilazione di opere fondamentali quali la grammatica della lingua tibetana pubblicata poi a Calcutta nel 1834. Ben presto la padronanza della lingua locale è tale da consentirgli la lettura delle due più grandiose opere della teologia tibetana, il Kangyur e il Tengyur.

Studi interrotti e riconoscimenti tardivi

Durante il periodo trascorso tra le nevi e gli altopiani del Tibet, Csoma raccoglie più di 40.000 opere tibetane tra testi, iscrizioni e testimonianze scritte, opere che saranno oggetto dei suoi studi condotti con il fondamentale aiuto del suo maestro tibetano durante il soggiorno a Kanun tra il 1827 e il 1830.

I lunghi soggiorni di studio insospettiscono tuttavia le autorità locali che lo individuano come possibile spia inglese e impongono al suo maestro tibetano di interrompere la collaborazione con lo studioso occidentale.

Al suo ritorno a Sabathu (Himachal Pradesh), una nuova delusione: le autorità inglesi, che inizialmente avevano sostenuto e finanziato i suoi studi, si dichiarano non più interessate al progetto dato che, nel frattempo erano stati ritrovati i manoscritti di una grammatica tibetana compilata da un missionario tedesco e che si credeva perduta.

Ben presto, tuttavia, i limiti di questi studi emersero con chiarezza e gli inglesi furono costretti a rivedere le proprie posizioni e a richiamare Csoma. Nel 1836 organizza una spedizione nelle zone inesplorate dell’India del nord per studiare i dialetti locali; l’anno successivo accetta l’incarico di bibliotecario presso l’Asiatic Society of Bengal che già nel1833 lo aveva accolto come membro onorario.

L’ultimo viaggio e l’eredità

L’antico sogno di raggiungere il cuore dell’Asia era però tornato nel frattempo a riprendere forza. Csoma così, ormai cinquantotenne, nel 1842 riprende il cammino con il proposito di attraversare il Tibet per proseguire poi verso nord.

Sfortunatamente, mentre attraversa le paludi del Terai nepalese, contrae la malaria e trova la morte l’11 aprile 1842 a Darjeleling, al confine tra India e Tibet dove riposa.

Le parole incise nella targa commemorativa ci ricordano per sempre “un povero, solitario ungherese, senza sostegno o denaro che cercò la patria ungherese, ma alla fine crollò sotto il peso dell’impresa”.

Molti anni dopo, nel 1984, due delle sue principali opere Grammar of the Tibetan Language e Sanskrit-Tibetan-English Vocabulary: being an edition and translation of the Mahāvyutpatti furono finalmente pubblicate anche in occidente a sancirne il fondamentale contributo alla conoscenza della cultura tibetana.

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La Ruota della Vita: origine e significato

La Ruota della Vita (in sanscrito Bhavacakra) è molto più di un’opera d’arte religiosa: è uno strumento visivo e didattico di profonda potenza simbolica, concepito per comunicare i principi fondamentali del buddhismo anche a chi non poteva accedere direttamente agli insegnamenti scritti o orali.

Secondo la tradizione, fu lo stesso Buddha Shakyamuni a volerne la creazione. Si racconta che il re Bimbisara, sovrano del regno di Magadha e devoto seguace del Buddha, chiese un dono spirituale che potesse praticare senza abbandonare la vita regale.

Per rispondere a questa richiesta, il Buddha commissionò ai suoi discepoli un dipinto capace di condensare l’intera essenza del Dharma. Nacque così la Bhavacakra: un’immagine simbolica che raffigura il ciclo della sofferenza e la via per uscirne, rendendo accessibile il suo insegnamento anche al popolo.

Al centro della ruota, tre animali — un maiale, un serpente e una gallina — si rincorrono in un cerchio, simboleggiando l’ignoranza, l’odio e il desiderio, le cause fondamentali della sofferenza. I cerchi e i settori concentrici illustrano il Samsara, il ciclo delle rinascite, e come le azioni e le illusioni alimentino la sofferenza. Ma c’è anche un messaggio di speranza: nella parte alta della ruota è rappresentato il Buddha stesso, con il dito puntato verso la luna piena, simbolo della liberazione e del Risveglio spirituale.

Da messaggio universale alla pratica quotidiana

Con il tempo, la Ruota della Vita è diventata una delle immagini più riconoscibili del buddhismo, diffondendosi in tutto l’altopiano himalayano e in particolare in Tibet, dove ancora oggi viene dipinta all’ingresso dei monasteri.

La sua collocazione non è casuale: ogni monaco, viaggiatore o pellegrino che varchi quella soglia è invitato a riflettere sulla natura ciclica dell’esistenza e sul bisogno di liberarsi dall’ignoranza. La Ruota è quindi un monito visivo, ma anche un invito concreto alla consapevolezza e alla pratica del sentiero spirituale.

Oltre a rappresentare la sofferenza, la Bhavacakra offre anche una “mappa” verso il Risveglio. Ogni dettaglio, ogni figura al suo interno suggerisce che la liberazione è possibile e che ogni essere ha in sé la capacità di risvegliarsi.

È un messaggio potente e fiducioso: la natura illuminata non è un privilegio di pochi, ma un potenziale presente in ciascuno di noi. Ed è proprio questo che ha reso, e rende ancora oggi, la Ruota della Vita uno degli strumenti più efficaci e suggestivi per comprendere il cuore dell’insegnamento buddhista.

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Vesak e le Stelle: Il Cielo Sacro che Illumina il Cammino del Buddha

Tra cielo e terra, plenilunio e stelle, ogni anno nel mese di maggio si celebra una delle ricorrenze più amate nella tradizione buddhista tibetana: il Vesak.

Questa giornata speciale commemora tre eventi fondamentali della vita del Buddha Shakyamuni, tutti avvenuti – secondo la tradizione – nello stesso giorno dell’anno: la nascita a Lumbini, l’illuminazione presso Bodhgaya e il parinirvana (la morte) a Kushinagar.

Il termine indiano Purnima, che significa “plenilunio”, è divenuto col tempo “Vesak” e, nella lingua tibetana, si è trasformato in Saga Dawa Düchen (ས་ག་ཟླ་བ་དུས་ཆེན་).

Le prime celebrazioni di Saga Dawa Düchen risalgono probabilmente ai primi secoli della diffusione del Buddhismo in Tibet, tra il VII e il IX secolo, durante il regno del re Songtsen Gampo (617–649 d.C.).

Lo Stretto Legame tra Uomo e Universo

La stella Saga corrisponde alla nakshatra indiana Vishakha, una delle suddivisioni della fascia zodiacale nel sistema astrologico vedico, ancora oggi utilizzato anche in Tibet.

In termini astronomici occidentali, Vishakha si trova nella costellazione della Bilancia e include due stelle principali:

  • Zubenelgenubi (α Librae)
  • Zubeneschamali (β Librae)

Nel linguaggio tibetano, “Saga” designa proprio questa regione del cielo, in cui brillano queste due stelle, chiaramente visibili nei cieli limpidi dell’altopiano himalayano durante i mesi di maggio e giugno.

“Dawa” significa “mese” o “luna”, mentre “Düchen” può essere tradotto come “grande occasione” o “giorno sacro”. L’espressione Saga Dawa Düchen si traduce dunque come “il giorno sacro del mese di Saga”.

Nell’astrologia araba e rinascimentale, Zubenelgenubi, detta “chela del sud”, simboleggia l’equilibrio tra bene e male, la scelta consapevole e la forza del karma. Zubeneschamali, la “chela del nord”, rappresenta invece saggezza e purezza mentale, ovvero la retta via indicata dal Dharma.

La luminosa presenza in cielo di questi due astri accompagna e rafforza simbolicamente un periodo di profondo fervore spirituale, che culmina in sintonia con l’energia del plenilunio.

Vesak: La Pratica Illuminata

Per la comunità tibetana, il Vesak è vissuto come un momento altamente spirituale e propizio alla pratica.

Si ritiene che le azioni compiute in questo periodo abbiano un potere karmico moltiplicato, sia in positivo che in negativo. Per questo motivo, i praticanti buddhisti si dedicano con rinnovato entusiasmo a comportamenti virtuosi di ogni tipo.

Si eseguono kora (circuambulazioni rituali) attorno a stupa, templi o luoghi sacri come il Monte Kailash; si appendono bandiere di preghiera colorate, si fanno girare ruote di preghiera, si recitano mantra e si offrono lampade di burro per dissipare l’oscurità dell’ignoranza interiore.

Laici e monaci rinnovano o prendono nuovi voti, come l’impegno ad astenersi da azioni nocive. Alcuni partecipano al Nyungne, un ritiro intensivo di due giorni che prevede digiuno, preghiera e silenzio. Si celebrano le puja (cerimonie rituali) nei monasteri, i cui benefici vengono dedicati a tutti gli esseri senzienti.

Vengono recitati i sutra, come il Sutra del Cuore, il Sutra del Diamante o il Lungta, una preghiera di auspicio per benessere e buona fortuna. Si praticano atti di compassione, si offrono cibo ai bisognosi, si fanno donazioni ai monasteri e, in alcuni casi, si liberano animali destinati al macello.

Tutte queste azioni mirano alla purificazione del karma negativo e all’accumulo di meriti positivi.

Due Stelle, una Mente Illuminata

Il mese di Saga non è solo un momento religioso: rappresenta anche un’occasione per rafforzare l’identità culturale tibetana e il legame spirituale tra le generazioni, tanto nelle comunità rimaste in Tibet quanto nella diaspora.

E mentre si alza lo sguardo verso quella brillante porzione di cielo che dà il nome alla celebrazione, è naturale lasciarsi affascinare dalla presenza di due stelle vicine e complementari.

Saga è un fenomeno celeste che sembra riflettere il significato cosmico degli eventi sacri della vita del Buddha. Due corpi inseparabili che illuminano la notte come una guida silenziosa per ogni essere. Un’immagine che evoca la mente risvegliata del Buddha, un’unione indivisibile di compassione e saggezza.

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I segreti dello Dzogchen

Quante volte, leggendo libri che trattano della vacuità, siamo rimasti al di qua delle spiegazioni, trovandole troppo erudite e astratte per noi? Ebbene, esiste una presentazione ancora più ardua, ma nel contempo vivida, diretta ed esperienziale, ricca di folgoranti ispirazioni poetiche e mistiche: è quella offerta dai maestri Dzog-chen.

Non tutti possono penetrarla appieno, ma tutti possono con gioia gustarne preliminarmente il sapore! Nella scuola Nying-ma, la più antica della tradizione buddhista tibetana, lo Dzog-chen (‘Grande perfezione’) rappresenta il supremo pinnacolo dei nove livelli d’insegnamento, tre relativi ai sutra e sei ai tantra.

Detto anche Atiyoga, si basa sulla dottrina della purezza primordiale della mente, che nel suo innato stato naturale s’identifica con la ‘preziosa mente’ di chiara luce o natura buddhica. Ma cos’è la chiara luce? A livello macroscopico, la sua sconfinata e rifulgente vastità costituisce un oceano cristallino e radioso, un sublime tesoro energetico coincidente con la dimensione vibrazionale del Dharmakaya, in cui si fondono luce, vacuità e beatitudine.

Sorgente d’ogni potenzialità, nonché armonica sintesi di tutte le coppie d’opposti, questa chiara luce-madre è assimilabile all’arcana scaturigine dello zero. Ineffabile e inesprimibile, non ha inizio ma dimora ininterrottamente. È il serbatoio da cui tutti i fenomeni sorgono e in cui tutti si riassorbono.

Non la si immagini però confinata in un remotissimo stadio superno: la chiara luce, onnipervadente, è la sottilissima energia vitale che innerva ogni livello e fenomeno del mondo manifesto, compresa la nostra mente.

Quest’ultima infatti viene paragonata nelle fonti Dzog-chen a un seme di sesamo, la cui solida materia corrisponde agli oscuramenti passionali e cognitivi della mente ordinaria; internamente, è d’altro canto intriso d’olio, metafora della connaturata chiara luce (la scintilla della chiara luce-figlia, che insita in ogni essere aspira a ricongiungersi al mare della chiara luce-madre).

Cuore propulsivo d’ogni ottenimento spirituale nella pratica dello Dzog-chen è la figura del guru: oggetto d’amore e devozione in quanto impersona tutte le fonti di Rifugio, infonde incessanti benedizioni e intuizioni rischiaranti nel flusso di coscienza del discepolo.

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George Bogle: un giovane scozzese alla scoperta del Tibet (1746-1781)

Nella seconda metà del XVIII secolo, la Compagnia delle Indie Orientali aveva consolidato il proprio predominio sui traffici commerciali nel subcontinente indiano, in Birmania, Singapore e Hong Kong. Fondata nel 1600 per volontà della regina Elisabetta I, grazie a una patente reale che le conferiva il monopolio commerciale, la Compagnia divenne in pochi decenni la più potente impresa dell’epoca. Estese la sua influenza anche ai settori militari e organizzativi dell’Impero britannico, fino a raggiungere una vera e propria sovranità territoriale.

L’arrivo di George Bogle in India

Nel 1770, George Bogle arrivò a Calcutta a 24 anni. Era nato nel 1746, secondo figlio di una famiglia della piccola nobiltà scozzese. Il padre, ricco mercante, aveva forti interessi nel commercio del tabacco. Dopo un periodo di studi e apprendistato sotto la guida del fratello, grazie ai contatti familiari ottenne un incarico presso la Compagnia delle Indie Orientali.

Al suo arrivo, Calcutta era il centro del potere britannico in India. Il paese era duramente colpito dagli effetti della catastrofica carestia del Bengala, che causò la morte di oltre dieci milioni di persone. Secondo gli storici, una delle principali cause della tragedia furono proprio le politiche economiche della Compagnia, incentrate sullo sfruttamento delle risorse e sulla massimizzazione dei profitti.

L’ascesa di Bogle e la missione in Tibet

Bogle si fece presto notare per il suo carattere vivace e le capacità organizzative. In poco tempo ottenne incarichi di rilievo e divenne segretario personale di Warren Hastings, governatore generale della Compagnia. Nel 1774, Hastings gli affidò una missione per esplorare i territori sconosciuti a nord del Bengala.

Nel 1773, il raja di Cooch Behar aveva chiesto l’intervento britannico contro un’invasione guidata da Zhidar, sovrano del Buthan. In cambio del riconoscimento della sovranità britannica sul regno, Hastings inviò truppe che respinsero gli invasori. Zhidar fu deposto a causa del malcontento popolare e delle sue relazioni sospette con la dinastia Qing. Al suo posto fu insediato un sovrano più favorevole ai rapporti con l’Impero britannico.

Questa situazione incoraggiò Hastings a promuovere la missione non solo per motivi geografici e scientifici, ma soprattutto per aprire una via commerciale con il Tibet.

Gli obiettivi della spedizione

Nella lettera di incarico, Hastings scriveva che l’obiettivo era “avviare una relazione commerciale reciproca e paritaria tra gli abitanti del Buthan (Tibet) e del Bengala”, valutando le merci da scambiare e lo stato delle strade verso Lhasa e i territori confinanti.

La spedizione includeva anche il medico militare Alexander Hamilton e un emissario del Panchen Lama. Nonostante le difficoltà iniziali, legate all’instabilità politica e all’opposizione cinese, Bogle riuscì a raggiungere il Tibet. Fu ricevuto da Lobsang Palden Yeshe, sesto Panchen Lama e allora governatore del paese.

L’incontro con il Panchen Lama

L’evento fu immortalato in un celebre dipinto di Tilly Kettle, che ritrae Bogle in abiti buthanesi mentre porge una sciarpa cerimoniale al Panchen Lama. Il quadro, datato 1775, celebra l’accordo commerciale siglato tra la Compagnia e le autorità tibetane.

Durante i sei mesi trascorsi a Shigatze, Bogle studiò a fondo la cultura e la politica tibetana. Nei suoi scritti descrisse il paese come un luogo idilliaco e quasi magico, anticipando nell’immaginario occidentale il mito di Shangri-La. Secondo alcuni studiosi, le sue vicende ispirarono Rudyard Kipling per il romanzo Kim.

L’eredità della missione

La missione fu comunque un punto di svolta per i rapporti commerciali tra la Compagnia e il Tibet. Il suo resoconto, pubblicato da Clement R. Markham nel 1876 con il titolo Narratives of the Mission of George Bogle to Tibet, and of the Journey of Thomas Manning to Lhasa, contiene i diari di viaggio di Bogle e un’analisi dettagliata degli aspetti politici, culturali e ambientali del territorio.

Tornato in India, per esaudire una richiesta del Panchen Lama, Bogle fece costruire un tempio buddista sulle rive del Gange, destinato ai monaci locali. Morì a Calcutta nel 1781, a soli 35 anni, probabilmente a causa del colera, e fu sepolto nel South Park Street Cemetery della città.

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Un ponte tra occidente e Tibet: il sogno di Ippolito Desideri (1684 – 1733)

Nei primi anni del diciottesimo secolo il sogno di Ippolito Desideri, un sogno grandioso, coltivato in lunghi anni di studio, viaggi, traversie e difficoltà d’ogni sorta, il sogno di portare la parola del Vangelo nelle regioni sconosciute del Tibet, era destinato ad infrangersi contro il muro delle incomprensioni, delle difficoltà e della decisa opposizione della Chiesa Romana che mal tollerava l’approccio colto e di apertura culturale dei Gesuiti.

Ippolito Desideri nasce a Pistoia nel 1684 da una famiglia patrizia locale. Nel 1700, entrato a far parte della Compagnia di Gesù, completa il primo ciclo di studi probabilmente presso il Collegio Romano. Attratto dagli scritti e dalle testimonianze dei pochi viaggiatori che lo avevano preceduto, nel 1712, chiede ai superiori l’autorizzazione a partire per le Indie Orientali. Ottenuto in breve tempo il permesso lascia Roma per raggiungere Lisbona dove, l’anno successivo, si imbarca sulla rotta per le Indie e dopo cinque mesi di viaggio, raggiunge Goa, centro di evangelizzazione cristiana già dal secolo precedente.

Dopo un primo periodo di studio ad Agra grazie al quale apprende il persiano, all’epoca lingua franca per i viaggiatori d’Oriente, nel 1714 parte alla volta del Kashmir assieme al suo superiore, Padre Manoel Freyre. Durante il viaggio, come ricorda egli stesso in una lettera del 1717 al Pontefice Clemente XI, si preoccupa soprattutto di apprendere la complessa lingua tibetana. L’anno successivo i due viaggiatori giungono a Lhe, capitale del Ladak, accolti con grande onore dal re locale e dalle autorità religiose. Desideri, nonostante avesse espresso il desiderio di prolungare la permanenza nel paese, dovette accettare, pare controvoglia, la decisione del superiore di far ritorno in India attraverso un percorso che, stando a narrazioni raccolte sul posto, si presentava più agevole: si trattava cioè di attraversare il territorio per lo più sconosciuto, di un regno che aveva per capitale la città di Lhasa.

Attraversando le regioni del Tibet per quasi tutta la sua lunghezza, anche grazie al determinante aiuto della guarnigione militare che scortava in carovana la governatrice mongola del Tibet occidentale, i due gesuiti giungono a Lhasa nel marzo del 1716. Mentre Freyre decide di tornare in India dopo poche settimane, Desideri si trattiene fino ad ottobre impegnato nello studio della lingua e nell’approfondimento degli aspetti dottrinali della religione, in attesa dell’arrivo dei Padri Cappuccini cui già nel 1703 la Congregazione di Propaganda Fede aveva affidato il territorio suscitando in verità non pochi malumori presso i Gesuiti.

Seguendo il consiglio del re Lajan Khan, che gli aveva generosamente concesso il permesso di insediarsi in una casa della capitale e di professare la propria religione, trascorre un periodo di studi presso la prestigiosa sede del monastero di Sera importante centro di studi retto dalla scuola Gelupha e attivo già dal 1419, dedicandosi all’approfondimento della lingua e degli aspetti dottrinali del buddhismo. A tal proposito Desideri, nella relazione del 1717, ricorda come “Per tal fine mi posi di tutto proposito a leggere e scrutinare con ogni studio i libri principali di quella setta. Per tal fine da varie perite persone andavo indagando meglio l’origini, i riti ed opinioni di questa setta”.

Seguendo la tradizione dialettica tibetana disponibile ad un confronto e convinto dall’approccio rispettoso di Desideri, il re propone un dibattito teologico pubblico volto ad illustrare le caratteristiche e le dinamiche del pensiero cristiano. Non sentendosi tuttavia ancora pronto ad affrontare temi così complessi il missionario preferisce presentare al re uno scritto in versi, (L’aurora indica il sorgere del sole che dissipa le ultime tenebre) nel quale riporta un immaginario dialogo tra un sacerdote cattolico e un uomo in cerca della verità. Il testo viene apprezzato dal re che, rilevandone le profonde differenze con il pensiero tibetano, torna ad invitare Desideri ad un dibattito con i lama locali concedendogli tutto il tempo necessario alla preparazione.

Nell’autunno del 1716 giunge a Lhasa la delegazione cappuccina cui era stato affidato il territorio. La profonda differenza d’approccio tra Desideri e i Cappuccini genera tuttavia un rapporto conflittuale e apparentemente insanabile. L’anno successivo, accogliendo nuovamente il suggerimento del re, si reca, assieme al cappuccino Orazio della Penna, inizialmente nel monastero di Ramoche per poi stabilirsi poco dopo presso l’università monastica di Sera dove può approfondire alcuni dei più importanti testi canonici del buddhismo tibetano. In particolare saranno il “Kanjur” (“Traduzione del messaggio del Buddha) il “Tanjur” (“Traduzione della dottrina del Buddha“, cioè i commentari indiani agli insegnamenti) e commentati dall’opera del riformatore Tsong Khapa, soprattutto dal “Lam rim chen mo” (“Grande esposizione dei livelli del sentiero” o “Via graduale all’illuminazione“) ad essere oggetto degli studi.

Come osserva Enzo Gualtiero Bergiacchi (Enzo Gualtiero Bargiacchi, Un ponte fra due culture. Ippolito Desideri S.J. (1684-1733). Breve biografia, Firenze 2008) “Desideri osservò attentamente e descrisse mirabilmente la logica del buddhismo tibetano, la teoria e la pratica argomentativa e la formazione degli allievi, ponendosi quindi con intensa e calorosa applicazione quotidiana, a divorare i libri canonici, confrontarne i passi principali, annotandoli, oltre a discutere frequentemente gli stessi argomenti con i monaci tibetani. Esemplari molte sue trattazioni generali e specifiche, come ad esempio l’illustrazione della ruota della vita o l’inappuntabile analisi linguistica del famoso mantra oṁ maṇi padme hūṁ, che (…) può segnare il memorabile inizio della tibetologia in occidente”.

In questi anni il Tibet attraversa un periodo drammatico. Alla fine del 1717 subisce l’invasione mongola con l’uccisione del re Lajang Khan e la conseguente reazione cinese il cui intervento restaura la teocrazia lamaista ma impone al contempo ai tibetani la rinuncia alla piena indipendenza. Desideri trova rifugio presso la missione cappuccina di Takpo-khier dove può proseguire gli studi. Vengono così alla luce altri importanti testi tra cui “Domanda intorno alla teoria del vuoto e delle vite passate“, al quale lavorerà fino a tutto il 1719. Seguono numerosi viaggi nelle regioni del Tibet sud orientale dove incontra la popolazione aborigena dei Lopa.

Il 16 gennaio 1721 riceve una missiva del Generale dei Gesuiti Michelangelo Tamburini che gli impone di lasciare il Tibet secondo quanto stabilito tre anni prima da Propaganda fide che, accogliendo le rimostranze dei Cappuccini, aveva stabilito che la Compagnia dovesse rinunciare alla missione.

Tra il 1721 e il 1728, anno del suo definitivo ritorno a Roma, continua la battaglia in difesa del suo operato. Pur confermando il principio dell’obbedienza, insiste per essere convocato presso la Santa Sede per illustrare e difendere i suoi principi e il suo operato arrivando a citare formalmente in giudizio i Cappuccini mediante un appello diretto al papa Clemente XI.

Durante gli anni trascorsi in India, Desideri con il cuore sempre rivolto alle lontane terre dell’Himalaia, prosegue gli studi, dedicandosi all’attività missionaria ed aprendo nel 1723 una nuova chiesa a Delhi. Il lunghissimo viaggio di ritorno via mare, sette mesi di navigazione, si conclude nell’agosto del 1727 con lo sbarco a Port Louis nella Bassa Bretagna. Attraversa la Francia e, giunto a Marsiglia, si imbarca per Genova. Le condizioni avverse del mare costringono la nave a sostare a Levanto e Desideri decide di proseguire a piedi per giungere infine nella sua Pistoia il 4 novembre.

Nel frattempo a Roma la disputa tra Gesuiti e Cappuccini prosegue con toni sempre più accesi. Desideri viene accusato di aver agito contro i principi cristiani. Scrive tre memorie ma, a fronte dei continui attacchi, decide alla fine di rinunciare sostenendo che “due missionarii venuti dall’estremità del Mondo debbano qui in Roma perdere il tempo in accusarsi e in difendersi in attaccarsi e in ischermirsi” (op. cit.).

Alla fine, com’era prevedibile, il 29 novembre 1732 Propaganda Fide nella “Congregazione particolare sulle questioni della Missione dei regni del Thibet” ribadisce e conferma la decisione che le missioni del Tibet fossero affidate esclusivamente ai Cappuccini.

Dell’ultimo periodo della vita di Desideri, conclusasi a Roma il 13 aprile 1733, sappiamo molto poco. Si può solo immaginare la sconforto nel constatare che la sua particolare, originale, colta visione dell’approccio con culture lontane e diverse non avesse scalfito il muro di incomprensioni, gelosie e interessi che ancora dominava la Curia Romana. Del suo sogno ci rimangono le straordinarie testimonianze scritte, racconto di un uomo che seppe porre le prime fondamenta di un ponte immaginario tra due mondi così distanti.

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Verso il Tibet: L’incredibile avventura di Antonio de Andrade (1580-1634)

Immaginate di trovarvi nel Seicento, tra le strade polverose dell’India, circondati da racconti esotici su terre misteriose, montagne invalicabili e regni nascosti. È in questo scenario che il gesuita portoghese Antonio de Andrade, affascinato dai resoconti quasi leggendari dei mercanti di Agra (India), decide di lanciarsi in un’impresa incredibile: raggiungere il Tibet, una terra praticamente inacessibile totalmente sconosciuta agli europei.

Corre l’anno 1624. Mentre il giovane Ngawang Lozang Gyatso si insedia come quinto Dalai Lama, pronto a diventare una figura storica, De Andrade parte alla volta dell’Himalaya, accompagnato da un fratello laico e due servi convertiti.

L’impresa impossibile: dall’India al Tibet

De Andrade e i suoi compagni non avevano mappe dettagliate né l’equipaggiamento per affrontare le insidie dell’Himalaya. Il loro viaggio dal nord dell’India al Tibet fu un’odissea di sofferenze: attraversarono passi montani a oltre 5000 metri di altitudine, con neve, ghiaccio e carenza di ossigeno. L’itinerario prevedeva il passaggio attraverso il regno di Garhwal (nell’attuale Uttarakhand, India) prima di entrare in Tibet, e furono spesso ostacolati da funzionari locali che diffidavano degli stranieri.

La catena dell’Himalaya

Per evitare di destare sospetti, i gesuiti si travestirono da pellegrini indiani, sfruttando il fatto che vi erano già commerci tra l’India e il Tibet. Ma non bastò: lungo il tragitto furono spesso fermati e interrogati, con il rischio di essere rimandati indietro.

Dopo l’incredibile traversata, De Andrade raggiunge finalmente Chaparangua (Tsaparang), la capitale dell’antico regno di Guge.

Un’accoglienza inaspettata

Al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, una volta giunto nel regno di Guge, De Andrade trovò un’accoglienza sorprendentemente calorosa. Il sovrano del Guge, che governava la capitale Chaparangua (Tsaparang), era molto interessato alle novità e al sapere straniero. Nonostante il Tibet fosse legato alla tradizione buddista, il re si mostrò aperto alle idee del cristianesimo e permise ai missionari di diffondere la loro fede.

Le rovine dell’antica capitale Tsaparang

Questa apertura non era casuale: il regno di Guge, in quel periodo, era sotto pressione a causa delle lotte interne e della crescente influenza dei lama del Tibet centrale, che avrebbero poi portato alla sua caduta. Il re sperava forse di ottenere l’appoggio di potenze straniere contro le minacce interne ed esterne.

La sua missione non è solo esplorativa: armato di fede e determinazione, ottenne il permesso di predicare il Vangelo e di costruire luoghi di culto. Tornato ad Agra in India, racconta la sua avventura in una lettera dettagliata che, pubblicata nel 1626 con il titolo Novo Descobrimento do gram Cathayo, o Reinos de Tibet, fa scalpore in Europa.

Gli scritti di Antonio de Andrade

Il gesuita che aveva imparato alcune parole tibetane descrisse in dettaglio i costumi locali. Le sue lettere sono tra le prime descrizioni europee della cultura tibetana, includendo osservazioni su monasteri buddisti, rituali religiosi, lingue e flora e fauna locali.

Il ritorno in Tibet e il fallimento della missione

Non contento della prima impresa, l’anno successivo De Andrade riparte, stavolta in compagnia di altri tre coraggiosi: il sacerdote italiano Adamo De Angelis e i portoghesi Giovanni Oliveira e Faustino Barreiros. Tornano a Chaparangua e fondano la prima missione cristiana in Tibet.

Ma questo esperimento di convivenza non doveva durare a lungo. La tolleranza iniziale del sovrano non fu vista di buon occhio dai monaci buddisti locali, che considerarono i gesuiti una minaccia. Quando il re perse il potere nel 1630 (probabilmente a causa delle pressioni dell’élite religiosa e politica tibetana), la missione cristiana venne brutalmente smantellata. I gesuiti furono costretti a fuggire e il cristianesimo in Tibet terminò.

Nonostante il fallimento della missione, gli scritti di De Andrade rimasero una fonte preziosa di conoscenza sul Tibet per l’Europa del Seicento. Le sue lettere e i suoi resoconti permisero agli studiosi europei di sapere per la prima volta che esisteva un regno buddista oltre l’Himalaya. Le sue osservazioni sugli usi e costumi tibetani sono state poi riprese dagli esploratori successivi.

Dopo le sue straordinarie esplorazioni, il gesuita viene nominato padre provinciale di Goa in India, con la responsabilità di guidare oltre 130 missionari in Asia. Ma il suo destino ha un colpo di scena degno di un romanzo: nel 1634 viene avvelenato da un giovane deciso a impedirgli di testimoniare contro suo padre, accusato di gravi crimini dall’Inquisizione.

Antonio de Andrade non fu solo un missionario, ma un pioniere dell’avventura, uno dei primi europei a varcare le porte del Tibet e a raccontarne i segreti. La sua storia, tra fede, esplorazione e intrighi, sembra uscita da un libro di avventure e a ben vedere, lo è davvero!

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La Befana, simbolo universale

I buddhisti tibetani, il cui cielo mentale è abitato dalle Dakini, sono abituati all’idea di una figura femminile in volo. Se poi vivono in Italia, sin da piccoli sono stati affascinati dalla figura della Befana, una delle più antiche e coinvolgenti tradizioni del nostro folklore.

L’anziana donna, che volando su una scopa appare ogni anno, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, per portare doni ai bambini buoni e carbone ai più dispettosi, spesso descritta come una strega gentile, incarna in realtà l’intersezione di riti millenari, tradizioni cristiane e credenze popolari, configurandosi come un simbolo culturale ricco di significati.

Dal punto di vista antropologico, l’idea della Befana affonda le radici in rituali precristiani legati ai cicli agricoli e cosmici. Nell’antichità, durante i dodici giorni dopo il solstizio d’inverno, avevano luogo festività, come i Saturnali romani o le feste in onore della dea Diana, che celebravano il periodo di transizione e rigenerazione e l’avvento di un nuovo anno agricolo, e che hanno lasciato nella memoria collettiva un solco profondo. La Befana in questo contesto incarna al contempo la fine e la promessa di rinnovamento. Vecchia e a cavallo di una scopa, è una Madre Natura consumata, che si sacrifica per consentire la rinascita primaverile. La scopa stessa, oggetto associato alla pulizia, assume una funzione rituale di purificazione. Nonostante ci possa intimorire, dunque, la vecchia non è affatto maligna, ma custode di un’antica saggezza legata alla terra e ai cicli delle stagioni.

La tradizione si intreccia poi strettamente con figure archetipiche e spirituali del femminile, prime quelle della maga e della sciamana. Nella tradizione “pagana” e nei miti popolari, le streghe e le sciamane erano considerate donne con conoscenze profonde del mondo naturale e delle forze spirituali. Erano guaritrici, interpreti dei segni e mediatrici tra il visibile e l’invisibile, depositarie della qualità intuitiva e della saggezza antica e certamente legate al potere rigenerativo della natura. La Befana ne incarna una versione domestica e rassicurante. A differenza delle streghe malefiche, la sua scopa, simbolo di purezza, è usata non per incantesimi oscuri, ma per spazzare via l’anno vecchio e fare largo al nuovo.

Il 6 di gennaio può quindi essere visto come una celebrazione del femminile, in cui aspetti come la trasformazione, la cura e la saggezza vengono simbolicamente ricordati e onorati.

Con l’avvento del Cristianesimo, molte tradizioni furono assimilate e reinterpretate. La Befana fu associata alla festività dell’Epifania, che ricorda la rivelazione di Gesù ai Re Magi. La leggenda racconta che i Magi, durante il loro viaggio verso Betlemme, chiesero indicazioni a una vecchia donna. Quest’ultima, inizialmente reticente, si pentì e cercò di raggiungerli, recando con sé doni per il neonato Messia. Non riuscendo a trovarlo, distribuì i suoi regali ai bambini che incontrava lungo il cammino. Un tipico esempio di sincretismo culturale, in cui l’icona della Befana, con i suoi tratti precristiani, è reinterpretata per adattarsi ai nuovi valori, in particolare la generosità e la redenzione.

La Befana, nella sua duplice natura di strega e benefattrice, incarnazione della speranza, del cambiamento e della generosità, rappresenta in realtà una figura universale, in grado di volare attraverso i confini delle culture e delle religioni. La sua celebrazione ci ricorda l’importanza delle radici e della magia che si cela nei gesti quotidiani.

Di certo, con il suo sacco di doni e la sua scopa, continuerà a lungo a volare nei cuori degli italiani, portando con sé l’antica saggezza e le promesse del futuro.

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La dimensione del Mantra

Come parole e suoni ci possono trasformare

I mantra, sillabe, parole o frasi ripetute con intenzione e consapevolezza, a voce o mentalmente, spesso al ritmo del respiro, sono parte delle più antiche tradizioni spirituali e pratiche di meditazione. Utilizzati in culture religiose come l’induismo, il buddhismo, il taoismo, i mantra esercitano un potere profondo su chi li utilizza.

Il termine “mantra” deriva dal sanscrito, dove “man” significa “mente” e “tra” si traduce con “strumento”. Insieme, “strumento della mente”. Alcuni dei mantra più noti includono la sillaba “Om”, considerato il suono primordiale del mondo manifesto.

I mantra non sono dunque semplicemente parole o suoni, ma potenti strumenti, la cui forza risiede innanzitutto nel loro effetto vibrazionale sul corpo e sulla mente. L’atto di ripetere un mantra, prima di essere una pratica rituale, ha un impatto materiale, diretto e facilmente sperimentabile da chiunque.

La ripetizione di un suono specifico genera, infatti, un effetto ondulatorio che può influenzare il fisico, entrando in risonanza con le cellule e i tessuti e quindi armonizzando le frequenze energetiche dell’intero organismo. Le onde vibratorie dei mantra sono spesso associate a specifici centri energetici del corpo, o chakra, che essi possono sbloccare e bilanciare.

Sul piano psicologico, i mantra riducono l’ansia e i pensieri disturbanti e aumentano la consapevolezza, canalizzando la mente verso la calma. La loro ripetizione, specialmente in armonia con la respirazione, aiuta a ridurre il “rumore mentale”, favorendo uno stato di concentrazione profonda, essenziale nelle discipline yogiche e meditative.

La scienza ha appena iniziato la sua esplorazione sul funzionamento di queste antichissime formule. Alcuni studi dimostrano già che l’emissione di suoni ripetuti può attivare il sistema parasimpatico, ridurre lo stress, abbassare i livelli di cortisolo e migliorare la variabilità della frequenza cardiaca, quest’ultimo un indicatore della resilienza agli stimoli ambientali.

Nel cammino spirituale guidato da un Maestro, in connessione con la sfera interiore e con uno scopo elevato, i Mantra assurgono a strumenti sacri ed essenziali per la crescita della persona.

Nel buddhismo tibetano la scelta del Mantra appropriato da integrare nella propria pratica quotidiana e il conferimento della relativa autorizzazione alla recitazione, spettano al proprio Maestro. I mantra vengono utilizzati anche per purificare le energie negative e dissolvere i blocchi Karmici che impediscono il progresso spirituale.

Il praticante che desideri poi beneficiare appieno del potenziale del Mantra e gestirne correttamente l’energia, deve ricevere una iniziazione (detta “lung”). Tale trasmissione diretta non è solo un passaggio tecnico, ma un atto sacro che conferisce alla formula il suo pieno potere. I Mantra tibetani non sono infatti semplici suoni o parole efficaci, ma sono considerati chiavi segrete per attivare livelli superiori di consapevolezza ed accedere alle energie sottili dell’universo interiore ed esteriore.

Si ritiene inoltre che i mantra abbiano un effetto non solo individuale ma collettivo, contribuendo ad infondere energia positiva nel mondo e a bilanciare le forze universali.

Affinchè il suono dei mantra abbia la potenza per alterare le frequenze vibrazionali della mente e del corpo, portandole in risonanza con stati superiori di coscienza, il loro utilizzo richiede un triplice coinvolgimento: la recitazione; l’immaginazione, ovvero la visualizzazione di una figura trascendente, un Maestro, una luce, un simbolo sacro; l’intenzione, ovvero una aspirazione elevata, come la compassione, la saggezza o il risveglio.

La capacità dei Mantra di creare una connessione diretta tra il praticante e l’energia rappresentata dalle divinità e dagli Esseri realizzati del presente e del passato, è considerato uno dei più grandi tesori del Buddhismo tibetano, il cui fine ultimo è quello di superare i limiti della mente ordinaria, permettendo all’essere umano di sperimentare la propria natura luminosa.

Il potere segreto dei Mantra risiede dunque nella loro capacità di trasformarci ad ogni livello: fisico, mentale, energetico e spirituale. Sebbene alcuni mantra siano accessibili e recitati in contesti disparati, il loro vero potenziale si manifesta solo attraverso la pratica costante, la giusta intenzione e, secondo la nostra Tradizione, la guida di un Maestro esperto e qualificato. Recitare un Mantra sarà così non solo un rituale, ma l’inizio di un viaggio verso la scoperta del nostro potenziale più alto, di un cammino verso la liberazione e l’unità con il tutto.

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